Armi d’Italia (1): compendio biografico non autorizzato
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Armi d’Italia (1) – compendio biografico non autorizzato

Produrre armi sottraendo denaro (pubblico) destinato allo sviluppo economico dell’intero sistema industriale italiano: una scelta politica strategica con cui all’industria armiera italiana[1] – composta da meno di 2.500 aziende, con meno di 100.000 addetti e un peso dello 0,8% sul Pil nazionale[2] – sono destinati i tre quarti del budget necessario allo sviluppo dell’intero sistema industriale italiano, che per le sole piccole e medie imprese (92% del totale) registra 5,3 milioni di aziende, 15 milioni di addetti e, nel 2017, un fatturato di 2.000 miliardi di euro.
Una scelta che porta a spendere 500.000 euro l’ora in armamenti (2,5 milioni per le forze armate) e grazie alla quale il settore pubblico è usato per assorbire il rischio d’impresa, privato, dell’industria delle armi. Assicurandone profitti e Potere.

1946-2019: compendio storico sulle armi italiane

Le armi per l’Italia sono un commercio strategico fin dai primi anni del ‘900, quando lo stretto rapporto tra banche e imprese – ancora oggi molto forte – permette di «ingessare il mercato o favorire monopoli ingombranti»[3], tanto che le prime “Banche armate” – Banca Commerciale, Credito Italiano, Banca di Roma – operano come vere e proprie «succursali dei maggiori trust industriali» come Fiat, Ilva, Terni, Breda o Ansaldo.
La crisi di alcune di queste aziende – in primis Ansaldo ed Ilva – le porta sotto il controllo dell’Iri[4], cui il regime fascista affida il compito di coprire le perdite del settore privato. Una crisi che, dal punto di vista commerciale, si aggrava con le forti restrizioni militari del Trattato di Parigi del 1947, con cui l’Italia e l’Occidente escono dalla Seconda Guerra Mondiale[5].

Anni ‘50: produrre armi con i soldi atlantici

Gli anni ‘50 portano ad un profondo mutamento de comparto bellico italiano: nel 1947 viene istituito il Fondo per il Finanziamento dell’Industria Militare (FIM), che il Tesoro dello Stato copre con 5 miliardi di lire iniziali e 2,5 miliardi per i successivi venti anni, secondo quanto disposto dal Decreto Legislativo (D.Lgs) n.889 del Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, l’8 settembre 1947. L’anno successivo viene fondata la Società Finanziaria Meccanica-Finmeccanica Spa, che all’intero del gruppo Iri gestisce l’intero settore meccanico italiano. Insieme alla Fabbrica d’Armi Pietro Beretta Spa, nei decenni successivi Finmeccanica gestisce la geopolitica delle armi italiane, tanto dal punto di vista economico che politico.
Sul piano internazionale, i primi anni da Repubblica significano per l’Italia entrare nel Patto Atlantico (27 marzo 1949) e vedere arrivare i 1.470 milioni di dollari del Piano Marshall, cui gli Stati Uniti aggiungono altri 2.210 milioni per il decennio 1950-1960: sono però aiuti militari, che Roma può usare solo per sviluppare un piano straordinario di riarmo di oltre 500 miliardi di lire.

Anni ‘60-’70: fare politica (estera) con armi e petrolio

Tra gli anni ‘60 e ‘70, mentre in Parlamento si discutono le prime leggi per la promozione del settore, le transazioni commerciali passano da un milione di dollari del 1966 ai 423 milioni del 1979, rendendo evidente il sempre maggiore impatto dell’industria bellica sullo sviluppo italiano. Tra il 1976 ed il 1979 vengono formulate le prime proposte di legge per regolamentare il commercio delle armi italiane, con la prima “Disciplina al rilascio delle autorizzazioni all’esportazione e al transito di materiale di armamento” che arriva nel dicembre 1986.

