“Rifiuti tossici x armi”, quando l’Italia diventa trafficante di Stato

By | Dicembre 13, 2019
Immagine rifiuti tossici per armi

Sversare  rifiuti tossici in cambio di armi  e denaro: sono i termini di un accordo criminale che per almeno vent’anni – tra gli anni Settanta e gli anni Novanta – l’Italia ha firmato con regimi non democratici, Paesi poveri o in via di sviluppo su vecchie  carrette inabissate e camion caricati a veleni . Accordi che investono l’Africa e l’America Latina, l’Europa dell’est e il sud Italia, in cui muoiono di cancro le popolazioni e di pallottole i giornalisti che provano a raccontare. Accordi firmati da mafie e logge massoniche, imprenditori e istituzioni. Il tutto a partire da quel “disastro di Seveso” che  trasforma l’Italia in un trafficante di Stato .

41 fusti contenenti i “veleni di Seveso” da smaltire: è così che l’Italia si scopre trafficante di rifiuti tossici, quel 10 luglio 1976 alle 12,37, quando l’avaria di uno dei sistemi di controllo del reattore dell’impianto Icmesa[1] (gruppo Givaudan-LaRoche) porta all’immissione in aria di 2,3,7,8 tetraclorodibenzo-p-diossina (“Tcdd”, ovvero diossina) sui comuni lombardi di Seveso, Meda – dove si trova l’impianto – Cesano Maderno, Desio, Barlassina, Bovisio, Masciago, Nova Milanese, Seregno, Varedo e Lentate sul Seveso. Da quel momento, per tutti, l’incidente diventa il “disastro di Seveso”.

L’area viene divisa in tre zone:

  • zona A, con concentrazioni di Tcdd nel suolo molto elevate, che la popolazione è costretta ad abbandonare, con edifici smantellati e animali abbattuti
  • zona B, più estesa territorialmente e meno inquinata della zona A
  • zona R o “di rispetto”, dove la contaminazione è minore

Oggi nella zona A è ospitato il parco naturale “Bosco delle Querce“, dove ha sede un centro di documentazione sull’incidente.

Nel 1997 l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) classifica la diossina fuoriuscita dall’Icmesa come “cancerogeno di classe 1: il livello di tossicità più alto che esista, tanto che nel 2008 – 32 anni dopo il disastro – capita ancora che i neonati nascano con malformazioni da “diossina Seveso[2].

Nelle prime ore dopo il disastro si parla di 300 grammi di diossina immessi nell’aria. Ci vorranno decenni per scoprire che quel 10 luglio 1976, dal reattore incontrollato dell’Icmesa, di diossina ne esce una quantità compresa tra i 15 e i 18 chilogrammi. 240 le persone infettate da cloracne (dermatosi provocata dall’esposizione al cloro che crea lesioni e cisti sebacee), con 676 sfollati tra il 26 luglio e il 2 agosto e migliaia di animali abbattuti.

Per approfondire:

A Seveso un incidente “militare”?

Arrivata in Italia nel 1945 per volontà della controllante Givaudan&Co. (gruppo Hoffmann-LaRoche), già due anni dopo la Industrie Chimiche Meda Società Azionaria (Icmesa) è accusata di interrare i propri rifiuti nei territori limitrofi. Nel 1997 Guido Garelli, trafficante di rifiuti tra i più attivi sulla rotta euro-nordafricana, dichiara al giornalista Maurizio Torrealta[3] [parte 1; parte 2] qualcosa di ancor più grave: la Icmesa è una società “dual use”, in cui alla produzione civile (di triclorofenolo) si associano ricerca e sviluppo in ambito militare per la produzione di gas nervini, come l’agente Orange – a base di diossina – usato dagli inglesi durante la cosiddetta “Emergenza malese” (1948-1960) dagli Stati Uniti in Vietnam del Sud durante la guerra in Vietnam (1965-1970).

Trafficanti per conto dello Stato

120 i miliardi che il governo Andreotti III stanzia per la soluzione delle varie crisi che si aprono intorno al “disastro di Seveso”. A tale scopo l’esecutivo si affida a tre persone:

  • Luigi Noè, senatore andreottiano della Democrazia Cristiana (giugno 1968-giugno 1969), con un curriculum che parla molto di energia nucleare prima con il Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (Cnen), poi come presidente dell’Enea, l’Ente per le Nuove tecnologie, l’Energia e l’Ambiente e che in quegli anni si occupa proprio di smaltimento di rifiuti tossici con il progetto “Dodos”
  • Luigi Baffigi, a capo del ramo italiano della multinazionale Mannesmann, cui viene affidato lo smaltimento dei 41 fusti
  • Sergio Angeletti, biologo, giornalista e vicino al mondo dell’ambientalismo italiano, che in quegli anni si sta formando, cui viene affidata la soluzione della crisi d’immagine attraverso i contatti con la stampa

Sono loro, di fatto, il primo gruppo di “trafficanti di Stato” di rifiuti tossici in Italia. Un traffico che molto più dei traffici di droga ed armi vede il fondamentale ruolo delle istituzioni. «È un traffico fatto da multinazionali, da governi e non da trafficanti», così che senza «connivenze istituzionali non può andare avanti», come dichiara Francesco Fonti, che per la ‘ndrina Romeo si è occupato proprio di rifiuti tossici. Dichiarato inattendibile dal Tribunale di Paola, l’Espresso nel 2005 pubblica un suo memoriale in cui viene resa di dominio pubblico la storia delle “navi dei veleni[video-intervista l’Espresso; l’Espresso/2].

Nascita di un traffico internazionale

Dove siano i 41 fusti rimane ancora oggi un segreto. Per un decennio il deposito è identificato in un paesino della Francia: Saint Quentin, nel dipartimento di Aisne, Alta Francia; poi si parla di Basilea – dove pochi anni dopo (1989) viene firmato il Convenzione che vieta l’esportazione di rifiuti tossici nei Paesi in via di sviluppo. Accordo ampiamente disatteso almeno fino alla metà degli anni ‘90, con la Somalia nel ruolo di (involontario) testimone.
Un’inchiesta dell’emittente tedesca Wdr (“Das Geheimnis Von Seveso”, “Il segreto di Seveso”) individua i 41 fusti di Seveso nella Germania Orientale, che con la caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989) apre il territorio agli interessi dell’Occidente e delle sue mafie, ad iniziare dal clan mafioso dei Bardellino.
La rotta dell’Europa dell’est [video] diventa – insieme alla rotta intra-mediterranea – sempre più importante nel commercio illecito dei rifiuti europeo.

Jorg Anton Sambeth, direttore tecnico Givaudan – condannato per disastro colposo a un anno e sei mesi sia in appello che in Cassazione – scrive un libro sulla vicenda in cui sostiene che i 41 fusti di Seveso sono stati inviati, via mare, in Paraguay, mentre per Paolo Rabitti – tra i consulenti tecnici più esperti in Italia su questioni ambientali – i fusti non hanno mai varcato i confini nazionali e sarebbero stati inviati al petrolchimico di Mantova: a riprova un tasso di sarcomi nell’area limitrofa cinque volte oltre il limite previsto dalla legge.

