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Armi d’Italia (2) – il futuro italiano in mano alla Difesa?

Ogni giorno, nel 2018, l’Italia ha investito 68 milioni di euro in spese militari (25 miliardi totali) e ricavato poco più di 14,2 milioni dall’export di armi (5,2 miliardi totali). In termini percentuali l’investimento militare è aumentato del 3% tra il 2017 ed il 2018 (+88% in dieci anni), mentre è dimezzata (-53,78%) il valore delle “Autorizzazioni per movimentazioni di materiali d’armamento” (5,246 miliardi il valore complessivo). Una diminuzione che dal punto di vista politico permette all’Italia che «ripudia la guerra» di armare tanto regimi non democratici come l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi o la Turchia di Recep Tayyp Erdogan quanto di partecipare, con le proprie armi, ai principali conflitti oggi aperti nel mondo, come le guerre in Libia e Yemen.

L’indotto (istituzionale) della Difesa italiana

Fedele alla linea del cambiamento, dopo anni di contenimento dei costi è il governo Renzi (2014-2016) a tornare ad investire nelle spese militari, mettendo a bilancio un aumento di 1,6 miliardi di euro nel 2015 per il ministero della Difesa (+8,2% rispetto al 2014), naturale riferimento istituzionale per l’industria armiera e coadiuvato, nello specifico contesto italiano, anche da:

  • Ministero dello Sviluppo Economico (Mise), competente sulla compravendita degli armamenti, sui cui l’investimento è aumentato del 9,7% rispetto al 2017 e che drenano il 71,5% dell’intero budget 2018 destinato allo sviluppo economico delle imprese italiane[1]
  • Ministero dell’Economia e delle Finanze, per quanto concerne la spesa per le missioni militari all’estero: 1,3 miliardi per il 2018 cui si aggiungono 8 miliardi per la guerra in Afghanistan, 3 miliardi per la guerra in Iraq, 43 milioni destinati alla gestione della base di Gibuti
  • Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur), attraverso un Protocollo d’intesa con il Ministero della Difesa del 2014 nel più ampio contesto della cooperazione civile-militare (Cimic) e, dal 2017, il Protocollo d’intesa per la mutua collaborazione con Difesa e ministero del Lavoro nell’ambito dell’alternanza scuola lavoro [Mosaico di Pace | Comune-info | Adista | Antonio Mazzeo]
  • Inps per tutto ciò che riguarda la spesa per il personale militare, la voce che nel “bilancio armato” pesa di più: 60% del totale, con 2 miliardi spesi nel 2018 per il solo personale a riposo
  • 3,5 miliardi per l’impiego di agenti dell’arma dei Carabinieri per attività di polizia e ordine pubblico (3 miliardi) e di Guardia forestale (500 milioni)
  • 520 milioni di euro per ospitare le basi militari statunitensi [Agi | Huffington Post], presenti fin dal 1951 e sempre più punti di lancio per le guerre di Washington in Africa e Medio Oriente: le basi militari di Vicenza (Camp Ederle e Camp Del Din), e di Pisa (Camp Darby, principale arsenale militare degli Stati Uniti in Europa); le basi aeree di Aviano (Pordenone), San Vito dei Normanni (Brindisi) e Sigonella (Siracusa), il comando logistico di Gricignano di Aversa (Caserta) il Comando logistico di Napoli e la base radio di Niscemi (Caltanissetta), dove è presente il controverso progetto Muos (Mobile User Objective System) [NoMuos | Mosaico di Pace]
  • 192 milioni di euro per la permanenza dell’Italia nella Nato [Startmag | Pressenza Italia | Domenico Losurdo]
  • 20 milioni di euro per la presenza di testate nucleari statunitensi nelle basi di Aviano (Udine) e Ghedi (Brescia)

2017-2033: regalare denaro pubblico alle armi italiane

Attività industriali ad alta tecnologia e sostegno alle esportazioni”: è dietro questa voce della legge di bilancio 2017 che il governo Renzi cela l’aumento del finanziamento pubblico all’industria armiera: da quel momento è una nuova corsa alle armi, con 47 miliardi stanziati per l’acquisto di nuovi armamenti per il periodo 2017-2032 e altri 36 miliardi aggiunti nella legge di bilancio 2018 per il periodo 2018-2033. Quest’ultimo stanziamento è peraltro quasi il doppio di quanto richiesto dal blocco di potere della Difesa, che in una audizione parlamentare nel 2018 chiede “solo” 20 miliardi.

