uranio impoverito, Difesa nega l'utilizzo
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Uranio impoverito, se lo Stato italiano fa guerra ai suoi stessi militari (Serie: #UnredactedFiles)

366 morti e oltre 7.500 malati in circa 20 anni[1]: morire di uranio impoverito perché gestito senza le dovute precauzioni. È una parte, oggi di dominio pubblico ma poco reclamizzata, delle missioni militari italiane in Bosnia, Kosovo e Iraq. Missioni in cui mentre ai soldati statunitensi vengono fornite tute contro attacchi nucleari, batteriologici e chimici (“Nbc”, in gergo), le direttive per il contingente italiano si concentrano sul lavarsi spesso le mani. D’altronde nel 1999 è la stessa Nato a dichiarare che l’uranio impoverito ha un livello di radioattività «non superiore a quello di un orologio»[2]. Le morti, le denunce, i dati raccolti in questi anni raccontano una storia decisamente diversa. Una storia in cui gli alti vertici dello Stato italiano ricoprono sempre più il ruolo di imputati.

Peacekeeping&Tumori

Sindrome dei Balcani” la chiamano i medici che se ne occupano e i giornalisti che di tanto in tanto ne scrivono: una definizione-ombrello che racchiude leucemie e linfomi di Hodgkin tanto quanto infezioni ai polmoni, ai reni, al sangue o stanchezza cronica. Malattie collegate all’esposizione e all’uso di uranio impoverito senza le dovute precauzioni, come stanno sempre più accertando i tribunali negli ultimi anni.

L’Uranio impoverito (U238) è un prodotto di scarto risultante dal processo di arricchimento dell’uranio impiegato come arma incendiaria, soprattutto nella testata dei missili anticarro, perché l’alta temperatura che produce all’impatto (“piroforicità”, che può arrivare anche a 3.000 gradi centigradi) è in grado di penetrare pareti di acciaio e alcuni tipi di corazzatura.
La polvere di uranio impoverito che rimane sul terreno dopo l’esplosione si ossida, contaminando un’area di 50 chilometri. Tossico per l’uomo se ingerito, inalato o maneggiato senza i dovuti accorgimenti, l’U238 inizia ad essere impiegato come arma chimica perché è difficile smaltirlo come rifiuto ma soprattutto perché 25 volte più economico e meno inquinante del tungsteno che va a sostituire: un chilo di uranio impoverito costa appena 2 dollari. Per quanto riguarda la normativa italiana, la sua vendita è soggetta alla legge 185/90 e, di conseguenza, ad autorizzazione e vigilanza del governo.

Impiegato oggi nei conflitti in Libia – con sicurezza nel 2011, è impiegato ancora oggi? – e Siria (2015), la tossicità dell’uranio impoverito è nota fin dai primi test condotti nei deserti di Aberdeen e Yuma, negli Stati Uniti, tra la fine degli anni ‘70 e gli inizi degli anni ‘80. Nel 1994 l’amministrazione Clinton (1993-2001) diffonde tra i suoi militari una videocassetta – “Warning 94/95” – in cui fornisce tutte le informazioni utili per maneggiare il materiale tossico in modo sicuro, compresa l’attrezzatura da usare.
L’Italia, che secondo Falco Accame conosce tali norme fin dal 1984, segue una strada tutta sua, impiegando 10.880 proiettili all’uranio impoverito durante la prima Guerra del Golfo Persico (1990-1991); 9.700 proiettili in Bosnia e ben 32.000 in Kosovo. Una strada che la Corte d’Appello di Roma definisce “condotta omissiva colposa” nel maggio 2016, condannando il ministero della Difesa – in una sentenza, d’appello, definita «storica» e che conferma quanto deciso in primo grado – nel processo che oppone l’incuria (consapevole?) delle istituzioni ai familiari di Salvatore Vacca, caporalmaggiore cagliaritano del 151° Reggimento della Brigata “Sassari” dell’Esercito, ammalatosi di leucemia in Bosnia, dove tra il 1998 e il 199 guida i mezzi cingolati che trasportano i proiettili all’U238 sequestrati. Muore a 23 anni, nel settembre 1999: è il primo militare italiano a morire per “Sindrome dei Balcani”