Ma c’è anche un altra possibilità: che i 41 fusti contenenti la diossina di Seveso abbiano seguito le rotte del nord Europa e dell’Africa insieme ai siluri-penetratori del “Progetto Dodos” (Deep Ocean Data Operating System), con cui l’Ocse[4] intende seppellire rifiuti tossici in terreni marini argillosi, in piena violazione della Convenzione di Londra sulla “prevenzione dell’inquinamento marino causato dallo scarico di rifiuti ed altre materie” del 1972.

C’è una carretta abbandonata in mezzo al mare

L’unica certezza è che una parte dei veleni usciti dal reattore Icmesa quel 10 luglio 1976 finisce nella discarica di Pittelli [video/1; video/2], sulle colline di La Spezia. La città negli anni diventa punto di partenza e ritorno dei rifiuti tossici di cui l’Italia prova a disfarsi spargendoli in Paesi in guerra o con governi deboli, come la Somalia, il Venezuela o il Libano. “Navi dei veleni” le chiamano: vecchie carrette caricate soprattutto con rifiuti per cui lo smaltimento legale è difficile o troppo costoso, che vengono fatte insabbiare – spesso nel mar Mediterraneo – con mare calmo, senza vittime e, soprattutto, senza apparente motivo.

Navi come la “Rigel” – sparita a largo di Capo Spartivento (Reggio Calabria) il 21 settembre 1987 con un probabile carico di uranio arricchito – o come la motonave “Jolly Rossodella “Ignazio Messina&Co.”, che si arena ad Amantea (Cosenza) il 14 dicembre 1990, mentre torna da Beirut con 2.000 tonnellate di uranio restituiteci dal governo di Selim al-Hoss – pur non essendo stato prodotto dall’Italia – e, secondo la I° sezione del Tribunale di Roma, smaltite presso l’inceneritore di Marghera (Venezia).

A chi abbiamo venduto rifiuti tossici?

Raccoglievamo rifiuti industriali in tutt’Italia, quindi si tratta di un’infinità di nomi. Le aziende si fidavano di noi perché lavoravamo correttamente. In quel periodo, come avevo già accennato, c’erano grosse difficoltà a trovare centri di smaltimento finali in Italia e non c’erano leggi sui rifiuti transfrontalieri, quindi si cercavano fuori dall’Europa altri centri di smaltimento

A parlare così, in un’audizione del 18 settembre 2017 dinanzi la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, è l’imprenditore lombardo Renato Pent, titolare della Jelly Wax, tra le principali società nello smaltimento «transfrontaliero» dei rifiuti, che tra il 1985 e il 1987 offre i suoi servizi a varie aziende italiane.

Jelly Wax, Ecomar, la Instrumag AG di Nickolas Bizzio o la Trd dell’avvocato David Mills, il broker Fin Chart sono alcune delle società con cui l’Italia, dagli anni Ottanta, invia rifiuti

  • a Taiwan, dove sono stati interrati almeno 200.000 cask[5] di residui radioattivi – per un valore di 227 milioni di dollari – in un’area che le organizzazioni ambientaliste, scese in piazza dal 2017, chiedono al governo di identificare. I rifiuti, di proprietà della Corea del Nord guidata negli anni Novanta da Kim-Il Sung sono stati gestiti dalla Odm di Giorgio Comerio
  • in Venezuela attraverso la motonave Lynkx, che arriva in America Latina dopo il divieto di attracco e scarico a Gibuti. Tra i rifiuti accertati nel carico, anche i veleni dell’Acna di Cengio
  • in Libano attraverso la Radhost: un carico di oltre 2.000 tonnellate di rifiuti inizialmente destinati al Venezuela, il cui smaltimento a Beirut è realizzato attraverso società e documenti falsi

Navi come la Baruluch, la Danix, la Line o la Juergen Vesta Denise tra agosto 1987 e aprile 1988 spostano oltre 43.00 tonnellate di rifiuti, finché negli anni Ottanta non si assiste alla rotta inversa. Dal Venezuela il carico della Lynx torna con la motonave Zanoobia (oltre 2.000 tonnellate, tra cui rifiuti a marchio Pirelli, Montedison ed Enichem), che va a prendere il carico al porto di Tartous, in Siria, dove arriva grazie alla nove Makiri; la Jolly Rosso va a Beirut a riprendere il carico della Radhost: 15.800 fusti di cui ne verranno ritirati solo 5.500, gli altri rimarranno ad inquinare il Libano, tanto da portare al divieto di balneazione in alcune spiagge del Paese. È solo un caso che la Radhost arrivi in Libano lo stesso giorno dell’affondamento della motonave Rigel?
La Karin B e la Deep Sea Carrier vanno invece a riprendere i rifiuti spostati dalle navi Baruluch, Danix, Line, Juergen Vesta Denise. La Akabay e la Corina vengono impiegate sulla rotta Italia-Romania.

Per approfondire:

Navi come la “21 Oktobar II”, ammiraglia dei sei pescherecci della flotta “Shifco” (Somali High Fishing Company), donate dalla cooperazione italiana alla Somalia negli anni ‘90. La nave si trova nella rada di Livorno il 10 aprile 1991, giorno della strage del Moby Prince (10 aprile 1991).
La nave ammiraglia di una società che trasporta rifiuti tossici dietro il paravento della cooperazione italiana si trova nel porto di Livorno nello stesso momento in cui sette navi (che indagini del 2018 aumentano a nove[6]) sotto controllo degli Stati Uniti stanno trasbordando armi destinate a Paesi terzi non identificati, e non alla base statunitense di Camp Derby, sede della Southern European Task Force (SETF), come dicono i documenti ufficiali. Traffico d’armi, in sintesi. Secondo un documento del Dipartimento della Difesa statunitense, “Comando Traffico Militare, Terminal Battaglione Italia” tre di queste navi – Cape Breton, Efdim Junior, Gallant II – sono state impiegate per il trasporto di armi per la guerra del Golfo, conclusa quaranta giorni prima della strage.
Quel traffico di armi pagate in rifiuti tossici su cui paiono legarsi le indagini giornalistiche di Ilaria Alpi e Mauro Rostagno che si scoprirà anni dopo, è alla base proprio dell’ultima indagine giornalistica della giornalista del Tg3 e del suo operatore, Miran Hrovatin.

Ilaria Alpi, L’ultimo viaggio – RaiTre

Per Approfondire:

Il 15 giugno 1998 il Nucleo operativo della Guardia Forestale di Brescia [video] – guidato dal colonnello Gianni De Podestà – invia una informativa alla procura di Milano in cui riporta varie operazioni di smantellamento in Africa, spesso guidate da Guido Garelli: oltre alla Somalia, la rotta più nota e forse più indagata dai giornalisti, l’informativa parla di 25 milioni di rifiuti industriali interrati in 5 anni, a Bomen, in Sierra Leone, tra il 1988 e il 1992-1993. Oltre che di accordi stipulati con Mauritania, Marocco, Senegal, Zimbabwe e Gabon.
Un anno prima la stessa procura di Milano ha aperto una indagine su uno smaltimento di rifiuti in Mozambico, nell’ambito del progetto “Urano”.