Sono, quelli, i decenni in cui petrolio e armi portano l’Italia a diventare interlocutore privilegiato dei Paesi del Terzo Mondo: le armi a marchio Fiat, Fincantieri, Finmeccanica arrivano al Portogallo coloniale di António de Oliveira Salazar e Marcelo Caetano (1961-1974) – che utilizza i caccia Fiat G91 contro i gruppi indipendentisti di Angola, Mozambico e Guinea – al Brasile sotto la dittatura civico-militare (1964-1985)[6] [L’Indro | Fatto Quotidiano] tanto quanto al Sud Africa in pieno apartheid o all’Arabia Saudita, ancora oggi tra i più importanti clienti per le armi italiane. Quelle stesse armi che vengono impiegate nelle due guerre del Golfo Persico (1990-1991 e 2003-2011) e nella guerra tra Ali Mahdi e il generale Farah Aidid in Somalia (1991-2000). Armi che oggi permettono la prosecuzione del conflitto in Yemen, vengono impiegate nella guerra a Daesh o nello scontro tra Fayez al Sarraj e il generale Khalifa Haftar in Libia.

Anni ‘80: l’Italia come potenza armiera

Tra il 1981 e il 1985 l’Italia copre il 3% dell’intero mercato mondiale delle armi[7], posizionandosi al settimo posto tra i paesi esportatori grazie soprattutto alla produzione di Fiat – che da sola copre il 30% dell’intera produzione – dalle aziende dei gruppi Iri (Finmeccanica, Stet, Fincantieri) ed Efim (Finanziaria Breda e Aviofer Breda). Nel solo 1985, questi tre gruppi industriali raggiungono un fatturato di 5.540 miliardi di lire, di cui il 60% da esportazioni.
Cifre che portano l’industria armiera ad avere sempre più potere sulla politica estera e di sicurezza dei governi italiani, in un rapporto sempre più stretto tra affari, guerre e corruzione (per l’Italia leggi alla voce Leonardo Spa [Nigrizia | Popoli.info]): secondo il Sipri il 40% della corruzione globale proviene dal mercato delle armi.
Attraverso le sue scelte nel commercio internazionale delle armi l’Italia inizia la sua politica di sostegno ad alcuni tra i più importanti regimi non democratici del mondo, in una lunga storia che lega l’Argentina della dittatura civico-militare di Jorge Rafael Videla ed Emilio Eduardo Massera all’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi (Per un approfondimento leggi il capitolo 3 di questo dossier).

Tra gli anni ‘60 e gli anni ‘90 l’Italia usa le armi, il petrolio e i rifiuti tossici come concreti strumenti di politica estera. Una politica dalla doppia morale, in cui accanto al sostegno ai movimenti di liberazione si armano i regimi che reprimono quei movimenti; così, accanto al sostegno dell’Eni di Enrico Mattei al Fonte di Liberazione dell’Algeria [Limes | QCodeMag | Pino Nicotri] (un legame economicamente interessato che coinvolgerebbe anche la sparizione della nave Hedia il 14 marzo 1962 a largo delle coste tunisine) o alla politica filo-palestinese di Bettino Craxi o Aldo Moro e il suo Lodo, nel 1992 l’Italia invia armi ad Israele, rendendosi partecipe di quella politica anti-palestinese condannata, con voto unanime, dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Lungo la frattura tra profitto e diritti umani, l’Italia si sposta sempre più verso i primi. È a questo punto che i governi italiani iniziano una particolare politica di blocco alla vendita delle armi: in caso di embargo deciso dalle Nazioni Unite o dall’Unione Europea verso Paesi che si siano macchiati di gravi violazioni dei diritti umani, l’Italia applica il blocco solo se concorde con il giudizio dato dall’Onu o da Bruxelles.

Sono gli anni in cui il governo Andreotti VI (1989-1991) ridefinisce la politica bellica italiana attraverso il “Nuovo Modello di Difesa”, che affida il controllo dell’intero comparto Difesa ad una struttura simile al Pentagono statunitense ponendo ancor più attenzione alla tutela degli interessi nazionali. Progetto che non decolla nemmeno quando a (ri)proporlo è Roberta Pinotti, titolare del dicastero della Difesa per il governo Renzi tra il 2014 e il 2016.