Tra i nuovi acquisti ci sono i droni militari armati P.2HH (766 milioni di euro fino al 2032) [Valori | Formiche] prodotti da Piaggio Aerospace – dal 2018 in amministrazione straordinaria dopo il passaggio di proprietà a Mubadala Development Company, il fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti, nel 2014 – di missili contraerei CAMM-ER (95 milioni fino al 2024) prodotti da Matra Bae Dynamics Alenia (Mbda), principale consorzio europeo per la produzione di missioli e tecnologia per la Difesa, partecipato al 25% da Leonardo Spa; di elicotteri Boeing CH-47 ER Chinook per le forze speciali – programma da 500 milioni di investimento per cui alla fine del 2018 gli Stati Uniti bloccano la licenza di commercializzazione, affidata a Leonardo Spa – e della nave Ussp prodotta da Fincantieri (434 milioni il costo totale) e utilizzabile sia per il soccorso di sommergibili quanto per le operazioni dei Comsubin.

Il Pentagono italiano per la politicizzazione della Difesa?

Fino al dicembre 2018, una parte dei 2,61 miliardi di euro destinati alle infrastruttura militare è destinata al “Pentagono italiano”, progetto con cui portare sotto un unico comando tutte le forze armate del Paese. È un’idea che circola nelle stanze ministeriali fin dal 1997, quando a guidare la Difesa è il democristiano Beniamino Andreatta, ministro del governo Prodi I (1996-1998). Ripreso da Roberta Pinotti per il governo Renzi, la sede del “Pentagono italiano” [Megachip | Tiscali Notizie] è individuata nel polo militare di Centocelle a Roma, nell’unico polmone verde del quartiere don Bosco: zona ad alta densità abitativa che già comprende la Direzione generale degli armamenti e il Comando operativo interforze che gestisce tutte le missioni militari italiane, sia in Patria che all’estero.
Per «alcuni accentramenti al vertice non militare e la progressiva civilizzazione di alcuni settori» il progetto era considerato un possibile passo verso «una futura, strisciante, politicizzazione dell’apparato Difesa». Il passato è ad oggi d’obbligo perché il progetto – 1 miliardo e 100 milioni da spendere in cementificazione dell’area di Centocelle – è stato accantonato dal governo Conte I (2018-2019) perché non più considerato «strategico». Almeno fino al prossimo governo che deciderà di riproporlo.

Armate&Nucleari: il ruolo delle banche nel commercio delle armi

Progetti finanziati con soldi pubblici ma che a volte non trovano effettiva realizzazione, come il programma del “Pentagono italiano” o come i 3.000 carri armati lasciati ad arrugginire nel “cimitero” di Lenta (Vercelli) prima di essere venduti ai regimi non democratici di Pakistan, Libia e Gibuti.

Progetti che significano anche debito pubblico: 427 milioni nel 2018, 327 milioni nel 2019 e 260 milioni per il 2020 che il ministero dell’Economa e delle Finanze iscrive a bilancio alla voce “prestiti bancari”, di fatto l’unico modo con cui l’Italia riesce ad acquistare armi.
È così che continuano a proliferare le “Banche armate” – come Unicredit, Intesa Sanpaolo (+485% tra 2017 e 2018) – che da sole assicurano il 60% delle transazioni per le armi italiane vendute all’estero – Ubi Banca (+302% tra 2017 e 2018), Cassa Depositi e Prestiti attraverso Sace Fct o la piccola e paradigmatica Banca Valsabbiana – che negli ultimi dieci anni hanno visto aumentare i propri crediti armieri del 115%, fino ai 3,5 miliardi di euro del 2018 (16.101 autorizzazioni a transazioni bancarie) grazie a tassi di interesse anche del 40%.

Anche la produzione di armi nucleari passa per le banche armate: un guadagno (stimato) di 116 miliardi di euro l’anno e 525 miliardi di euro in crediti “nucleari” nel 2018, come denunciato dall’ong olandese Pax e dalla Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Premio Nobel per la Pace 2017) nel dossier “Don’t Bank on the Bomb”.
Un settore composto da istituti bancari, compagnie di assicurazione, fondi pensione, dal lato produttivo vede il predominio sino-statunitense (attraverso Huntington Ingalls Industries, Lockheed Martin, China National Nuclear Corporation). È Leonardo Spa a portare l’Italia nella produzione di armi nucleari: attraverso la joint venture con Bae System (Regno Unito) e Airbus (Olanda), produce per la Francia missili terra-aria Asmpa, equipaggiati con testate nucleari progettate dal Commissariato per l’energia atomica e l’energia alternativa francese (Cea).
Oltre a nomi come Blackrock, Jp Morgan, Citigroup o Goldman Sachs, tra le “banche nucleari” ci sono anche Unicredit e Intesa Sanpaolo, che nel 2007 decide di non investire più in armi «controverse o bandite dai trattati internazionali». Piccola postilla: il blocco non si applica alle aziende dei Paesi Nato.