Tra l’autunno 1987 e la primavera 1988 almeno tre navi – Kirsten, Danix e Line, quest’ultima inizialmente destinate al porto di Sulina (Romania) – trasportano rifiuti a Koko, in Nigeria [Repubblica/1; Repubblica/2].
Non tutto il carico proviene dall’Italia, ma è il nostro Paese a farsi carico del recupero attraverso la Karin B [Repubblica; AdnKronos], che termina il suo viaggio a Livorno dopo essere stata respinta da tutti i porti del mondo e i cui veleni, oggi, sarebbero seppelliti a Ca’ Leona, nel ferrarese, in terreni oggi usati per l’agroalimentare. «Per tale situazione», scrive la Forestale nell’informativa

si sollevò un problema politico in quanto la nave Piave venne sequestrata in Nigeria a garanzia che il Governo italiano si riprendesse i rifiuti scaricati abusivamente a Koko

In Venezuela non si assiste ad un sequestro navale, ma anche il governo di Caracas ad un certo punto decide di porre fine all’interramento dei rifiuti italiani: nel febbraio 1987, durante lo scarico di alcuni fusti si rompono, lasciando fuoriuscire parte dei veleni, contaminando anche alcuni bambini. I fusti che arrivano nel Paese latinoamericano sono, per stessa ammissione della Jelly Wax, «fatiscenti», tanto da essere «triturati con tutto il contenuto e travasati in altri fusti», come la società scrive alla Inversiones Ileadil, responsabile del progetto-rifiuti nel Paese. Per questo il governo di Jaime Ramón Lusinchi (1984-1989) decide di restituire tutto a Roma.

Il viaggio delle motonavi Lynx e Makiri – infografica Corriere.it

Per approfondire:

Al suo apice – la seconda metà degli anni Ottanta – l’intero mercato illecito dei rifiuti tossici italiani vale mille miliardi di lire e, secondo alcune stime, sposta circa 7.000 tonnellate di veleni, anche se analisi realizzate da Greenpeace parlano di 500.000 tonnellate.
Veleni usati anche come materiale da costruzione a basso costo: è interrando migliaia di container pieni di fanghi, vernici, ceneri e terreni contaminati che vengono costruiti il porto di Eel Ma’aan e la Garowe-Bosaso in Somalia o alcuni tratti della rete autostradale in Italia mischiando rifiuti e calcestruzzo, nel cosiddetto “concrete green”: l’autostrada Valdastico Sud in Veneto (autostrada A31), la Brescia-Bergamo-Milano o il tratto dell’autostrada A4 a Castegnato – nel bresciano, dove rifiuti sono stati ritrovati anche nei lavori della Tav – sono state realizzate con questo criterio [BresciaToday; Greenme.it].

Per approfondire:

“Impossibile scavare nei rifiuti di Rotondella”

Al porto di Livorno arrivano anche i rifiuti nucleari del Centro ricerche Enea di Trisaia di Rotondella (Matera), dove gli impianti “Itrec” (Trattamento e Rifabbricazione Elementi di Combustibile) della Sogin – la società di Stato incaricata della bonifica dei siti nucleari – sono usati per decenni per il trattamento del ciclo nucleare uranio-torio, il cosiddetto “Elk River. Nel 2013 una parte di questi rifiuti – uranio, nello specifico – torna a Washington attraverso un viaggio “top secret” in seguito scoperto dalla stampa italiana [Repubblica-Bari; Fatto Quotidiano].
Uranio che arriva a Rotondella fin dagli anni Settanta, quando il paese è attenzionato dai servizi segreti di mezzo mondo: varie informative parlano di un traffico di rifiuti radioattivi gestito dalla ‘ndrangheta – in particolare la ‘ndrina Musitano – e di armi nucleari trafficate verso Paesi come Somalia, Pakistan o Iraq, da cui negli anni sono arrivati tecnici per una serie di stage.
«Oggi è oggettivamente quasi impossibile ricostruire cosa i tecnici e i soggetti titolari della politica nucleare abbiano fatto all’interno del Centro di Trisaia nel corso degli anni» dichiara nel 2009 il procuratore Francesco Basentini della Direzione Distrettuale Antimafia di Potenza, che all’epoca guida le indagini sulla mancata custodia dei materiali radioattivi e, soprattutto una possibile produzione clandestina di plutonio da cedere all’estero. Tutto archiviato nel 2010.

Per approfondire:

La discarica c’è, ma non esiste…

Così come a Seveso, anche a La Spezia intorno ai rifiuti tossici si costituisce un “gruppo di manovra”: a guidarlo sono Franco Bertolla e soprattutto Orazio Duvia, proprietari attraverso la società “Depeti” della discarica di Pittelli, all’epoca la più grande discarica d’Italia – poi sostituita da Malagrotta – e tra le più grandi d’Europa. [Corriere della Sera (video); Fatto Quotidiano; Repubblica]
Da un punto di vista penale la discarica di Pittelli non esiste, nonostante migliaia di pagine di indagine, intercettazioni e relazioni delle Commissioni parlamentari d’inchiesta accertino la presenza di «rifiuti potenzialmente nocivi, in grande quantità e varietà, in larga parte mediante interramento/imboscamento» senza prevedere la minima misura di protezione dell’ambiente.

De Grazia, Mancini e il pool contro “il gioco grande del Potere”

Contro l’avvelenamento di terre e corpi – criminale, sistematico e accettato dai più alti vertici dello Stato – molti sono stati gli investigatori che hanno provato a fermare il traffico di rifiuti tossici italiano, venendo però spesso fermati dal “gioco grande del Potere”, per dirla con il titolo di un libro di Sandra Bonsanti edito da Chiarelettere nel 2013.
Investigatori come i colonnelli del Corpo Forestale dello Stato Gianni De Podestà – che diventerà uno dei massimi esperti nel traffico di rifiuti – e Rino Martini, come Sergio De Caprio, il “capitano Ultimo” riassegnato al Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri (Noe) dopo l’arresto del boss corleonese Salvatore Riina (15 gennaio 1993) [Fatto Quotidiano; Tiscali Notizie].

E poi ci sono il capitano di fregata Natale De Grazia e il commissario di polizia Roberto Mancini.
De Grazia sta indagando sulle “navi a perdere” – in particolare sulla “Latvia”, appartenente al Kgb e caricata probabilmente con mercurio rosso radioattivo – per conto del pool voluto dal procuratore calabrese Francesco Neri quando muore – per avvelenamento – il 13 dicembre 1995, mentre sta andando proprio a La Spezia.

Nel 2002 al commissario Roberto Mancini viene diagnosticato un Linfoma non Hodgkin contratto mentre indaga sugli intrecci tra mafie, banche, multinazionali e massoneria nel traffico di rifiuti [video]. A farlo ammalare è soprattutto la sua indagine sulla “Terra dei fuochi” in Campania, emergenza sanitaria ed ambientale che poteva essere evitata se, venti anni fa, le istituzioni non avessero deciso di porre sotto segreto le dichiarazioni del boss casalese Carmine Schiavone. È anche per questo che quelle stesse istituzioni non riconoscono alcun risarcimento al commissario “morto per dovere” nel 2014?

Per approfondire:

Scheda di approfondimento - La sanatoria Salvini-Di Maio sui fanghi tossici

Dal 28 settembre 2018, attraverso il “decreto Genova” (d.l.109/2018) il governo Conte I ha innalzato di venti volte il limite per l’uso dei fanghi di depurazione in agricoltura da 50 milligrammi per chilo a 1.000 mg/kg. Un favore alle ecomafie sulla pelle dei cittadini di aree come Ca’Emo (Rovigo), Fabbrico (Reggio Emilia), Monticelli Pavese (Pavia) o Calcinato (Brescia) dove tali fanghi sono ampiamente utilizzati.

