Usa contro Urss - Gladio contro Gladio in Italia
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Gladio vs. Gladio – una storia politico-paramilitare ancora da raccontare (serie: #GladioFiles)

4 aprile 1949: il governo De Gasperi V (maggio 1948 – gennaio 1950) aderisce al Trattato Nord Atlantico – o, più comunemente, Patto Atlantico – l’accordo firmato[1] per tutelare l’Europa occidentale – e non più nazifascista – da un eventuale attacco militare dell’Unione Sovietica.
Per l’Italia è un ingresso difficile e non pienamente voluto: contrari sono la sinistra italiana, la corrente democristiana dei “dossettiani”, ovvero la sinistra del partito, tanto quanto alcuni degli stessi Paesi aderenti al Patto – come Regno Unito, Francia e Stati Uniti – per i quali un’Italia atlantica snaturerebbe l’essenza stessa dell’organizzazione [Repubblica | StoriaXXISecolo]. Un sentimento che il 19 luglio 1946 Alcide De Gasperi porta con sé sul palco della Conferenza di Pace di Parigi (29 luglio – 15 ottobre 1946): «sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me».

L’Italia atlantica come confine est della cortina occidentale

Il patto è sintesi perfetta del clima dell’epoca: il 5 marzo 1946, in un discorso tenuto a Fulton (Missouri, Stati Uniti), l’allora capo dell’opposizione britannica Winston Churchill chiede un ulteriore intervento di Washington in Europa, accusando l’Unione sovietica di aver calato un “sipario di ferro” – poi divenuto “cortina di ferro” – nel cuore del vecchio continente.
Gli aiuti economici statunitensi, che arrivano prima attraverso la United Nations Relief and Rehabilitation Administration (UNRRA) e poi con il Piano Marshall [RaiScuola], nella volontà del Presidente statunitense Harry Truman servono per liberare l’Europa «dalla miseria e dal bisogno».

Anche De Gasperi è contrario a porre l’Italia nella sfera d’influenza atlantica, preoccupato che i partiti di sinistra possano accusare il suo governo di correità con l’”imperialismo statunitense” mentre l’opinione pubblica accusa Francia, Gran Bretagna ed Unione Sovietica di essere responsabili delle clausole del Trattato di pace imposto all’Italia.
Un’Italia che dalla Conferenza di Parigi esce a pezzi. Letteralmente. Ingenti sono sia i risarcimenti economici che le perdite territoriali, con la Somalia a rimanere unica colonia italiana. Trieste diventa “territorio libero”, mentre Pola, l’Istria e parte della Venezia Giulia diventano territori della Jugoslavia, Rodi e il Dodecanneso della Grecia, mentre su Briga e Tenda da quel momento batte bandiera francese. Parigi ha un interesse diretto nell’ingresso dell’Italia nel Patto atlantico, tanto da esserne il principale sostenitore: spostare la linea difensiva antisovietica dell’Europa verso est, lontana dai confini francesi.

Prima di diventare atlantica, però, l’Italia si appresta a diventare Repubblica. Un passaggio che prevede la trasformazione del Comitato di Liberazione nazionale da forza di opposizione al fascismo in potere istituzionale e il fondamentale riconoscimento, non solo politico, di questo nuovo potere da parte degli Alleati.

L’Italia atlantica come moneta del potere partigiano

Riconoscimento che arriva dopo un anno di trattative, tra la fine del 1943 e la fine del 1944.
Il 3 novembre 1943 gli azionisti Ferruccio Parri e Leo Valiani si recano a Lugano, in Svizzera, senza l’autorizzazione del Comitato di Liberazione per incontrare i rappresentanti dei servizi segreti alleati, ovvero Allen Dulles per l’Office of Strategic Service (Oss) statunitense e John McCaffery dello Special Operations Executive (Soe) britannico, di cui è al vertice della centrale svizzera. In quel momento la credibilità del Cln agli occhi degli angloamericani è ancora tutta da costruire: lo stesso Comitato d’altronde è nato solo il 9 settembre 1943. Per questo Washington e Londra vorrebbero che i partigiani si occupassero delle sole azioni di sabotaggio contro i nazifascisti. McCafferty vorrebbe i partigiani occuparsi «il meno possibile di politica e il massimo possibile di attivismo». Riporta Simona Colarizi in “Storia del Novecento”[2]