Nucleare conto terzi: l’Italia delle bombe atomiche statunitensi

Più che alle banche, comunque, quando si parla di armi nucleari in Italia bisogna guardare soprattutto alle 70 bombe nucleari che il nostro Paese detiene fin dagli anni ‘50 per effetto della clausola “nuclear sharing” della Nato [ + | ], con la quale metà delle bombe nucleari degli Stati Uniti in Europa sono stoccate in Italia per l’accordo tra Washington ed i governi Segni II (1959-1960) e Tambroni (marzo-luglio 1960).
“Posizioni di deterrenza nucleare” vengono così posizionate lungo il confine con il blocco sovietico, in un asse che va da Matera a Spinazzola (Barletta), da Gravina di Puglia ad Acquaviva delle Fonti, nel barese. È qui che vengono installate postazioni per missili Jupiter – bombe a fusione da 1,45 kiloton – mai usate fino alla loro dismissione nel 1963, quando vengono sostituite dalle prime bombe B61-4 (da 0,3 a 50 kiloton) e B61-3 (0,3-170 kiloton).

«Postazioni» oggi sostituite dalle basi di Ghedi (Brescia, città-capitale dell’intera industria armiera italiana fin dal 1500), Aviano, Salto di Quirra e Capo Teulada in Sardegna, dove negli anni è sorto il problema dei poligoni nucleari e della “penisola interdetta”.
Basi che oggi ospitano le bombe all’idrogeno B61 – dal 2016 sostituibili con le più moderne B61-12 – per cui spendiamo 23 miloni di euro l’anno che vanno aggiunti agli 1,5 miliardi necessari al mantenimento delle capacità nucleari, chimiche e batteriologiche dei velivoli su cui tali bombe sono equipaggiabili, come i Tornado IDS e il milione – in media – necessario all’addestramento dei piloti del 154° gruppo di volo “Diavoli rossi” del 6° Stormo di stanza a Ghedi, impiegati in tutte le guerre combattute (non ufficialmente) dall’Italia negli ultimi vent’anni [Espresso | Dagospia | Panorama | Analisi Difesa].

Armare il futuro: perché l’Esercito entra a scuola?

Tematiche legate al mondo militare sono quasi completamente obliate dai principali latifondi mediatici italiani [La bottega del Barbieri | LibreIdee | RivistaPaginaUno], nonostante il peso specifico faccia dell’industria armiera e del sistema militare italiano un aspetto importante per quanto concerne l’economia, la politica estera e quella sanitaria dei governi della repubblica italiana

Un “buco” che è dei democrazia prima ancora che mediatico, perché se i giornali non raccontano i cittadini non sono (in)formati, e dunque non possono esercitare né una scelta elettorale pienamente consapevole né l’attività di controllo sulla spesa pubblica.
Così, nel 2016, Enrico Piovesana e Francesco Vignarca danno vita all’Osservatorio Mil€x, strumento di «monitoraggio indipendente» che vuole «contribuire ad accrescere la consapevolezza dei cittadini, dei loro rappresentanti nelle istituzioni, degli operatori dell’informazione e degli attivisti sociali», soprattutto in una fase storica dove il discorso securitario gode di maggior copertura mediatica e consenso politico rispetto alla voce pacifista ed antimilitarista [TheVision | Lettera43 | Diritti Globali | gli Stati Generali | Popoff Quotidiano | Panorama]. Quella voce che, con Vignarca, Michele Sasso e Duccio Facchini in Armi, un affare di Stato (Chiarelettere, 2012) denuncia come la riduzione della spesa militare globale del 25% porterebbe ad un risparmio di oltre 2.250 miliardi l’anno, con ben 9.000 miliardi risparmiati – nel 2011 – con un mondo completamente in pace[1].

Ma in un mondo in cui i pacifisti diventano guerrafondai (Paolo Gentiloni e Roberta Pinotti, per rimanere al caso italiano) non solo la pressione militare su politica ed economia non perde forza, ma entra sempre di più anche nelle scuole italiane, grazie ad un accordo Esercito-Miur firmato a partire dall’anno scolastico 2012-2013 che tra le altre prevede conferenze, visite guidate alle strutture di Esercito e Forze Armate, come nella visita agli Alpini di Trento (maggio 2018), quando con il beneplacito delle maestre bambini delle scuole elementari hanno imbracciato armi vere, mentre gli scolari di Castelletto Sopra Ticino (Novara) vengon accompagnati a scuola dagli autobus dell’Esercito. Pietro Saitta, ricercatore in sociologia presso l’Università di Messina e autore di studi su ambiente e sanità pubblica denuncia come l’Esercito nelle scuole serve non solo a dare una immagine positiva di sé, ma soprattutto per «garantirsi una propria dotazione organica per anni a venire che si immaginano di crisi e di impegno in situazioni di conflitto e post-conflitto».
«Immaginare» futuri scenari di conflitto, per l’Italia – ed in generale per l’Europa – è possibile per un dato di fatto incontrovertibile: molte di quelle «situazioni di conflitto e post-conflitto» sono possibili anche grazie alle armi italiane.

Note

  1. D. Facchini, M. Sasso, F. Vignarca, Armi, un affare di Stato. Soldi, interessi, scenari di un business miliardario, Milano, Chiarelettere, 2012, p.233

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