I fanghi di depurazione sono classificati come “rifiuti speciali”, risultanti dal trattamento con calce viva o acido solforico delle acque reflue civili e industriali – da cui derivano anche i gessi di defecazione – e poi usati su terreni agricoli a cui è necessario modifcare pH, salinità e tenore di sodio per renderli più morbidi, più fertili e meno soggetti a crisi idriche. Ma i controlli sono lasciati spesso agli stessi impianti produttori. Anche per questo nei fanghi sono presenti idrocarburi policiclici aromatici (Ipa), diossine, cromo – anche cromo esavalente – selenio, arsenico o policlorobifenili (Pcb, il cui uso è illegale addirittura dal 1984) o sostanze perfluoroalchiliche (Pfas): sostanze altamente tossiche note per essere interferenti endocrini o per la loro bioaccumulabilità.

Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Lazio sono le regioni in cui è più diffuso il ricorso a tali fanghi e gessi, spesso rubricandoli come destinati ad altro uso nei documenti di trasporto e scarico.
Anche il governo Conte I nasconde la verità tra le righe di un documento ufficiale: riprendendo la legge da una delibera della Regione Lombardia del settembre 2017 (giunta Maroni) che innalza a 10.000 mg/kg di sostanza secca il limite di idrocarburi presenti nei fanghi di depurazione, finché un ricorso al Tar presentato da ben 51 sindaci cancella la norma, fissando il limite a 50 mg/kg. Oltrepassato quel limite bisogna bonificare. Ma a Palazzo Chigi quel «sostanza secca» – un numero certo – diventa «sostanza tal quale», in modo da rendere aggirabile il limite diluendo la concentrazione di rifiuti con acqua. La differenza non è affatto sottile: 1.000 mg/kg di sostanza tal quale equivalgono infatti a 5.000-8.000 mg/kg di sostanza secca. È così che, ad esempio, la Lombardia risulta non usare fanghi di depurazione in agricoltura pur essendone la maggior utilizzatrice in Italia.

Dal 1 gennaio 2019, inoltre, la cancellazione del controverso sistema “Sistri” sulla tracciabilità dei rifiuti speciali – che permetteva di monitorare in tempo reale il tragitto dei rifiuti dal produttore al consumatore finale – ha eliminato un sistema di controllo di un “mercato” in cui, oltre a controlli non troppo stretti, non esiste alcun obbligo di comunicazione.

Per approfondire: Senza tracciabilità e controlli, la guerra dei rifiuti non si può vincere – Walter Ganapini, Rosy Battaglia, Valori.it, 14 dicembre 2018

E senza dati i cittadini vengono informati male, reiterando il “paradigma Terra dei fuochi” in cui una denuncia tempestiva, accurata e attenta al territorio vent’anni fa avrebbe potuto evitare la crisi sanitaria ed ambientale che oggi affrontano le popolazioni locali da Brescia a Taranto, dal “triangolo della morte” Augusta-Melilli-Priolo fino al Veneto.
E mentre le agromafie si interessano all’accesso illegittimo ai fondi pubblici europei, la cessione a titolo gratuito dei fanghi di depurazione per gli alti costi dello smaltimento legale fa il gioco delle ecomafie. Reiterando la posizione dello Stato italiano come trafficante di rifiuti tossici.

Una nuova verità sull’omicidio De Grazia

Il 12 dicembre 2019 Antonio Musella su Fanpage.it racconta una verità diversa sull’omicidio del capitano Natale De Grazia: la versione ufficiale ha sempre parlato di morte nel sonno per cause naturali. “morte naturale dell’adulto”, scrive il sostituto Procuratore Giancarlo Russo della Procura di Nocera nella richiesta di archiviazione. Ma dalle immagini del corpo depositate presso l’archivio della Camera dei Deputati – e di cui la Commissione parlamentare
d’inchiesta sulle ecomafie ha preso visione – emerge un «corpo martoriato»:

aveva il volto gonfio, il naso gonfio come se avesse preso una testata, era tutto pieno di lividi, come se qualcosa gli fosse esploso dentro. Sotto il costato, all’altezza dell’ascella aveva una ferita a forma di triangolo, sembravano bruciature fatte con un ferro incandescente, una cosa strana. il dubbio che mi viene è che potessero essere dei segnali di tortura

Segni difficilmente compatibili con la ricostruzione “ufficiale” di questi 24 anni. Quello che emerge da questa nuova ricostruzione, riporta Musella, è che il capitano Natale De Grazia sia stato accompagnato ad un appuntamento, dove sarebbe stato «sequestrato e torturato» per avere informazioni, ma sarebbe stato ucciso perché da lui, «attrezzato per la tortura», i sequestratori non avrebbero ottenuto alcunché. Il corpo esanime sarebbe stato fatto ritrovare presso la piazzola di sosta dell’autostrada Caserta – Salerno, nel punto in cui i due carabinieri si sono fermati quando si sono accorti del malore del capitano. «Proprio quella piazzola è facilmente raggiungibile da una strada di campagna parallela all’autostrada nel Comune di Mercato San Severino» (Salerno).

Oltre che sulla Rigel, raccontano le fonti intervistate da Fanpage, De Grazia indaga anche su un vero e proprio traffico di 800 kg di polvere di uranio trasportate da una nave dell’Esercito americano – la “Americana” – verso la centrale nucleare di Bosco Marengo, in provincia di Alessandria, dove De Grazia si stava dirigendo quando viene sequestrato, torturato e ucciso. Una volta lavorata, la polvere di uranio sarebbe poi diventata combustibile nucleare da inviare in Lettonia o Russia. Di fatto, l’indagine che uccide il capitano Natale De Grazia riguarda un mercato nero con al centro il combustibile nucleare scambiato tra Stati Uniti e Russia a pochi anni dalla fine della Guerra Fredda. Un mercato nero che ha avuto per scenario l’Italia. Un mercato nero che è terminato in quel 1995? De Grazia ha le prove che qualcuno, all’interno del pool investigativo «passava informazioni ai servizi segreti deviati». Chi, dunque, sequestra, tortura e uccide – volontariamente? – il capitano che sta indagando sul traffico di rifiuti tossici e combustibile nucleare? Il suo sacrificio serve a tutelare una vera e propria trattativa illecita tra Washington e Mosca?