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Anni ‘90: rivoluzione 185

Sotto il sesto esecutivo Andreotti viene inoltre emanata la legge 185/90, ancora oggi norma di riferimento sulla «esportazione, importazione e transito» delle armi prodotte in Italia. La 185/90 introduce l’obbligo di presentare una Relazione annuale sui movimenti delle armi in entrata e in uscita dal nostro Paese da parte dei ministeri competenti: Difesa; Economia e Finanze; Sviluppo Economico (Mise); Affari Esteri; ministero dell’Istruzione, dell’Università, e della Ricerca (Miur), quest’ultimo interessato al settore da un accordo quadro firmato nel 2014 che porta a stringere sempre più i rapporti tra Difesa ed istruzione.
Difesa e ministeri economici redicono i bilanci, mentre alla Farnesina è affidato il “Fondo per le missioni internazionali”. Presso il ministero della Difesa è inoltre tenuto il Registro nazionale delle imprese autorizzate «ad iniziare trattative contrattuali e ad effettuare operazioni di esportazione, importazione, transito di materiale di armamento». «Esportazione, importazione, transito» possibili solo grazie al rilascio di un “Certificato di uso finale”, emanato dalle autorità del Paese di destinazione degli armamenti e autenticato dalle autorità diplomatiche o consolari italiane. È questo documento che certifica l’effettiva consegna delle armi al Paese acquirente. In termini formali, l’articolo 1 comma 5 della legge 185/90 vieta di esportare armi e licenze di produzione quando tale attività sia in contrasto con la Costituzione, gli interessi o la sicurezza dell’Italia o se le armi esportate sono destinate a Paesi fortemente indebitati, sotto embargo o guidati da regimi non democratici: esattamente il profilo dei clienti più appetibili per il mercato globale delle armi, insieme ad eserciti di liberazione e mafie.

Negli anni la Relazione annuale diventa sempre più opaca e meno dettagliata, così come l’applicazione della legge 185/90 diventa sempre più lasca. E con una legge meno restrittiva diventa più facile sfruttare le criticità del commercio di armi, come l’uso di triangolazioni con Paesi terzi per aggirare gli embarghi o la compravendita di tecnologia “dual use, utilizzabile cioè sia in ambito civile che militare.

Anni ’90-2000: Commessi viaggiatori per regimi autoritari

Il nuovo millennio, con Silvio Berlusconi alla guida del governo, si caratterizza perché la vendita delle armi italiane viene promossa attraverso veri e propri tour promozionali: emblematico, nel 2013, è il viaggio della portaerei Cavour, che coinvolge società dell’industria armiera (Beretta Spa, gruppo Finmeccanica – oggi Leonardo Spa – Telespazio, Mbda) quanto del comparto civile – come Ferrero e Pirelli – inviate a promuovere l’Italia nei Paesi del Golfo e dell’Africa (Qatar, Bahrein, Kuwait e Africa subsahariana). I governi italiani diventano così “commessi viaggiatori” per l’industria bellica italiana. La portaerei Cavour, racconta l’allora ministro della Difesa Mario Mauro (governo Letta, 2013-2014), in quel viaggio è, di fatto, «un grande salone dell’industria bellica» italiana. Cinque mesi di viaggio per 18 Paesi coinvolti, di cui 12 considerati “Regimi autoritari”: Gibuti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait, Qatar, Oman, Madagascar, Angola, Congo, Nigeria e Algeria.

La scelta non etica di Farnborough

Nello stesso periodo si consolida anche la cooperazione bellica con alcuni Paesi europei: è l’Accordo di Farnborough (Gran Bretagna, 27 luglio 2000), che «ristruttura» l’intera industria europea della difesa attraverso la creazione dell’Organizzazione Congiunta per la Cooperazione in materia di Armamenti (Occar), nata per ridurre i costi di ricerca e approvvigionamento e per migliorare la competitività dell’industria bellica europea rispetto a quella statunitense.
È all’interno di questo accordo – firmato dai ministri della Difesa di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Spagna e Svizzera, principali produttori di armi in Europa – che nascono i primi programmi di produzione congiunta nell’industria armiera europea, liberalizzando la circolazione di armi e materiali all’interno dei Paesi firmatari attraverso la definizione di una “Licenza globale di progetto”, che elimina la necessità di specifiche autorizzazioni allo spostamento di «articoli» e «servizi» per la Difesa, per la durata della licenza stessa.