Avevamo solo la maglietta di cotone e camminavamo sui terreni dove c’erano appena state le esplosioni, si alzavano fumi tossici che non ci permettevano di respirare, anche sei ci lavavamo quella puzza ce la portavamo addosso per giorni, era uno scenario incredibile, ci accampavamo su quei terreni, mangiavamo lì per terra senza nemmeno lavarci le mani

denuncia il 30 aprile 2018 a Fanpage.it Salvatore Donatiello, ex caporalmaggiore dell’Esercito che si ammala di un Linfoma di Hodgkin «14 centimetri per 7». Nella sua storia c’è, però, un dato particolare: Donatiello in missione negli scenari di guerra contaminati non c’è mai andato. Perché con la sola «maglietta di cotone», o direttamente a mani nude, come dimostra un’inchiesta di Presa Diretta del 3 febbraio 2013 (vedi immagini sotto), i militari operano con l’uranio impoverito anche in Italia. Del resto perché prendere precauzioni se i più alti vertici dello Stato italiano e della stessa Nato assicurano che un orologio sia più radioattivo? E soprattutto: se non se ne prendono in Iraq, in Kosovo o in Bosnia perché farlo in Italia?

Poligoni militari, tra bonifiche e bazar

Donatiello si ammala lavorando al poligono interforze di Capo Teulada, a Cagliari, in quella Sardegna dove è situato oltre il 60% delle servitù militari[3].
Il poligono è noto per la presenza della “Penisola Delta” – meglio nota come “Penisola interdetta” – un’area in cui sarebbero stipate 566 tonnellate di armamenti radioattivi talmente inquinata e tossica da rendere non conveniente, per tempi e costi, qualsiasi ipotesi di bonifica. Fin dagli anni ‘50 quest’area del poligono è usata per sperimentare sia armi all’uranio impoverito – come i missili Tomawahk – che al torio 232, sostanza più inquinante dell’uranio impoverito, usata nei missili Milan, in dotazione all’Esercito fin dagli anni ‘70-’80. Sperimentazioni eseguite «tenendo in scarsa considerazione le condizioni di sicurezza degli operatori e delle popolazioni residenti», come denuncia nella sua relazione finale la Commissione parlamentare d’inchiesta sugli effetti dell’utilizzo dell’uranio impoverito, attiva dal 2015 al 2018 sotto la presidenza di Gian Piero Scanu.

Poligoni di sperimentazione per armi chimiche e radioattive se ne trovano a Udine (Sito di interesse comunitario di Cellina Meduna), in Puglia (Torre Nebbia, Parco dell’Alta Murgia e Torre Veneri) Padova (Monte Venda, 119 militari morti per gas radon [il Fatto Quotidiano | Avvenire | il Gazzettino]), Viterbo (Monte Romano). Il più noto è però il Poligono sperimentale di addestramento interforze di Salto di Quirra, in Sardegna come Capo Teulada, uno dei poligoni sperimentali più grandi d’Europa. È qui che vengono portate le “bombe scadute” da far brillare.
Ma i poligoni vengono usati anche per scopi commerciali: società come Piaggio, Vitrociset o le controllate del gruppo Leonardo come Alenia, Selex, Aermacchi, Oto Melara li usano per promuovere i loro prodotti a possibili acquirenti.

L’ordine è: “censurate tutto!”