Per approfondire:

Seveso-Mogadiscio-Gline: geopolitica del rifiuto tossico italiano

Pochi mesi prima dell’omicidio del capitano Natale De Grazia, davanti agli agenti della Guardia Forestale di Brescia si presenta il teste “Pinocchio”, probabilmente vicino ai servizi segreti ma di cui, ancora oggi, non si conosce la vera identità. È, comunque, un testimone particolarmente informato sul traffico di rifiuti tossici, tanto da riuscire con facilità a collegare Orazio Duvia con Luigi Baffigi, il proprietario della discarica di Pittelli con l’ingegnere che si occupa dello smaltimento dei 41 fusti contenenti i veleni di Seveso.
Pinocchio parla anche della motonave “Rigel” e di rifiuti inviati in Nord Africa e Albania, che in quegli anni Novanta diventano rotte di armi e latitanti per il clan mafioso-camorristico dei casalesi. È attraverso un sistema finanziario parallelo di Tirana, continua Pinocchio, che vengono pagati i rifiuti trafficati. Ma sulle sue dichiarazioni nessuno sembra interessato a voler indagare. [AlbaniaNews; EastJournal]

Triangolazioni con società finanziarie e servizi segreti permettono al gruppo Duvia-Bertolla di spostare i rifiuti italiani nella Romania del regime di Nicolae Ceauşescu: è dal porto di Sulina che transitano parte dei veleni di Seveso e dell’Acna di Cengio (Savona), da cui partono 374 composti chimici usati anche dall’industria militare.
In anni più recenti, rifiuti italiani hanno seguito la rotta per le discariche di Gline e Tucea, secondo la Procura di Roma riconducibili a Massimo Ciancimino attraverso società come Sirco ed Ecorec. A quest’ultima sono collegati inoltre i nomi dei fratelli Sergio e Giuseppe Pileri [il Messaggero/1; il Messaggero/2], di Manlio Cerroni – ex proprietario della discarica di Malagrotta – e dell’imprenditore Romano Tronci, collaboratore di Orazio Duvia, a sua volta legato al clan camorristico La Marca.
Francesco La Marca, membro del clan, è tra i titolari della Di.fra.bi, società con cui i casalesi controllano la discarica di Pianura, dove gli inquirenti individuano parte dei veleni dell’Acna, ritrovati anche nelle discariche gestite dai boss Gaetano Vassallo (a Giuliano) e Cipriano Chianese (Resit 1 e 2).

Nel 2010 un dossier di Greenpeace – organizzazione che negli anni ha denunciato tanto il dumping della Odm che il ruolo della Trd di Mills o lo stesso “progetto Urano” – denuncia come rifiuti tossici provenienti dagli impianti della Stoppani e dell’Ilva di Genova siano finiti nella discarica di Nerva, provincia andaluse di Huelva (Spagna), di proprietà della Befesa e situata a «circa 500 metri dal fiume Rio Tinto e ad un chilometro dal bacino di Jarrama, che fornisce acqua potabile a diversi comuni dell’area».

Mentre stringe accordi con Bucarest, l’Italia è dunque costretta a riprendersi parte dei veleni disseminati in America Latina, Africa, Europa dell’Est, in alcuni casi stipulando veri e propri accordi di scambio tra denaro, armi e rifiuti, tossici e non. Per il solo recupero dei rifiuti dal Libano l’Italia spende 250 miliardi di lire.
A gestire l’operazione di ritorno dei rifiuti in Italia è Cesarina Ferruzzi, arrestata nel 2009 per lo scandalo della bonifica dell’ex stabilimento Montedison a Milano Rogoredo [Fatto Quotidiano; il Giornale; Corriere della Sera].
L’uranio impoverito restituitoci da Beirut torna in Italia sulla “Jolly Rosso”, motonave che lega il traffico di rifiuti tossici alla cooperazione internazionale. O, per meglio dire, alla sparizione di 1.400 miliardi di lire lungo la rotta Roma-Mogadiscio. Rotta su cui transitano rifiuti tossici, armi, segreti di Stato e giornalisti uccisi.

All’interno del “progetto Urano”, creato nel 1987 ed affidato a Luciano Spada con il benestare del Partito Socialista di Craxi, con il quale si vuole trasformare il Sahara ed il Nord Africa in una gigantesca discarica in cambio di armi, la Somalia in cui Farah Aidid e Ali Mahdi si scontrano per la successione al governo di Siad Barre (1969-1991) diventa la piazza di scambio perfetta per rifiuti ed armi, scambio che sfrutta accordi segreti con Paesi sotto embargo e gruppi di manovra in cui politici siedono accanto a trafficanti e boss, faccendieri accanto a imprenditori, funzionari delle istituzioni e uomini della massoneria.

È in questo sistema che si sviluppa il “progetto Urano 2”, in cui forte è il coinvolgimento dei “socialisti rampanti” legati a Bettino Craxi, che provano ad affrancarsi dal comunismo finanziando partiti e movimenti di liberazione. A gestire i progetto sono:

  • Luciano Spada, politico socialista e craxiano
  • Giampiero Sebri, portaborse di Spada dal 1983 al 1989
  • Nickolas Bizzio, finanziere italo-americano legato tanto a Spada quanto alla ‘ndrina Iamonte che a Monzer al Kassar, il più importante trafficante d’armi dell’epoca (insieme a Viktor Bout)
  • Guido Garelli, Commodoro della Marina dell’Autorità territoriale del Sahara. È lui a parlare al procuratore di Asti del “dual use” della Icmesa, la società dai cui impianti escono i “veleni di Seveso”
  • Roberto Ruppen, braccio destro di Garelli, nominato da Ali Mahdi procuratore fiduciario per lo sblocco dei fondi della cooperazione italo-somala
  • Gian Mario Baruchello, ingegnere legato a Manlio Cerroni, per il quale progetta la discarica di Pian dell’Olmo

Armi in cambio di rifiuti tossici

Nel 2000 l’Onu accusa al Kassar di usare proprio la Shifco per trasportare un carico di armi polacche a Mogadiscio. Quelle stesse armi in cui, come emerge dalle ultime risultanze investigative, sembra si siano imbattuti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Armi che partono (anche) da Trapani, città che le indagini dei giudici Giangiacomo Ciaccio Montalto e Carlo Palermo individuano come una delle capitali dei traffici illeciti italiani. Armi e rifiuti, in città, legano la loggia massonica “Iside 2”, con base nel centro culturale “Scontrino”, all’aeroporto militare di Kinisia, all’epoca usato per il traffico d’armi [LiberaInformazione; Malitalia] e per l’addestramento degli agenti del “centro Scorpione”, unica base meridionale dell’operazione Gladio.
A guidare il centro – la cui attività è ancora oggi misteriosa – è il maresciallo Vincenzo Li Causi, sottufficiale del Sismi, fonte di Ilaria Alpi a Mogadiscio e agente dell’”Ossi”[7], dichiarato lesivo dell’ordine costituzionale nel 1997. Li Causi viene ucciso da un cecchino a Balad il 12 novembre 1993, poche ore prima di testimoniare su un traffico di armi tra Liguria e Sicilia che coinvolge Gladio.

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio, Mauro Rostagno a Trapani: uccisi mentre seguono la stessa pista di armi e rifiuti tra l’Italia e la Somalia?
Nel traffico d’armi è coinvolto anche Francesco Cardella, con Rostagno fondatore della comunità terapeutica “Saman” è «anello di congiunzione tra i socialisti italiani, la mafia trapanese, che era la più potente e meno permeabile, la massoneria, nonché ambienti internazionali dediti al riciclaggio»[8]. Traffico in cui, dichiara Guido Garelli ai giudici, vi è il diretto coinvolgimento della National Security Agency, nascosta dietro la società “Instrumag” che fa capo a Nickolas Bizzio.
Giampiero Sebri, in seguito pentito come Franco Bertolla, dichiara ad Andrea Palladino per il libro “Trafficanti. Sulle piste di veleni, armi e rifiuti”[9] che l’uomo inviato da Cardella in Somalia – Giuseppe Cammisa, detto “Jupiter” – è una delle ultime persone incontrate da Ilaria Alpi. E il cerchio, sul “caso Alpi-Rostagno” pare così potersi chiudere.

