Benito Mussolini e Pietro Badoglio
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Principio di continuità, l’Italia dei fascisti “ripuliti” dall’antifascismo (serie: #GladioFiles)

Ucciso Mussolini, l’Italia del Comitato di Liberazione Nazionale ha un nuovo nemico da abbattere: i Savoia. Nonostante la partecipazione all’arresto del Duce, la famiglia reale è individuata come simbolo massimo della consegna dell’Italia al regime. Per questo Vittorio Emanuele III deve andarsene: ne sono convinti gli antifascisti italiani così come gli Stati Uniti. Ad appoggiare la Corona italiana, ora, c’è solo la Gran Bretagna.

Cambiare forma o rimescolare le carte? L’Italia tra due venti

La soluzione è compromissoria: scartata la possibilità di passare i poteri a Vittorio Emanuele IV, allora minorenne, sotto la supervisione del generale Pietro Badoglio – o della principessa Maria José, come vorrebbe Benedetto Croce – la scelta ricade sul principe ereditario Umberto II, anch’egli fortemente colluso con il regime [AdnKronos | Repubblica]. È, di fatto, la soluzione caldeggiata dai servizi segreti britannici già nel 1941, assicurata anche dalla cosiddetta “pregiudiziale antimonarchica”, una vera e propria tregua istituzionale che, almeno fino alla conclusione della guerra, vieta ai partiti di mettere in discussione l’esistenza della monarchia ed il ruolo della Corona nel sistema dei poteri italiano. Il principio di continuità dello Stato è ufficialmente definito.

I Savoia perseguono però il principio di conservazione, schierandosi con quelle forze conservatrici – come la grande industria – aperte al compromesso con ciò che rimane del vecchio regime e con il nuovo regime-fantoccio istituito dai nazisti a Salò (Brescia). Un blocco di potere che si contrappone al cosiddetto “Vento del Nord”, innovatore e fortemente antifascista, portato dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (Clnai).

La frattura tra i due blocchi ruota proprio intorno alla più o meno forte volontà di epurare dall’Italia ciò che rimane del fascismo, come chiedono a gran voce notabili ciellenisti come Pietro Nenni o Ferruccio Parri. Ma un’ampia parte della popolazione italiana nutre un sentimento profondamente diverso: lo storico Roy Palmer Domenico, nel suo “Processo ai fascisti 1943-1948. Storia di un’epurazione che non c’è stata”[1] scrive che

tra gli italiani c’era chi nutriva perfino rancore verso quanti avevano scelto l’esilio, verso i fuoriusciti, considerandoli o intellettuali viziati che potevano permettersi di passare il tempo sulla riviera francese (cosa che, ovviamente, rispondeva al vero solo in rari casi) oppure, ancor peggio, traditori coinvolti in cospirazioni internazionali contro l’Italia

A che livello arriva l’amministrazione dei fascisti “ripuliti”? I casi Badoglio e Roatta

La transizione, dopo il “suicidio” del fascismo e con gran parte del territorio – e dunque della cittadinanza – ancora in guerra, non può che avvenire con tempi lenti, per gradi: data anche l’assenza di una ”burocrazia antifascista” l’Italia è costretta ad arrangiarsi come può, anche se questo significa “ripulire” vecchi fascisti per (re)inserirli nella nuova macchina amministrativa italiana.

Dopo la conclusione della riunione del Gran Consiglio del 25 luglio 1943, Dino Grandi propone a Vittorio Emanuele III che a guidare l’Italia post-mussoliniana sia il generale Enrico Caviglia [Corriere della Sera | Critica della Storia], senatore dal 1919, anno in cui è nominato ministro della Guerra nel governo guidato da Vittorio Emanuele Orlando (1917-1919). Mai fascista e anzi noto per la sua indipendenza – tanto da essere stimato anche negli ambienti antifascisti – è l’unico generale ad essersi distinto per merito in quella disfatta di Caporetto [il Post | video RaiStoria] (24-26 ottobre 1917) che è, insieme all’obbedienza monarchica, curriculum con cui il maresciallo Pietro Badoglio si presenta alla guida dei primi due governi italiani formati dopo l’arresto di Mussolini:

  • il governo militare, in carica dal 25 luglio 1943 al 17 aprile 1944
  • il governo di “unità nazionale” in carica dal 22 aprile al 5 luglio 1944