Ma l’accordo di Farnborough ha una pericolosa postilla: «non prevede alcun criterio etico nella scelta dei clienti». Una postilla che diventa ancor più pericolosa con l’arrivo del governo Berlusconi II (2001-2005) agli albori della nuova guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 settembre 2001: l’esecutivo amplia la “Licenza globale” a tutta l’area Nato, al solo fine di allargare il parco-clienti dell’industria armiera italiana.
Con il D.Lgs. 105/2012, il governo Monti (2011-2013) ridefinisce il sistema delle autorizzazioni, suddividendole in tre categorie:

  • generale: gli armamenti oggetto di trasferimento devono essere specificati nell’autorizzazione stessa
  • globale: viene rilasciata un’autorizzazione di tre anni, rinnovabili senza limitazioni di quantità e valore delle forniture
  • individuale: impone il trasferimento ad uno specifico destinatario e solo di quantità e valori di armamenti specificati

La legge permette al Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza della Presidenza del Consiglio (Dis) il potere di veto sulle autorizzazioni nel caso i materiali di armamento oggetto di vendita siano soggetti a Segreto di Stato: segreti che coinvolgono le relazioni geopolitiche dei Paesi acquirenti, la situazione delle forze di sicurezza o informazioni sulle stesse aziende coinvolte.
Uno studio realizzato da Emilio Emmolo dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (Iriad) denuncia come le modifiche introdotte nel 2012 siano facilmente aggirabili semplicemente spostando la compravendita fuori dai confini italiani attraverso operazioni “estero su estero”: in questo modo, eventuali processi aperti in Italia avrebbero tutti la stessa conclusione: assoluzione per “difetto di giurisdizione”.

Armi di lobby&obiezione

È il 1981 quando la società civile comincia a schierarsi contro il sistema di potere delle armi italiane: mentre i giornali scoprono che dal porto di Talamone (Grosseto) sono partite 5.000 tonnellate di armi statunitensi destinate all’Iran dell’ayatollah Ruhollah Khomeini triangolate con Israele attraverso navi danesi, a Comiso (Ragusa) grazie anche al lavoro del deputato comunista Pio La Torre e dal giornale “I Siciliani” diretto da Giuseppe Fava – entrambi, forse non a caso, uccisi da cosa nostra – si sviluppa un ampio movimento di protesta contro l’installazione dei missili nucleari Cruise presso la locale base militare Nato (7 agosto 1981), tra le principali installazioni atlantiche nel Sud Europa durante la guerra fredda.

Sono anni in cui la coscienza antimilitarista di una parte degli italiani si esprime al massimo della sua potenzialità, dopo che nel 1972 la legge n.772 (nota come “Legge Marcora”) concede il rifiuto all’uso delle armi. Rifiuto che rientra nella più ampia scelta alla obiezione di coscienza militare, riconosciuta nel 1987 dall’Onu «per motivi etici, religiosi, filosofici, di coscienza e comunque di libero pensiero» – posizioni che portano gli obiettori nelle carceri italiane già dal 1946 – e successivamente declinata nell’ordinamento italiano nel 1998 (“diritto al rifiuto militare”, l.230/1998) e 2004 (“sospensione della leva obbligatoria” l.226/2004).

Industria armiera e sentimento antimilitarista, nell’Italia repubblicana seguono sviluppi paralleli. Così, mentre Pietro Pinna diventa già nel 1949 il primo obiettore di coscienza “politico” ad essere detenuto (più volte) per la sua scelta – sarà poi fondatore del Movimento Nonviolento insieme ad Aldo Capitini – nel 1947 in Confcommercio viene creata l’Associazione del commercio civile europeo delle armi (Assoarmieri), che rappresenta il 90% del mercato nazionale. È la prima lobby armiera propriamente detta in Italia, cui nei 20 anni successivi si aggiungono il Consorzio Armaioli Italiani – Conarmi, nato negli anni ‘60 come associazione degli artigiani armieri – e Anpam, l’Associazione Nazionale Produttori Armi e Munizioni Civili, gruppo di pressione nato sotto Confindustria.
In quegli stessi 20 anni cattolici e anarchici, socialisti, testimoni di Geova e non violenti in genere vengono arrestati, processati e incarcerati per obiezione di coscienza[8], schierati contro l’obbligo militare e a favore delle lettera ai cappellani militari e ai giudici che nel 1965 costano a don Lorenzo Milani un processo per “apologia di reato” [Avvenire | La Stampa]. Tre anni prima ad essere condannato per lo stesso reato è padre Ernesto Balducci. Gli “obiettori” sono ancora “renitenti” alla leva e “traditori” della Patria, tanto da essere vessati – una direttiva impone ad esempio agli obiettori-detenuti di partecipare all’addestramento militare – e richiamati alle armi una volta scontata la pena. Alcuni vengono condannati anche più volte, una pratica abolita solo negli anni ‘80, quando la condanna diventa unica e di solito pari al periodo di leva rimanente.