È nelle acque somale che la Oceanic Disposal Management (Odm) progetta di interrare rifiuti tramite siluri-penetratori. Idea ripresa da quel “progetto Dodos” dell’Ocse cui partecipa, seppur con ruolo secondario, anche quel Giorgio Comerio direttore tecnico della Odm che un dossier del Sismi, i servizi segreti militari, accusa di fare dumping di scorie nucleari in mare.
Tra i soci della Odm c’è anche Renato Pent, titolare della Jelly Wax, azienda lombarda che trasporta i veleni in Libano e noto alle procure come trafficante di rifiuti.

Scorie nucleari come quelle che la Fin Chart gestisce fin dagli anni Ottanta lungo le rotte dell’Africa e dell’America Latina. Fino al giugno 1993 la società ha sede al numero civico 43 di via Fauro a Roma, a pochi metri di distanza da una piccola compagnia aerea di proprietà di Guido Garelli e Giancarlo Marocchino, faccendiere italiano in Somalia di cui non è mai stato realmente chiarito il ruolo nell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin avvenuto il 20 marzo 1994, ad una settimana dall’elezione di Silvio Berlusconi, e della neonata Forza Italia, alla guida dell’Italia. C’è un collegamento tra i due eventi? In tal senso è solo un caso che due collaboratori dell’ex premier siano coinvolti nel traffico di rifiuti, in maniera più o meno diretta?

  • Uno è l’avvocato David Mills, collaboratore Fininvest condannato per corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza nei processi “Arces” e “All Iberian”, aperti rispettivamente per corruzione della Guardia di Finanza e fondi neri. Oltre che avvocato, Mills è stato titolare della Technological Research and Development Ltd (Trd), società che nel 1998 si offre a varie aziende italiane per smaltire rifiuti in Africa.
  • L’altro è Roberto Ruppen, procuratore per i fondi della cooperazione italo-somala e membro – oltre che del grupo di lavoro sul progetto “Urano 2” – anche del misterioso “gruppo Botticelli”, creato da Marcello Dell’Utri per gestire l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi nel 1994. Il gruppo sparisce un mese dopo l’attentato di via Fauro del 14 maggio 1993, da sempre descritto – erroneamente? – come fallito attentato al giornalista Maurizio Costanzo, in quegli anni attivo nel denunciare la fase stragista di cosa nostra. La “matrice mafiosa” dell’attentato è solo un modo per distrarre dalla sua reale motivazione?

    Coa(li)zione a ripetersi?

    Sul tavolo della Commissione bicamerale sui rifiuti, nel novembre 2013, ci sono oltre 600 dossier posti sotto segreto parlamentare, impedendo così agli stessi deputati e senatori di averne accesso. Dossier che non hanno indicizzazione – rendendone così ancor più complicata una eventuale consultazione – e su argomenti di cui i vertici dei servizi segreti dichiarano non essersi mai occupati. Ci sono, tra quei documenti, le dichiarazioni del boss Carmine Schiavone che denunciano l’avvelenamento della Campania prima ancora che la “Terra dei fuochi” sia anche solo un embrione di emergenza; ci sono documenti sui traffici di rifiuti in Somalia e sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin o sul traffico d’armi. Alcuni dati: 8.000 i documenti inerenti l’assassinio dei due giornalisti del Tg3; 600 quelli sulle navi dei veleni; un centinaio quelli riguardanti Giorgio Comerio. Documenti che, riportano Andrea Palladino e Andrea Tornago sul Manifesto nel 2014 [Diritti Globali; Antimafia Duemila], sono posti sotto lo stretto controllo di alcuni alti funzionari «le cui carriere attraverano e osservano con distaccato riserbo il susseguirsi di legislature e stagioni politiche». E il cerchio sul traffico di rifiuti tossici (e armi) come “traffico illecito di Stato” si chiude.


    Note
    1. La causa più probabile dell’avaria è l’arresto volontario della produzione di triclorofenolo senza l’azionamento del raffreddamento della massa e senza contrastare l’esotermicità della reazione, aggravata da una catena di lavorazione in cui l’acidificazione del prodotto veniva fatta dopo la distillazione. Solo l’apertura delle valvole di sicurezza evita l’esplosione del reattore, rilasciando la Tcdd nell’aria dando così origine al “disastro” di Seveso
    2. A. Baccarelli, S.M. Giacomini, C. Corbetta, M.T. Landi, M. Bonzini, D. Consonni, P. Grillo, D.G. Patterson Jr., A.C. Pesatori, P.A. Bertazzi, “Neonatal Thyroid Function in Seveso 25 years after Maternal Exposure to Dioxin“, Plos Medicine, 5 luglio 2008
    3. Scorie di guerra fredda inchiesta di Maurizio Torrealta, andata in onda su Rai2 il 13 marzo 1997
    4. Il progetto “Dodos” (Deep Ocean Data Operating System) nasce nel 1977 allo scopo di trovare soluzioni per lo smaltimento delle scorie radioattive in mare e sulla terraferma. A volerlo è l’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, con finanziamento dell’Euratom, l’Organizzazione dell’Unione Europea che coordina i programmi di ricerca sull’energia nucleare dei Paesi membri, assicurando l’uso pacifico di tale energia. Al progetto partecipano una decina di aziende private. Viene abbandonato definitivamente nel giro di un decennio per l’impossibilità di trovare siti idonei e soluzioni scientifiche adatte. l’approvazione del Protocollo di Londra contro il dumping dei rifiuti (1996), che parte dalla Convenzione del 1972, porta alla definitiva chiusura della versione “legale” del progetto, sostituito dalla sua versione “criminale”: il progetto “Urano”
    5. Contenitore metallico schermante usato per lo stoccaggio e per il trasproto di combustibile nucleare “irraggiato” e, più in generale, dei rifiuti radioattivi.
    6. Le sette navi sono: Cape Breton, Efrim Junior, Gallant II, Cape Syros, Cape Flattery, Cape Farewell e Margaret Weix. Nel 2018 è accertata la presenza di altre due navi controllate dagli Stati Uniti: la Port de Lyon e la Esperus
    7. Il gruppo “Ossi” – Operatori Speciali Servizi Italiani – è (stato?) un reparto speciale dei nostri servizi segreti utilizzato per la protezione di alte personalità ufficialmente sciolto nel 1997, dopo che due sentenze lo definiscono «lesivo dell’ordine costituzionale» (II Corte d’Assise di Roma, 21 marzo 1997; Suprema Corte di Cassazione, 1 febbraio 2001)
    8. L. Scalettari, L. Grimaldi, 1994. L’anno che ha cambiato l’Italia. Dal caso Moby Prince agli omicidi di Mauro Rostagno e Ilaria Alpi. Una storia mai raccontata, Milano, Chiarelettere, 2010, p.310
    9. A. Palladino, Trafficanti. Sulle piste di veleni, armi e rifiuti, Roma-Bari, Laterza, 2012, pp. 144-147

    Case study #1: Il triangolo “armi per rifiuti” e gli omicidi di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Mauro Rostagno e Vincenzo Li Causi

    1988-1994. Trapani e Mogadiscio. Da un lato le armi, dall’altro i rifiuti tossici. Da una parte Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, dall’altra Mauro Rostagno. Nel mezzo Giuseppe Cammisa, detto “Jupiter” e la recente decisione da parte del gip del Tribunale di Roma Andrea Fanelli di non archiviare le indagini sull’omicidio Alpi-Hrovatin, avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo 1994, una settimana prima delle elezioni politiche che in Italia decreteranno l’elezione del primo governo guidato dall’imprenditore Silvio Berlusconi, che vede due suoi collaboratori – l’avvocato David Mills e Roberto Ruppen – fortemente coinvolti proprio nel traffico di rifiuti tossici. Ma il 1994 è, anche, l’anno del ritorno in Italia dei militari coinvolti nell’Operazione “Ibis” [SocialNews; Repubblica; NoiDonne], parte della più ampia missione Onu “Restore Hope”. Ad ottobre 2019, mentre proroga le indagini sull’omicidio dei due giornalisti del Tg3, il gip chiede l’acquisizione degli atti del processo per l’omicidio del giornalista Mauro Rostagno, avvenuto a Valderice, nel trapanese, il 26 settembre 1988. Con il passare degli anni e delle indagini pare sempre più evidente come i due omicidi siano legati dal ruolo giocato da Giuseppe Cammisa.