Al re Grandi parla del generale Caviglia come del

solo capo militare di alto e indiscusso prestigio di cui l’Italia disponga. Non è mai stato fascista, non ha mai ricevuto alcunché, è di carattere fermo, fiero e assolutamente indipendente, sempre del tutto estraneo alle vicende fasciste. Aggiungo per mia personale esperienza, che gode di grande stima e rispetto in molti circoli britannici, non solo per la sua fiera indipendenza, ma anche perché il corpo di spedizione britannico di Lord Cavan ha combattuto sul Piave e a Vittorio Veneto ai suoi ordini e a tale titolo è stato nominato maresciallo inglese. La famiglia Cavan è sempre rimasta con Caviglia in eccellenti relazioni…Per i suoi precedenti di non-fascista e per il suo prestigio e adamantino carattere sarebbe sicuramente il migliore e più degno capo del nuovo governo. Militari e civili ubbidirebbero a lui fiduciosamente

Badoglio, come Caviglia, non è fascista – è nota ed accertata la sua contrarietà alla Marcia su Roma del 1922 ed alla partecipazione italiana alla Seconda guerra mondiale – ma per il regime è comunque ambasciatore in Brasile, poi capo di Stato Maggiore dell’Esercito oltre che, tra il 1929 ed il 1933, governatore di Cirenaica e Tripolitania durante la campagna militare fascista in Libia [Vice Italia | Internazionale]. Il fallimento di questa operazione rompe i rapporti tra Badoglio e Mussolini, il “cavillo” che nel 1943 permette al re di nominare il maresciallo alla guida dell’esecutivo.

Da capo del governo, Badoglio ha vita facile nel travasare – letteralmente – parte dell’amministrazione fascista nell’Italia del dopo Mussolini: le forze armate che non aderiscono alla Repubblica Sociale di Mussolini, dopo lo scioglimento della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (le “camicie nere”, sciolte il 9 dicembre 1943), vengono cooptate nelle forze armate postfasciste.

Tra i cooptati c’è il generale Mario Roatta che, in un sistema di epurazione concreta, caduto il regime sarebbe incarcerato a vita per crimini di guerra. In Jugoslavia, dove è comandante della III° Armata, è ideatore della politica del “testa per dente, necessaria alla sostituzione delle popolazioni autoctone con gli italiani[2]: con la circolare “3C” ordina ai militari di uccidere ostaggi, incendiare villaggi, torturare e deportare chi si oppone a questo progetto. Inoltre, dal 1939 al 1943 è artefice della politicizzazione del Servizio Informazioni Militari (Sim) fascista, che dota di una «squadra speciale per i lavori sporchi»[3]. A questo gruppo scelto si devono, tra gli altri, l’assassinio di re Alessandro I di Jugoslavia e del ministro degli Esteri francese Loris Barthou, compiuto da Ustascia croati appoggiati dal Sim. Il servizio segreto fascista collabora attivamente al colpo di Stato di Francisco Franco in Spagna nel luglio 1936 attraverso l’Osam (o “Cagoule”), gruppo esecutore materiale dell’omicidio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli (Bagnoles-de-l’Orne, 9 giugno 1937) di cui Roatta, con altri, è accusato di essere il mandante.

Una circolare da lui emanata ordina all’Esercito di aprire il fuoco durante le manifestazioni di protesta[4], perché nonostante un curriculum simile, l’Italia post-fascista affida a questo generale il controllo della repressione del dissenso. Come Badoglio, anche Roatta non è mai stato realmente fascista, ma come molti ha trovato il modo di trarre vantaggio personale schierandosi dalla parte del regime.

Colpevoli di fascismo

Posti fuori dal potere i principali gerarchi – uccisi, arestati o costretti all’esilio – il problema rimane capire come comportarsi con i fascisti “minori“ e con quelli “per obbligo”: l’epurazione deve riguardare tutti coloro che hanno ottenuto profitti o vantaggi diretti dal regime o solo i suoi esponenti più importanti, i suoi simboli? Bisogna punire il regime del Ventennio, quello di Salò o entrambi?

Domande che alla base ne hanno un’altra: il regime fascista è stato la dittatura di una oligarchia o è l’intera classe dirigente che lo ha sostenuto a dover essere collettivamente accusata, come chiede il Partito d’Azione? E ancora: bisogna punire solo chi è stato convintamente fascista o anche chi lo è divenuto per necessità, ad esempio chi ha preso la tessera del partito per trovare lavoro?
Gli italiani chiedono vendetta, ma per procedere è prima necessario definire quale sia il reato formale del regime: in quella prima fase, il “reato di fascismo”, nell’ordinamento italiano, non esiste.