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1971: perché bisogna spendere per le armi?

Nel 1971, intanto, grazie a Manrico Mansueti, impiegato comunale di Sarzana (La Spezia) che non destina allo Stato la quota di reddito destinata al comparto militare (12,5%), all’obiezione al servizio militare si aggiunge l’obiezione alle spese militari, che nel 1981 diventa una vera e propria campagna nazionale di “difesa popolare non violenta – promossa da Movimento Internazionale per la Riconciliazione, Movimento Nonviolento e Lega Disarmo Unilaterale – con la detrazione dalle proprie tasse della quota destinata alle spese militari e al mantenimento del sistema di difesa armato (circa il 2% del reddito annuale loro, poi modificato nel 5,5%). Il denaro sottratto – attraverso un atto di obiezione fiscale e civile che, non normata, rimane illegale – viene convogliato in progetti per la pace e la nonviolenza, con la creazione di un vero e proprio Fondo per la Pace, che dai 17,5 milioni del 1982 arriva a gestire 410 milioni nel 1991: tra i progetti finanziati l’apertura di un’ambasciata a Pristina (Kosovo) durante la guerra in ex-Jugoslavia (1991-2001). Dai pochi del 1981, allo scoppio della prima guerra del Golfo Persico gli obiettori fiscali sono già 10.000 – torneranno poi a diminuire negli anni successivi, arrivando a 1.000 nei primi anni 2000 – mentre il 25 gennaio 1996 il Senato obbliga il governo Dini (1995-1996) a stanziare 10 miliardi di lire per favorire l’azione dei corpi civili di pace contro e nella guerra in ex-Jugoslavia (1991-2001), con l’esecutivo che in risposta propone il progetto per un “Nuovo modello di Difesa” ed aumenta le spese militari. Bisognerà aspettare il 2001 per l’introduzione del Servizio Civile Nazionale come alternativa al servizio militare, grazie alla legge n.64.

Dagli anni ‘70 l’obiezione al servizio militare trova ampia diffusione nel Paese, mentre nessuno dei progetti di legge presentati in Parlamento viene approvato fino al 1972, con la legge n.772 che trasforma questa pratica politica in diritto sancito dall’ordinamento italiano. I decreti attuativi arrivano solo nel 1977 (DPR n.1139 del 28 novembre 1977), a riprova di quanto il Parlamento sia all’epoca slegato dal sentimento civile antimilitarista. Sentimento che porta Acli, Mani Tese, Pax Christi e Missione Oggi – alcune delle più importanti associazioni della società civile di quegli anni – a farsi promotrici del comitato “Contro i mercanti di morte, nato contro le esportazioni di armi italiane «ai pazzi più furiosi del manicomio internazionale»[9], come dichiara don Tonino Bello, all’epoca presidente di Pax Christi, alla Commissione Esteri della Camera dei deputati (gennaio 1972). La campagna che ne consegue pone per la prima volta il problema della responsabilità etica dell’industria armiera, che sarà poi fulcro della legge 185/90.
È nel 1985 che, grazie alla Corte Costituzionale, l’obiezione di coscienza diventa non solo un diritto rispetto al dovere di difesa della Patria previsto dall’art.52 della Costituzione, ma si sancisce inoltre che l’obiettore debba essere guidicato dalla giurisdizione ordinaria e non da una corte militare. Ci vorranno però altri 13 anni – con sentenze della Corte Costituzionale, riforme bloccate e rapporti sempre più tesi tra Difesa ed Enti obiettori – per arrivare alla (nuova) legge sull’obiezione di coscienza militare: legge n.230 dell’8 luglio 1998.