    Braccio destro di Francesco Cardella – insieme proprio a Rostagno fondatore della comunità Saman e molto legato al leader socialista ed ex presidente del Consiglio Bettino Craxi – incrociando indagini e documenti del Sios[1], gli inquirenti hanno accertato come Cammisa sia l’uomo che impedisce ad Ilaria Alpi e Miran Hrovatin di prendere il volo di ritorno per Mogadiscio dopo la registrazione dell’intervista con il “sultano di Bosaso”, alias Abdullahi Mussa Bogor, prima indicato come mandante dell’omicidio poi divenuto teste-chiave nel processo. Di quell’intervista – 2 ore e 30 minuti circa, nelle quali si parla di armi e del sequestro della nave Faarax Omar, uno dei sei pescherecci della Shifco – in Italia ne arrivano solo 12 minuti, e non sarà l’unica sparizione avvenuta dopo gli omicidi: nel volo di ritorno delle salme da Mogadiscio spariscono infatti due taccuini di appunti e alcune videocassette con il materiale girato. Cosa si diceva nel resto dell’intervista?

    Insieme ad un altro agente dei nostri servizi segreti – “Condor”, al secolo Marco Mandolini, sottufficiale del Col Moschin ucciso in circostanze mai chiarite in Versilia nel 1995 – Cammisa è inviato dal Sios Marina di La Spezia a Bosaso e Las Korey a causa di “presenze anomale, come emerge da un modulo militare datato 14 marzo 1994. La sua missione ufficiale, però, è aprire un ospedale, anche se ad oggi non è stato ritrovato in merito nemmeno un appunto scritto a mano su un foglio strappato.
    Nel messaggio che attiva Jupiter e Condor, si parla di un “possibile intervento”: è l’ordine di Gladio di uccidere Ilaria Alpi e Miran Hrovatin?

    A Bosaso “Jupiter” ci arriva con un aereo Unosom, il comando della missione Onu, lo stesso velivolo che dovrebbe riportare i due giornalisti del Tg3 a Mogadiscio. Quelle “presenze anomale” sono Ilaria Alpi e Miran Hrovatin? Oppure sono da individuare nell’attività di Cammisa come agente di Gladio? O pancora, come appare sempre più evidente, le due cose sono collegate e dunque c’è un interesse di Gladio nell’omicidio Alpi-Hrovatin (e Rostagno)? [Fatto Quotidiano/1; Fatto Quotidiano/2]

    Gladio a Trapani ha sede – nel cosiddetto centro “Scorpione” – a quattro chilometri dalla sede della comunità “Saman” di Cardella e Rostagno, che secondo il faccendiere e collaboratore di giustizia Francesco Elmo sarebbe stata usata per alloggiare estremisti arabi con il benestare dei servizi segreti[2]. Il giornalista viene ucciso mentre indaga sul traffico di armi in partenza dalla pista di atterraggio di Kinisia (oggi Trapani Milo), gestita proprio dall’organizzazione atlantica. In un primo momento Cammisa viene arrestato per l’omicidio Rostagno, vedendo poi archiviata la sua posizione. A gestire il centro è il maresciallo Vincenzo Li Causi, agente del Sismi, di Gladio e di un particolare gruppo denominato “Ossi” (Operatori speciali servizi italiani), sciolto dalla Corte d’Assise di Roma nel 1997 in quanto «eversivo dell’ordine costituzionale». Lo stesso maresciallo Li Causi che è fonte di Ilaria Alpi a Mogadiscio e che muore, in circostanze mai acclarate, il 12 novembre 1993, pochi giorni prima di deporre davanti al giudice Felice Casson proprio sull’attività del centro Scorpione. Per la sua morte non verrà mai disposta l’autopsia, né mai celebrato un processo.
    Ancora oggi dell’attività del Centro si conosce pochissimo, quasi niente. Si sa che è stato legato ad alcuni traffici di armi e che veniva usato come centro addestramento per esercitazioni dei sommozzatori con esplosivi: elementi che riportano al fallito attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone [Globalist; i Pezzi Mancanti].

    Il 15 giugno 1994 il centro di controspionaggio del Sismi di Trieste scrive che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin “sarebbero stati uccisi a Mogadiscio perché avevano scoperto un traffico di armi nel Porto di Bosaso”, gestito dalla Libia attraverso le navi della Shifco, la compagnia di pescherecci creata dalla cooperazione italo-somala. Il centro Sismi di Firenze, in un documento del 1 ottobre, evidenzia come le armi sarebbero destinate alla fazione del generale Mohammed Farah Aidid, legato alla nascente rete dei Fratelli Musulmani in Somalia: rete che interessa anche Ilaria Alpi. Mohamed Qareb Hussein, responsabile miltare del gruppo in Somalia, sarebbe coinvolto nel traffico d’armi, realizzato attraverso la “21 Oktobar II”, come riporta il Sismi nel 1995. L’Onu, nel maggio 1993, scrive che la Shifco è sì usata per trafficare armi, ma per la fazione di Ali Mahdi, fedele all’Occidente. Finché Omar Said Munye – direttore della Shifco – «avrebbe trasferito il proprio sostegno al generale Aidid». Il perché nessuno lo indagherà mai: per la Commissione d’inchiesta Taormina (2004-2006), i due giornalisti sono morti per una rapina finita male durante una vacanza. Ma la stessa Commissione non si è nemmeno resa conto che un suo collaboratore, quel Giancarlo Marocchino più volte indicato e mai indagato come trafficante di armi e rifiuti e che primo arriva sul luogo dell’omicidio – traffica rifiuti anche durante la sua collaborazione con lo Stato italiano.

    Per l’omicidio Rostagno, al 2019, è condannato l’ex boss trapanese Vincenzo Virga; assolto invece Vito Mazzara, killer legato ai Messina Denaro – clan dominante a Trapani – ed ex componente della nazionale di tiro a volo. Per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin ad oggi non ci sono condanne e, anzi, nel 2016 viene finalmente assolto Hashi Omar Hassan [Huffington Post Italia; Fatto Quotidiano], detenuto per 16 anni da innocente. Talmente innocente che nemmeno Giorgio e Luciana Alpi, genitori di Ilaria, hanno mai creduto alla sua colpevolezza.