Solo dopo aver definito il “cosa” punire è possibile capire il “chi”, individuando i “colpevoli di fascismo”. Colpevoli che, a ben guardare, andrebbero cercati nei più disparati settori della vita pubblica italiana: la “rivoluzione fascista” nel 1922 sale al potere non attraverso un golpe violento che distrugge i vecchi sistemi di potere ma per volontà-necessità di una coalizione politico-economica, in cui trovano cittadinanza la monarchia e l’Esercito, la grande industria e il potere latifondista-agrario, il grande capitale e parte del mondo culturale. Una coalizione che trova in Mussolini l’uomo d’ordine dopo le proteste del biennio rosso (1919-1920) e lo sviluppo paramilitare e violento del fascismo stesso (1921-1922).

I “ripuliti” e il principio di continuità dello Stato

Ucciso Mussoini e in attesa di capire quale reato contestare ai gerarchi fascisti, funzionari, amministratori di vario genere, membri delle forze dell’ordine e dell’Esercito, semplicemente, cambiano casacca. Continuità dello Stato, tecnicamente. Per i ministri Antonio Sorice (Guerra), Carlo Secillano Favagrossa (Produzione bellica) e Guido Jung (Finanze) l’ufficio è addirittura lo stesso: ministri del regime, si ritrovano negli stessi, identici, ruoli nel governo Badoglio I (1943-1944), mentre Raffaele De Courten – ammiraglio della Marina sotto il regime – viene nominato ministro della Marina nei governi guidati da Badoglio, Ivanoe Bonomi (giugno 1944-giugno 1945), Ferruccio Parri (giugno-dicembre 1945) e Alcide De Gasperi (dicembre 1945-luglio 1946).
Nella lista dei “fascisti riciclati” compare anche il nome di un giovane militare destinato nei decenni successivi a ricoprire un ruolo di primo piano tanto nel contesto nazionale che in quello internazionale: il futuro Gran Maestro della Loggia massonica Propaganda2 (“P2”) Licio Gelli.

Il «purosangue» della mediocrità: nasce il governo Badoglio

Il principio di continuità genera non pochi malumori: per gli Alleati i vecchi fascisti nel nuovo governo italiano non ci devono stare. Anzi, a guidare il Paese deve essere un esecutivo di chiaro stampo antifascista, fanno sapere da Washington. Fino alla liberazione di Roma (4-5 giugno 1944) [Patria Indipendente | RaiStoria] però, gli inglesi puntano ancora su un’Italia guidata dalla monarchia, con il primo ministro britannico Winston Churchill che più volte spende il suo prestigio personale in favore del re e del maresciallo Badoglio, visti come uniche figure istituzionali in grado di (ri)costruire lo Stato italiano mentre gli Alleati sono impegnati con le operazioni militari sul campo.
In assenza di alternative – che in realtà ci sarebbero, come nel caso del generale Caviglia – affidare il governo al maresciallo Badoglio è comunque una soluzione di ripiego: l’unico «purosangue» tra vari «ronzini» per il Maggiore Generale Kenyon Ashe Joyce[5], vicepresidente della Commissione di controllo alleata, è uno dei diretti responsabili della più grande disfatta militare della storia italiana.
Un pessimo segnale per quello che diventerà un sempre più mediocre piano di epurazione del fascismo in Italia.

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Note

  1. Roy Palmer Domenico, Processo ai fascisti 1943-1948. Storia di un’epurazione che non c’è stata, Milano, Rizzoli, 1996, p.6
  2. Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? Vicenza, Neri Pozza Editore, 2005; Alojz Zidar, Il popolo sloveno ricorda e accusa. I crimini compiuti dallo Stato fascista italiano contro gli sloveni, Lipa Koper, 2001, p.231
  3. Aldo Giannuli, Il Noto Servizio. Giulio Andreotti e il caso Moro, Milano, Marco Tropea Editore, 2011, p.28
  4. In Italiani, brava gente? Del Boca parla di 93 morti, 536 feriti e 2.276 arrestati in quei giorni di protesta. A. Del Boca, op.cit., p.241
  5. R. Palmer Domenico, op.cit., pag. 32; a sua volta cita Eric S. Edelman, Incremental Involvement: Italy and United States Foreign Policy, 1943-1948, Yale University, pp.10, 60, 134

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