2018: il «patto d’onore» lobby-politica

Assoarmieri, Conarmi e Anpam nel 2015 danno vita al Comitato Direttiva 477 – dal 2019 Unarmi – che costituisce ad oggi la lobby-ombrello del settore, che agglomera centinaia di aziende, associazioni, riviste specializzate, politici più o meno affini e anche collaborazioni scolastiche, come quella con il Politecnico di Milano (corso di “Introduzione alla procedura delle armi da fuoco sportive”) o per il corso di “Tecnico dell’Industria meccanica armiera” tenuto all’Ipsia “Carlo Beretta” di Brescia, città che insieme a Gardone Valtrompia rappresenta la capitale economica dell’industria delle armi leggere.
Il Comitato è “voce moderata” di un duopolio lobbistico che vede nella confederazione paneuropea Firearms United le posizioni più estreme: è Firearms ad impostare la comunicazione sulle liste di “amici/nemici” delle armi, riprendendo il canovaccio dallo stile comunicativo della National Rifle Association, la potente (e controversa) lobby delle armi statunitensi, che ha investito 30 milioni di dollari nella campagna elettorale di Donald Trump – eletto Presidente degli Stati Uniti nel 2016 – e vede nell’Europa un possibile mercato di sbocco per assorbire le perdite subite in patria in seguito alle tante stragi che costellano la storia statunitense.

Il potere della lobby italiana delle armi si esprime al massimo con il «patto d’onore» firmato durante la fiera “Hit Show” di Vicenza l’11 febbraio 2018, insieme all’Hunting Show Sud di Marcianise (Caserta) la più importante fiera delle armi in Italia: tra i politici firmatari c’è Matteo Salvini[10], che a giugno giura come ministro dell’Interno del governo Conte I.
Il patto, vera e propria “Assunzione pubblica di impegno a tutela dei detentori di armi” è chiaro: aiuto elettorale da parte dell’industria armiera per quei politici che, sul loro «onore», si impegnino a promuovere e tutelare gli interessi delle armi italiane. È da questo patto che deriva la legge sulla legittima difesa (n.36 del 26 aprile 2019) voluta proprio dalla Lega di Salvini, unico partito che Unarmi considera «amico».

Il «patto d’onore» è risultato della strategia lobbistica adottata dal 2015 contro la Direttiva 91/477/CEE che inasprisce la normativa europea sul controllo delle armi da fuoco in seguito agli attentati che quell’anno colpiscono il vecchio continente e in particolare la Francia, come le stragi di Charlie Hebdo (7 gennaio) e del Bataclan (13 novembre) [Fanpage | Rolling Stone]. Con l’arrivo di Matteo Salvini al ministro dell’Interno (Governo Conte I, 2018-2019) viene meno il tentativo di recepire in maniera particolarmente restrittiva la Direttiva europea 85/2017 promossa dal governo Gentiloni, espressione di un Partito Democratico posto come «nemico» degli interessi armieri.

Il testo della nuova legge sul porto d’armi che in molti leggono come espressione del “patto” Lega-CD477 (n.104/2018), che prevede il raddoppio delle armi sportive detenibili (da 6 a 12) e l’aumento della capacità massima dei caricatori sia per le armi lunghe (da 5 a 10 colpi) che per le armi corte (da 15 a 20). La legge diminuisce da 6 a 5 anni la validità la validità del porto d’armi sportivo e della visita medica per i detentori di armi comuni, ma prevede anche – ed è l’aspetto più controverso di tutto il testo di legge – la cancellazione dell’obbligo di informare i propri conviventi della detenzione di armi da fuoco, in un Paese dove queste sono usate soprattutto negli omicidi (o tentati omicidi) tra le mura domestiche e verso le donne, come evidenziano i dati 2018 dell’Istituto Eures. Dati che certificano anche come le armi legalmente detenute da comuni cittadini nel 2018 abbiano ucciso più di mafie e rapinatori.

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Le armi servono se l’emergenza è virtuale?

