1945 – L’Italia atlantica nel “mito” delle violenze partigiane

1945 – L’Italia atlantica nel “mito” delle violenze partigiane (serie: #GladioFiles)

Milano, piazzale Loreto, 29 aprile 1945: è il giorno del funerale del regime fascista. In quella stessa piazza che il 10 agosto 1944 vede l’assassinio per fucilazione di 15 partigiani, vengono esposti i corpi di Benito Mussolini, Claretta Petacci e di alcuni degli alti gerarchi del regime, uccisi nei giorni precedenti. Per sottrarli alla folla inferocita – contro cui si espongono importanti capi partigiani come Ferruccio Parri e Sandro Pertini – i corpi esanimi vengono appesi a testa in giù alla pensilina del distributore di benzina della piazza. Con questa immagine, non voluta ma dall’alto simbolismo politico, il fascismo capitola ufficialmente, mentre 800 chilometri più a sud, a Salerno, i nazisti firmano la resa incondizionata agli Alleati. Resa operativa il 2 giugno, molti militari tedeschi e della Rsi si consegnano agli angloamericani per evitare la vendetta dei partigiani.

Armi d’Italia (2) – il futuro italiano in mano alla Difesa?

Armi d’Italia (2) – il futuro italiano in mano alla Difesa?

Ogni giorno, nel 2018, l’Italia ha investito 68 milioni di euro in spese militari (25 miliardi totali) e ricavato poco più di 14,2 milioni dall’export di armi (5,2 miliardi totali). In termini percentuali l’investimento militare è aumentato del 3% tra il 2017 ed il 2018 (+88% in dieci anni), mentre è dimezzata (-53,78%) il valore delle “Autorizzazioni per movimentazioni di materiali d’armamento” (5,246 miliardi il valore complessivo). Una diminuzione che dal punto di vista politico permette all’Italia che «ripudia la guerra» di armare tanto regimi non democratici come l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi o la Turchia di Recep Tayyp Erdogan quanto di partecipare, con le proprie armi, ai principali conflitti oggi aperti nel mondo, come le guerre in Libia e Yemen.

Armi d’Italia (1): compendio biografico non autorizzato

Armi d’Italia (1) – compendio biografico non autorizzato

Produrre armi sottraendo denaro (pubblico) destinato allo sviluppo economico dell’intero sistema industriale italiano: una scelta politica strategica con cui all’industria armiera italiana[1] – composta da meno di 2.500 aziende, con meno di 100.000 addetti e un peso dello 0,8% sul Pil nazionale[2] – sono destinati i tre quarti del budget necessario allo sviluppo dell’intero sistema industriale italiano, che per le sole piccole e medie imprese (92% del totale) registra 5,3 milioni di aziende, 15 milioni di addetti e, nel 2017, un fatturato di 2.000 miliardi di euro.
Una scelta che porta a spendere 500.000 euro l’ora in armamenti (2,5 milioni per le forze armate) e grazie alla quale il settore pubblico è usato per assorbire il rischio d’impresa, privato, dell’industria delle armi. Assicurandone profitti e Potere.