Fino all’aprile 1944 gli aiuti alla resistenza erano stati scarsi, nonostante le pressanti richieste degli antifascisti e i contatti che gli azionisti, Parri e Valiani, avevano avuto in Svizzera con gli emissari dei servizi segreti britannici e statunitensi. A Londra e Washington si guardava con grande diffidenza alla lotta partigiana, egemonizzata dalle forze comuniste e priva di una figura istituzionale che ne fosse il capo riconosciuto, come il generale De Gaulle per la resistenza francese. La formazione del governo ciellenistico fa in parte superare le diffidenze, anche se i lanci di armi, di viveri, di medicinali per rifornire i partigiani privilegeranno sempre alcune formazioni combattenti piuttosto di altre, suscitando le infinite polemiche dei militanti delle Brigate Garibaldi che si sentono, a ragione, discriminati

Quello degli Alleati – che dunque vorrebbero sfruttare il Cln solo dal punto di vista militare – è già, per certi versi, un tentativo di dare alla Resistenza italiana un carattere “atlantista”. I partigiani non possono – e dopo 20 anni di dittatura fascista non vogliono – rinunciare al loro ruolo politico. Anche perché l’aspetto politico, la costruzione del progetto antifascista, è l’unico vero collante che tiene insieme le varie anime del Cln. Comitato che ha, però, poche reali possibilità di smarcarsi dagli anglo-americani. Scrive Alfredo Pizzoni, presidente del Comitato di Liberazione per l’Alta Italia, nel suo “Alla guida del Clnai” (Il Mulino, 1995).

sapevo che gli aiuti, da parte alleata, senza i quali ben poco di fatto potevamo costruire, ci sarebbero venuti solo se ci conformavamo alle loro direttive

Per approfondire:

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Solo la spaccatura interna al Comitato ne permette il riconoscimento ufficiale, in una scelta politica con cui gli angloamericani frenano la spinta progressista del “vento del Nord”. L’esclusione delle sinistre dal governo De Gasperi III (febbraio-maggio 1947) nel maggio 1947 nasce in questo momento.

È in questo clima che si arriva al 7 dicembre 1944, giorno dei “Protocolli di Roma[file .pdf] con cui, gli angloamericani riconoscono a Clnai e Cvl il ruolo di guida dell’intero movimento partigiano, proclamando entrambe le organizzazioni come “governo di diritto” dell’Italia. Ponendo però due condizioni: riconsegna totale delle armi – che non avverrà – e completa sottomissione all’amministrazione alleata. Solo così le due organizzazioni, che si unificano dal punto di vista militare[3], possono essere formalmente riconosciute alla fine del dicembre 1944. Dal punto di vista politico, per i partigiani non è possibile ottenere di più, scrive Giancarlo Pajetta agli altri delegati – Pizzoni, Parri ed Edgardo Sogno, richiesto formalmente dagli angloamericani – rientrati a Milano.

Servizi atlantici per minacce comuniste

L’Italia atlantica (1949) e uscita malmessa dalla Conferenza di Parigi (1947) per gli Alleati è un Paese a sovranità limitata e dunque affidabile, tanto da poter pensare di ricostruire uno dei suoi uffici più delicati: i servizi segreti.
Dopo l’armistizio del settembre 1943 il Sim fascista viene sostituito dall’”Ufficio informazioni e collegamento del reparto operazioni del comando supremo” – più semplicemente “Ufficio Informazioni” – che nel 1944 torna già a chiamarsi Sim, da cui riprende anche la suddivisione nelle tre sezioni:

  • Zuretti, l’ufficio “situazione” che si occupa di analisi e organizzazione
  • Bonsignore, l’ufficio per lo spionaggio difensivo
  • Calderini, dedita allo spionaggio offensivo. È a questa sezione che gli Alleati affidano i ponti di rifornimento di armi, viveri e medicinali per i partigiani

L’attività dell’Ufficio è fortemente legata agli obiettivi, e alla collaborazione, con gli anglo-americani: non sembra quindi casuale che a guidare la struttura fino al 1945 sia chiamato l’ex colonnello del Sim Pompeo Agrifoglio che, riporta Giuseppe De Lutiis ne “I servizi segreti in Italia”[4], dopo la conclusione formale dell’incarico, a Palermo costituisce 14 società per azioni usate come copertura di operazioni congiunte tra massoneria, servizi segreti atlantici ed esponenti dell’estrema destra italiana.