    Ma il traffico d’armi in cui si imbattono Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio e Mauro Rostagno a Trapani potrebbe essere molto più grande, talmente grande da far tremare le fondamenta della Repubblica italiana ben più delle bombe della mafia che in quei primi anni Novanta scandiscono la storia nazionale.
    Secondo quanto scrive Roberto Di Nunzio su Articolo21 nel 2017, tra il 1991 e i 1995 arrivano a Bosaso sette spedizioni segrete di armi argentine, gestito dal Presidente della Repubblica Carlos Menem [il Post; la Gazzetta del Mezzogiorno] – «assolto “ad personam” nel 2008, pur lasciando inalterato il castello delle accuse» – dirette alla Croazia coinvolta nella guerra in ex-Jugoslavia e sotto embargo Onu. Una triangolazione da cui l’Italia avrebbe guadagnato un «confine “amico” con la Croazia durante la guerra». Una triangolazione realizzata in piena violazione dell’embargo Onu e che, qualora confermata, avrebbe rappresentato uno «scandalo politico, militare e diplomatico» al cui confronto l’indagine Mani Pulite sarebbe ben poca cosa, coinvolgendo almeno

    • 3 Presidenti del Consiglio (Giulio Andreotti, Giuliano Amato, Carlo Azegli Ciampi)
    • 3 ministri della Difesa (Virginio Rognoni, Salvo Andò, Fabio Fabbri)
    • 4 ministri degli Esteri (Gianni De Michelis, Vincenzo Scotti, Emilio Colombo, Beniamino Andreatta)
    • i vertici dei servizi di intelligence e della sicurezza succedutisi in quegli stessi anni

    Uno scandalo che, se confermato, i più alti vertici dello Stato italiano avrebbero avuto tutto l’interesse ad insabbiare. Qualunque ne fosse il prezzo da pagare. Ma nessuno ha mai davvero indagato, eliminando il problema alla radice. Un’altra domanda rimane però aperta: dati I Paesi coinvolti – Somalia, Argentina, Italia – è una operazione da leggersi sotto le insegne dell’operazione Gladio-P2?

    Per approfondire:

    Note

    1. Il S.I.O.S., acronimo che sta per Servizio Informazioni Operative e Situazione E un’articolazione dei servizi segreti presente in ciascuna delle Forze armate italiane fin dal 1949, quando si occupa soprattutto della sicurezza interna delle basi dei servizi segreti e dell’acquisizione di informazioni in Paesi stranieri. Fino al 2001, anno in cui è sostituito dal Centro Intelligence Interforze, era diviso in SIOS Esercito – comprendente anche i Carabinieri – SIOS Marina e SIOS Aeronautica

    Case study#2: “Terra dei fuochi” una trattativa Stato-camorra-P2?

    «Eravamo dei perdenti, mentre a Napoli diventammo vincenti»: nel 1997 è così che il boss Carmine Schiavone parla, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, del passaggio del clan dei casalesi dalla cosa nostra siciliana alla camorra campana.

    È la metà degli anni Ottanta quando nella Campania mafiosa scoppia lo scontro “siciliano” tra il clan Nuvoletta – legato ai corleonesi di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano – e il clan dei casalesi di Antonio Bardellino e Mario Iovine, legato alla cosa nostra di Stefano Bontate e Tommaso Buscetta.
    All’omicidio di Bontate (23 aprile 1981), che dà origine alla seconda guerra di mafia, e di Ciro Nuvoletta (7 aprile 1994), i casalesi rispondono con l’omicidio di sette esponenti del clan Gionta, alleato dei Nuvoletta. Il tradimento di questi ultimi proprio nei confronti di Gionta porta alla fine della faida e all’omicidio di Giancarlo Siani (23 settembre 1985) che racconta l’intera vicenda da giornalista precario sulle pagine de “Il Mattino”.

    Dalla fine di questa guerra – l’anno è il 1989, lo stesso in cui a Basilea viene firmata la Convenzione che vieta lo smaltimento di rifiuti tossici nei Paesi in via di sviluppo – inizia la scalata al potere dei casalesi, che entrano nel business illecito dei rifiuti sversandoli in un’area di circa 240 ettari e 12-20 metri di profondità in aree tra Acerra, Marigliano, Nola e Regi Lagni.
    Ad instradare il clan in questo settore sono gli avvocati Pino Borsa e Pasquale Priolo, quest’ultimo legato alla Loggia P2 di Licio Gelli, tra i promotori degli accordi tra i casalesi e le ditte del nord Italia. “Ecologia 89”, “Concav” – la cui ragione sociale ufficiale è l’itticoltura – sono due delle società con cui il clan sposta i rifiuti dal nord al sud del Paese, per un guadagno di 600-700 milioni al mese, in particolare nelle discariche gestite dall’avvocato Cipriano Chianese, dal geometra Gaetano Cerci – anch’egli legato a Gelli – e da Gaetano Vassallo, “ministro dell’Ambiente” del clan.

    Alcuni camion coinvolti nel traffico tra il 1987 e il 1993 si fermano a Borgo Montello (Latina) dove analisi del 2009 confermano come nei terreni usati per gli sversamenti sia ancora forte la presenza di veleni come solfati, metalli, cloruro di vinile e triclorometano. Solo nel 2014 sono stati individuati gli invasi in cui i fusti tossici sono stati interrati.
    Bonificare costa troppo, e chi prova a denunciare viene ucciso, come accade a don Cesare Boschin, parroco del borgo ritrovato in canonica, incaprettato e pieno di lividi, il 30 marzo 1995 con la bocca chiusa con il nastro isolante. Ad oggi non è mai stato accertato chi lo abbia ucciso.

    Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto, Toscana: è dalle aziende di queste regioni che partono i “camion dei veleni” gestiti dai casalesi, come dimostrano gli inquirenti della Procura di Santa Maria Capua Vetere durante il processo “Cassiopea”, ad oggi la più grande inchiesta giudiziaria sulle ecomafie in Italia. Un “maxiprocesso” che nel 2011 si conclude, però, con la prescrizione dei reati di tutti i 97 imputati, tra cui l’ex governatore della Regione Campania, Antonio Bassolino, e i vertici del gruppo Impregilo: “non luogo a procedere” scrive il gip Giovanni Caparco del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Traduzione: non ci sono le prove per imbastire il processo, in particolare per i reati di “disastro ambientale” e “avvelenamento delle acque”, le due accuse principali.

    Don Cesare non sarà l’unico ucciso da questa “Italia dei Veleni”, nella quale chi difende l’ambiente, chi prova ad indagare e denunciare viene delegittimato o, nella peggiore delle ipotesi, viene ucciso o lasciato morire, come accade al commissario Roberto Mancini, morto “per dovere” nei confronti dello Stato. Quello stesso Stato che si è reso correo nell’avvelenamento delle terre nascondendosi dietro la segretazione delle dichiarazioni del boss Carmine Schiavone. Dichiarazioni che, conosciute in tempo, avrebbero permesso di disinnescare l’”emergenza” ambientale e sanitaria di oggi con almeno venti anni di anticipo. Così da evitare che, oggi, a gestire le bonifiche possano essere gli stessi clan che hanno gestito il traffico [Altreconomia; Corriere della Sera; Fanpage] di quegli stessi rifiuti tossici, in Italia e nel mondo. «A Terzigno portateci i rifiuti più puzzolenti tanto è gente da quarto mondo», è stata per anni, non a caso, la vera politica del ministero dell’Ambiente.


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