Ma questa nuova corsa alle armi, in Italia, ha qualcosa a che fare con la realtà o serve solo a sostenere l’altrettanto non realistico discorso securitario-elettorale della destra (sovranista o non)?
Fuor di propaganda, infatti, i dati della Relazione 2019 della Direzione Centrale della Polizia Criminale evidenziano la diminuzione di omicidi (-12,2% tra 2017 e 2018 e -50% negli ultimi dieci anni); tentati omicidi (-16,2%); violenze sessuali (-32,1%); rapine (-29%), furti (-15,1% e -37,6% in 10 anni) e scippi (-19,3%).
Nonostante i dati dimostrino come l’Italia sia uno dei Paesi più sicuri d’Europa, la percezione di insicurezza tra gli italiani è ampiamente diffusa: da un’indagine realizzata nel 2017 da Eurobarometro, il 78% degli intervistati crede che la criminalità sia aumentata tra il 2012 ed il 2017, con il 39% della popolazione che si dice favorevole a rendere più semplice acquistare un’arma da fuoco.

È anche da questi dati che parte il boom della Lega di Matteo Salvini alle elezioni del 4 marzo 2018. È anche da questi dati che arriva la nuova legge sulla legittima difesa (legge n.36/2019). Una legge che i magistrati definiscono «inutile e pericolosa, che interviene su un’emergenza virtuale e inesistente» e che proviene più da certi salotti della destra politico-televisiva [Internazionale | Dagospia | Eurispes] che da reale necessità, attraverso un lento lavoro sulla semantica della sicurezza – portato avanti anche da giornali come il Corriere della Sera – che nel corso degli anni ha cambiato il senso di parole come “insicurezza” o “degrado”, passate dall’indicare luoghi pubblici dalla scarsa sicurezza strutturale all’individuare luoghi frequentati dalle classi sociali più deboli. È il “panico morale”[11] che si fa politica pubblica – con la creazione dell’”emergenzialismo” – e strumento di politica estera, quando si denuncia la (inesistente) “invasione” migrante [ilFoglio | Internazionale] senza mai denunciare il ruolo dell’Italia nel sostegno di guerre (Libia e Yemen su tutte) e regimi non democratici – come l’Arabia Saudita degli al Saud, il Qatar degli al-Thani o l’Egitto di al-Sisi – da cui scappano gli stessi migranti narrati come “invasori” da una certa parte dei giornali italiani.
Perché l’Italia «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli» (art.11 della Costituzione), mai come strumento per fare profitti, anche quando ciò va a discapito della vita dei suoi stessi cittadini. Tu lo conosci Giulio Regeni?

[1 di 3 – Continua]