Servizi a cui si aggiungono gruppi paramilitari come il Movimento Avanguardia Cattolica Italiana o come quella Brigata Osoppo che – dopo Porzûs – viene posta a difesa del confine orientale, dove entrando a Trieste i partigiani titini diventano più che una minaccia per il nuovo ordinamento atlantico italiano. Il 30 aprile il segretario del Pci Togliatti invita «accogliere le truppe di Tito come truppe liberatrici e collaborare con esse nel modo più stretto per schiacciare ogni resistenza tedesca o fascista», ma la popolazione la pensa in maniera abbastanza diversa.

I 40 giorni di Trieste: Tito il miglior amico dell’anticomunismo

7° Repubblica Autonoma della Federazione Jugoslava”: è così che viene chiamata Trieste durante i 40 giorni di (ri)occupazione da parte jugoslava, iniziata con l’ingresso dei soldati del generale Dusan Kveder il 1 maggio 1945.
Trieste, Gorizia, Pola, Zara sono zone “italiane” solo da una ventina d’anni grazie al Trattato di Rapallo (novembre 1920) che le sottrae al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Città che insieme a Fiume e Lubiana dal settembre 1943 e fino a quel 1 maggio costituiscono la “Adriatisches Küstenland” (in italiano: “Zona d’operazione del litorale adriatico”) sotto il controllo militare e civile nazista.

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Al comando di Trieste gli jugoslavi ordinano il disarmo immediato di chiunque non faccia parte dell’Armata e l’arresto di tutti gli elementi “ostili”: tra questi 160 membri e simpatizzanti del Cln triestino che, accusati di aver tradito la causa, vengono uccisi o fatti sparire[5].

Molti triestini scomparivano. Uscivano per comprare il pane o le sigarette e non tornavano più[…]Chi andava negli uffici occupati dagli slavi a chiedere notizie del proprio congiunto si trovava di fronte a un muro di gomma che lo respingeva. Pareva che nessuno ne sapesse niente, e che gli interpellati cadessero dalla luna per la meraviglia. Altri ricevettero minacce così taglienti che tornarono a casa terrificati, ma con l’impressione di aver sognato

scrive Carlo Sgoorlon ne “La foiba grande”[6]. Secondo le stime, nei 40 giorni nella “Trieste jugoslava” si registrano 15.000 arresti e 6.500 esecuzioni[7]. Innumerevoli le violenze perpetrate dall’Odeljenje Zaštitu Naroda (Ozna), la polizia politica – e servizio segreto – jugoslavo, artefice di carcerazioni arbitrarie, torture e sequestri di beni. È l’Ozna che si occupa dell’eliminazione dei dissidenti jugoslavi più importanti[8], una parte dei quali finiranno nelle tristemente note e controverse foibe.

Per approfondire:

Il 9 giugno 1945, gli Accordi di Belgrado – i cosiddetti Accordi sulla Linea Morgan [Storicamente.org | Osservatorio Balcani, file.pdf] portano al ritiro delle truppe jugoslave da Trieste – che insieme a Gorizia passa sotto amministrazione anglo-americana – con la città divisa in

  • zona A, estesa dal confine austriaco al Tarvisio e fino al sud di Pola, sotto amministrazione militare alleata, costituita come enclave nella zona B
  • zona B, in cui rientrano Fiume, quasi tutta l’Istria e le isole del Quarnaro, sotto controllo della Jugoslavia