Il 13 novembre 2000, intanto, le malattie collegate all’uranio impoverito smettono di essere un problema solo per le famiglie di chi si ammala, per diventare un problema di dominio pubblico: alle telecamere di Striscia la Notizia il sottufficiale dell’Esercito Andrea Antonaci denuncia di essersi ammalato in Bosnia, mentre è di stanza presso l’accademia militare “Tito Barrack” di Sarajevo, dove si registra il più alto numero di militari ammalatisi per l’esposizione all’uranio impoverito, non solo tra gli italiani. Antonaci muore a 26 anni, il 12 dicembre 2000, ma la sua denuncia porta il governo Amato II (2000-2001) ad istituire la prima Commissione parlamentare d’inchiesta (Commissione Mandelli). La “Sindrome dei Balcani” diventa così di pubblico dominio, togliendo la questione uranio impoverito dalla segretezza del mondo militare.

Fino a quel momento chi denuncia rischia un’accusa per procurato allarme o viene minacciato. È quanto capita ad Antonio Attianese – due missioni in Afghanistan nel 2002 e almeno 35 operazioni per sconfiggere un carcinoma vescicale – che viene caldamente invitato a non denunciare per non vedersi fare «terra bruciata intorno». Attianese muore il 24 giugno 2017 e al suo funerale lo Stato Maggiore della Difesa ha il coraggio di inviare una corona di fuori. «Questa corona non cancella 12 anni di silenzi» risponde la moglie con un messaggio posto proprio su quei fiori.

Il ministero della Disinformazione, e della scarsa conoscenza chimica

«Silenzi» per i quali il ministero della Difesa diffonde un manuale che definisce le «norme di linguaggio sull’argomento», in particolare sul poligono di Quirra (Documento pdf: Descrizione sintetica problematiche epidemiologico-ambientali e compendio norme di linguaggio sull’argomento): nell’area intorno al poligono, dicono gli alti vertici dello Stato – militari e civili – attraverso il ministero della Difesa, i tumori, le malattie e le malformazioni derivano soprattutto dalla presenza di una miniera a Baccu Locci, circa 700 metri a sud-est del poligono e, soprattutto, da «rapporti tra consanguinei» (entrambe le informazioni sono contenute a pagina 11 del documento). A pagina 9, inoltre, si legge che i rottami di ferro non recuperabili in mare, addirittura, migliorino le condizioni di vita dei molluschi presenti nelle acque di Quirra.

Negli anni i «silenzi» sono facilitati dalla “giurisdizione domestica”, con cui i militari vengono controllati dai loro stessi corpi di appartenenza. Una pratica che facilita conflitti di interesse, poca trasparenza e mancate denunce, che la Commissione Mandelli identifica essere «perfettamente funzionale a una strategia i sistematica sottostima, quando non di occultamento, dei rischi e delle responsabilità effettive». Oggi l’Italia ha abbandonato questa pratica, affidando i controlli ad enti terzi e non militari: Arpa sul piano regionale, Ispra sul piano nazionale.

Perché la Difesa altera i dati sui morti da uranio impoverito?

Una «strategia» che la Difesa realizza anche alterando le cifre sui militari ammalatisi per l’esposizione all’uranio impoverito, ampliando la popolazione statistica contando «quei militari che hanno compiuto più di una missione come fossero persone diverse» o inserendo «quelli che sono stati in teatro anche solo per qualche ora». Allargando la popolazione, è evidente, l’incidenza dei militari ammalati si abbassa, permettendo alle istituzioni di negare il problema e, di conseguenza, le loro colpe per aver inviato in teatri di guerra contaminati militari senza dovute precauzioni. A denunciare questo gioco di cifre è Domenico Leggiero, maresciallo dell’Aviazione in congedo e coordinatore dell’Osservatirio Militare, comitato di studio che si occupa delle problematiche relative alla tutela e al riconoscimento dei diritti del personale di Forze Armate e Polizia oltre che del diritto alla sicurezza dei cittadini.