Note

  1. Nota metodologica: per comodità, con il termine “industria armiera” in questo articolo e nei seguienti della medesima serie si intende l’insieme del settore bellico e dell’industria produttrice di armi civili
  2. In modo più analitico, l’industria armiera vede 2.334 aziende nel settore civile – con 87.549 addetti – e 112 nel settore militare, che impiega 5.000 addetti. I dati sul settore militare sono ripresi dallo studio La produzione di armi e munizioni per uso civile, sportivo e venatorio in Italia. Imprese produttrici, consumi per caccia e tiro, impatto economico e occupazionale – Fabio Musso, Marco Cioppi, Barbara Francioni, Ilaria Curina, Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” Facoltà di Economia, per conto di Anpam (Associazione Nazionale Produttori Armi e Munizioni). I dati sul comparto civile sono invece ripresi da un contributo della società Prometea per Infodata-Sole 24 Ore, pubblicato il 10 luglio 2019
  3. Riccardo Bagnato, Benedetta Verrini, Armi d’Italia. Protagonisti e ombre di un made in italy* di successo, Fazi editore, 2005, p.43, (*minuscolo nel titolo originale, ndr)
  4. L’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri) viene fondato dal regime fascista nel 1933, posto sotto controllo del Tesoro e della Banca d’Italia, per far fronte alla crisi industriale e bancaria di quegli anni. Alla fine del 1945 controlla 126 aziende con oltre 135.000 dipendenti, nel 1980 ne controlla più di 1.000 con oltre 600.000 dipendenti. Per tutto questo periodo e fino al 1992 – anno in cui viene privatizzata in più fasi – diventa il perno dell’economia pubblica italiana. Negli anni ‘80 la fine dell’epoca delle imprese pubbliche porta alla trasformazione dell’Istituto in società per azioni: è il preludio alla fase di privatizzazione delle tante aziende che negli anni sono inserite nella holding, e alla successiva liquidazione avvenuta il 27 giugno 2000
  5. Il Trattato prevede ampie cessioni territoriali – alla Francia, all’Albania, alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia e alla Grecia – ma soprattutto ampie limitazioni sulle quantità di armi e personale militare di cui l’Italia potrà disporre da quel momento: all’Esercito 250.000 uomini, di cui 65.000 Carabinieri, con al massimo 200 carri armati; all’Aeronautica Militare 25.000 uomini, con 200 tra caccia e ricognitori e 150 aerei da trasporto; alla Marina Militare: 25.000 uomini, con divieto totale di costruire, comprare o sostituire navi da battaglia, con un naviglio totale non superiore alle 67.500 tonnellate totali
  6. Il colpo di Stato contro João Goulert è promosso dai governatori degli Stati di Rio de Janeiro (Carlos Lacerda), di Minas Gerais (Magalhãnes Pinto) e di San Paolo (Adhemar de Barros) nel contesto del Plan Condor, il piano di colpi di Stato promosso dagli Stati Uniti in America Latina per evitare che il continente si avvicinasse all’Unione Sovietica durante la Guerra fredda e che coinvolge Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay, Perù, Urugay. Come in Argentina, anche in Brasile saranno più d’uno i leader della dittatura civico-militare: i general Humberto de Alencar Castelo Branco (1964-1967), Artur da Costa e Silva (1967-1969), Emílio Garrastazu Médici (1968-1974), Ernesto Geisel (19741979), João Baptista de Oliveira Figueiredo (1979-1984)
  7. R. Bagnato, B. Verrini, op.cit., pp.43-48
  8. Le carceri per gli obiettori di coscienza militare sono aperte a Bari, Cagliari, Gaeta, Palermo, Peschiera del Garda (Verona), Roma, Santa Maria Capua Vetere (Caserta) e Sora. Spesso ai parenti è concessa una sola visita a settimana della durata di un’ora
  9. «Il problema non è tanto vendere armi ai pazzi più furiosi del manicomio internazionale…Il problema è di non venderne affatto ad alcuno e quindi di non fabbricarne» dirà don Tonino Bello in audizione alla Commissione Esteri della Camera dei Deputati nel gennaio 1972. In C. Ragaini, Don Tonino. Fratello vescovo, Roma, Paoline Editoriale, 1997, p. 100
  10. Oltre a Salvini, a firmare l’accordo sono i futuri deputati Maria Cristina Caretta (Fratelli d’Italia), presidente delle Associazioni venatorie italiane; Guido Guidesi (Lega); Stefano Giovanni Maullu, non candidabile in quanto già eurodeputato, di cui sono note le posizioni filo-armiere; Nicola Molteni (Lega); Gianni Tonelli (Lega), ex segretario Sap Polizia; i futuri senatori Anna Cinzia Bonfrisco e Massimo Candura, entrambi della Lega. Firmatari non eletti del «patto d’onore» sono Sergio Benato (FdI), Filippo Franchi (Forza Italia); Claudio Broglio (Lega) e Ignazio Messina (Civica Popolare). La lista è pubblicata dallo stesso Comitato Direttiva 477
  11. Con il termine “panico morale” si definiscono quelle «ondate emotive nelle quali un episodio o un gruppo di persone viene definito come minaccia per i valori di una società; i mass media ne presentano la natura in modo stereotipico, commentatori, politici e altre autorità erigono barricate morali e si pronunciano in diagnosi e rimedi finché l’episodio scompare o ritorna ad occupare la posizione precedentemente ricoperta nelle preoccupazioni collettive». La definizione è ripresa da Marcello Maneri, Il panico morale come dispositivo di trasformazione dell’insicureza, Rassegna Italiana di Sociologia, n.1, 2001, che a sua volta riprende da Stanley Cohen, Folk Devils and Moral Panics, London, MacGibbon and Kee, 1972

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