Per tutelare l’”italianità” appena accennata – ma dalla rilevanza geopolitica assoluta – il governo italiano crea l’Ufficio per le Zone di Confine (Uzc), attivo dal 1946 al 1967 sotto il controllo diretto della Presidenza del Consiglio. Sotto la direzione dell’ex prefetto di Bolzano Silvio Innocenti e poi di Renato Cajoli – l’Ufficio si occupa dell’intero confine orientale, dunque della Venezia Giulia tanto quanto del Trentino Alto-Adige. Tra il 1946 e il 1954 43.000.000 di lire passano dalle casse dell’Uzc – e dunque del governo centrale – ai tanti circoli culturali dietro i quali si nascondono organizzazioni paramilitari anticomuniste[9]. Finanziamenti che si aggiungono ai 65.000.000 di dollari con cui dal 1948 al 1968 gli Stati Uniti finanziano partiti e sindacati anticomunisti, sul confine orientale come a Roma.

Gladio nera/Gladio rossa

Mentre da Roma e Washington si consolidano i flussi di denaro per organizzazioni come la Maci o la Brigata Osoppo-3° Gruppo Volontari della Libertà, i partigiani comunisti delle Brigate Garibaldi organizzano propri gruppi paramilitari, dopo la direttiva con cui Mosca ordina ai partiti comunisti di Italia e Francia di non riconsegnare le armi agli Alleati.

Il Pci segue quindi un doppio binario:

  • l’ala politica “legale”, il partito che siede in Parlamento, guidato da Palmiro Togliatti
  • l’ala paramilitare – costituita appunto dalle varie brigate Garibaldi e addestrati oltre cortina – guidata da Pietro Secchia, braccio destro del segretario comunista. È quella che, in contrapposizione con l’operazione atlantica, i giornali chiameranno “Gladio Rossa”, sciolta solo nel 1974, che altre fonti chiamano con maggior esattezza “Quinta Colonna”.

Nata per assicurare una organizzazione già pronta in caso di insurrezione interna o invasione da parte di Mosca, i paramilitari comunisti sono messi in allerta per le elezioni del 18 aprile 1948, per ritrovarsi ad un passo dall’intervento armato in risposta all’attentato contro Togliatti del 14 luglio 1948. Solo l’intervento del segretario comunista ferma quella che si sarebbe probabilmente trasformata in insurrezione armata. Gli scontri dei giorni successivi portano comunque a 30 morti e 800 feriti. Un clima che avrebbe potuto rendere più semplice accogliere la richiesta del ministro dell’Interno Mario Scelba (governo De Gasperi V) di rendere illegale il Partito Comunista. La paura di una ennesima – e certa – insurrezione farà desistere il ministro e l’intero governo De Gasperi dall’intento.

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Per approfondire:

Prologo ad una storia ancora da raccontare

18 ottobre 1990: il presidente del Consiglio Giulio Andreotti invia alla Commissione parlamentare stragi e terrorismo un rapporto – “Il cosiddetto Sid Parallelo – Operazione Gladio. Le reti clandestine a livello internazionale” – nel quale si parla di una struttura clandestina attiva dal dopoguerra e fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. È la prima volta che la storia dei gruppi paramilitari nati dopo l’armistizio del settembre 1943 entra nell’agenda delle istituzioni italiane.

La relazione di Andreotti conferma quanto nel 1984 dichiara Vincenzo Vinciguerra, ex membro dei movimenti (neo)fascisti Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, al giudice Felice Casson durante il processo per la strage di Peteano (Gorizia, 31 maggio 1972), nel quale oltre ad autoaccusarsi denuncia le coperture dello Stato all’attività stragista dell’estrema destra. La strage, dichiara Vinciguerra, vuole spezzare proprio il rapporto di subordinazione dell’organizzazione con le sue coperture istituzionali, nazionali ed internazionali come la Spagna franchista, il Portogallo colonialista o il regime dei colonnelli in Grecia.