Ad oggi la linea ufficiale delle istituzioni è che non vi sia alcuna correlazione incontrovertibile tra esposizione all’uranio impoverito e malattie, come dimostra la Commissione Mandelli. Una linea che varie sentenze giudiziarie dell’ultimo decennio stanno smentendo: sentenze che pongono l’accento proprio sulle evidenti colpe della catena di comando militare, cui i tribunali contestano ipotesi di reato che vanno dal “favoreggiamento” al “falso ideologico” fino alla “omissione dolosa aggravata di cautele contro infortuni e disastri”.
Nel 2000 è il procuratore di Lanusei (Nuoro) Domenico Fiordalisi – ex Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro – a certificare in un’aula di tribunale che a Salto di Quirra persone ed animali si ammalano per l’esposizione all’uranio impoverito, nesso di causalità confermato dalla Corte dei Conti del Lazio nel 2013. Del 2017 la sentenza con cui il Tribunale di Padova accerta gli effetti tossici del radon di Monte Venda.
Ad oggi sono oltre 130 le sentenze che condannano il ministero della Difesa – quasi tutte già in via definitiva – per un risarcimento totale di 150.000-200.000 euro a persona per gli ammalati di uranio impoverito o i loro familiari.

Sul banco degli imputati, però, finisce anche una magistratura accusata di indagare «con lentezza» e «senza gli indispensabili approfondimenti», stando alle accuse mosse dalla Commissione Scanu. È da questa Commissione che, nel 2017, arriva la proposta di creare un’apposita agenzia altamente specializzata e con competenza estesa su tutto il territorio nazionale, una sorta di Procura Nazionale contro quel

senso di impunità, l’idea che le regole c’erano e ci sono, ma che si potevano e si possono violare senza incorrere in effettive responsabilità e si è diffuso tra le vittime e i loro parenti un altrettanto devastante senso di giustizia negata

Un «devastante senso di giustizia negata» che potrebbe nascondere un vecchio e noto adagio: la guerra porta affari e l’uranio impoverità non è esente dalla regola. Nel 1994 il maresciallo Giuseppe Carofiglio della Guardia di Finanza di Napoli trova in un deposito della Marina italiana, in località Montagna Spaccata a Pozzuoli, 20-21 casse contenenti 576 munizioni con la dicitura “Isotopo 238” e il marchio di fabbrica della Breda Meccanica Bresciana di Peschiera del Garda, in seguito azienda del gruppo Finmeccanica (dal 2017 Leonardo Spa) e, di conseguenza, delle società controllate dallo Stato.


Una volta prodotto, inoltre, anche questo tipo di armi deve essere presentato a potenziali clienti per essere venduto: il “bazar” che si apre al poligono di Salto di Quirra, come evidenziato dal comandante del poligono nel 2003, viene affittato dall’Italia 50.000 euro l’ora.
Nonostante i tumori e le malattie, nonostante le sentenze e la compravendita di armi all’uranio impoverito su territorio (militare) italiano, per il ministero della Difesa – e per conseguente estensione per i più alti vertici dello Stato italiano – l’Italia non ha mai «acquistato o impiegato munizionamento contenente uranio impoverito».


Nota a margine: con questo articolo sull’uranio impoverito su Omissis.info nascono gli “#UnredactedFiles, articoli che non hanno una vera chiusura, che seguono nel tempo una storia e che, per questo, aggiornerò nel tempo. Questo articolo fa inoltre parte del primo dossier pubblicato da Omissis.info: il dossier sulle armi italiane.


Note

  1. Il dato è ripreso dal centro studi Osservatorio Militare
  2. Dichiarazione all’agenzia Ansa del generale Giuseppe Marani, all’epoca portavoce Nato, 17 aprile 1999
  3. Definita dalla legge n.898 del 24 dicembre 1976, la servitù militare è di fatto una limitazione al diritto di proprietà (civile) nelle zone immediatamente limitrofe ad installazioni militari. Per estensione, con questo termine si definisce l’intera presenza militare, italiana e straniera, sul territorio nazionale

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