La relazione è però un parziale falso: con “Sid Parallelo” si intende un gruppo eversivo legato ai servizi segreti – il Servizio Informazioni Difesa o Sid, appunto – attivo dal 1966 al 1977 per mantenere uno stato di «tensione permanente nel Paese, in modo da rafforzare il potere esecutivo»[10]. Attività solo in parte sovrapponibile all’operazione anticomunista – e relativa struttura politico-paramilitare – denominata “Gladio” (o “Stay Behind” a livello europeo).
Nel 1994 un’inchiesta giudiziaria certifica la reale esistenza dell’organizzazione, ma le sue reali dimensioni non le avrebbero permesso di costituire un «reale pericolo per lo Stato». O almeno questa è la rappresentazione ufficiale. Nei fatti, la storia di Gladio potrebbe essere molto diversa.

[9 di 10 – Continua]
Leggi l’approfondimento completo

Note

  1. Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Francia, Italia, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Islanda, Norvegia sono i 12 Paesi che firmeranno il Trattato nel 1949. Ad oggi i Paesi aderenti sono 30: negli anni si aggiungono Grecia e Turchia nel 1952; Germania (1955); Spagna (1982); Repubblica Ceca e Ungheria nel 1999; Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia nel 2004; Albania e Croazia nel 2009; Montenegro (2017); Macedonia (2020)
  2. Simona Colarizi, Storia del Novecento italiano, Milano, Bur-Rizzoli, 2005, p.293
  3. Il comando di questa organizzazione unificata è affidato al generale Raffaele Cadorna, già alla testa del Cvl, coadiuvato dai vicecomandanti Ferruccio Parri, Giovanni Battista Stucchi – nominato capo di Stato Maggiore – e Luigi Longo oltre che dagli aggiunti Enrico Mattei e Mario Argenton, rappresentante del Partito Liberale oltre che delle formazioni autonome. Per approfondire si vedano A. Pizzoni, Alla guida del Clnai, Bologna, Il Mulino, 1995, pp.271-273; Elena Aga-Rossi, L’Italia nella sconfitta, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1985, p.271. Sugli aspetti finanziari dell’intesa tra Alleati e Clnai si veda Tommaso Piffer, L’oro della Resistenza. I rapporti finanziari tra il Cln Alta Italia e gli Alleati, in Nuova Storia Contemporanea, IX (2005), n.4, pp.65-96
  4. Giuseppe De Lutiis, I servizi segreti in Italia, Milano, Sperling&Kupfer, 2010, p.508
  5. Cfr. Patrick Karlsen, Il Pci di Togliatti tra via nazionale e modello jugoslavo (1941-1948), int. Piffer (a cura di), Porzûs, violenza e Resistenza sul confine orientale, Il Mulino, Bologna, 2012, p. 74 che a sua volta cita Ennio Maserati, L’occupazione slava di Trieste (maggio-giugno 1945), Del Bianco, Udine, 1966, pp.96 e seguenti e Galliano Folgar, Trieste in guerra. Società e Resistenza 1940-1945, Irsmi, Trieste 1999, pp.254-255
  6. Carlo Sgorlon, La foiba grande, Milano, Mondadori, 1993, p.230. Sulle violenze di quei giorni si veda anche Raoul Pupo, La violenza del dopoguerra al confine tra due mondi, in Tommaso Piffer (a cura di), Porzûs, violenza e Resistenza sul confine orientale, Il Mulino, Bologna, 2012, pp.63-65
  7. Pro, Wo 204/913, 13 giugno 1943 cit. in. Fabio Amodei e Mario J. Cereghino, Trieste e il confine orientale tra guerra e dopoguerra, Editoriale Fug, Trieste, 2008, vol. III, p.11;
  8. Public Record Office, Wo 204/12823, Ozna Agentz, 6 novembre 1945
  9. Archivio Presidenza del Consiglio dei ministri, fondo Ufficio Zone di confine (da ora A-Pcm, Uzc), fasc.C13/16, Relazione del prefetto Silvio Innocenti per l’on. Giulio Andreotti, 29 marzo 1954
  10. Atti del Tribunale di Roma, Decreto di archiviazione n.77/94 G.I.P. del 6 luglio 1944 cit. anche in Giancarlo Lehner, La strategia del ragno: Scalfaro, Berlusconi e il pool, Milano, Mondadori, 1996

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