Di guerra civile partigiana, quel “tabù” madre della strategia della tensione (serie: #GladioFiles)

By | Maggio 14, 2020
Eccidio Porzus&omicidio Aldo Moro

La Resistenza partigiana è stata (anche) una guerra civile: un aspetto al centro di un dibattito che Norberto Bobbio e Claudio Pavone hanno portato avanti, per lo più in privato, per oltre 50 anni. Per il fronte antifascista, o almeno una sua parte, è un vero e proprio tabù: perché a parlare di “guerra civile partigiana”, per decenni, sono quasi esclusivamente i (neo)fascisti. Non a torto.

Civile (contro il fascismo), patriottica (contro il nazismo) e di classe (dei partigiani operai e contadini): è su questi tre aspetti che si sviluppa la guerra civile – combattuta tra l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la resa nazista a Caserta del 2 maggio 1945 – che origina la “Repubblica nata dalla Resistenza”, come definisce nei suoi studi lo storico ed ex partigiano Claudio Paavone, primo studioso a portare nel dibattito accademico il termine e, insieme a Giorgio Bocca, tra i primi studiosi non fascisti ad utilizzarlo.

Paradigmi e tabù intorno all’esperienza partigiana


La paura principale dei partigiani è che parlare di “guerra civile” possa non solo aiutare ad equiparare fascismo e antifascismo [Valigia Blu | The Vision | Globalist], ma anche – e forse soprattutto – ricordare che insieme ai nazisti a combattere i partigiani ci siano altri italiani. Così Nuto Revelli, capo partigiano, scrittore e forte oppositore dell’uso di tale concetto, in un’intervista al quotidiano Repubblica del 1991

i fascisti per noi erano degli stranieri come e forse più dei tedeschi[…]era inconcepibile che degli italiani si degradassero fino a terrorizzare, torturare, ammazzare gente che magari aveva le stesse radici, con la quale erano cresciuti insieme[1]

Il tabù della “guerra civile” deriva anche da un racconto della Resistenza che per decenni è stato tanto apologetico quanto parziale, con il contributo partigiano alla lotta di Liberazione sminuita in favore dell’intervento Alleato e del ruolo svolto dai soli partigiani comunisti [Anpi | Corriere della Sera | Wu Ming Foundation]. Una ricostruzione accettata dall’intero arco politico: per la destra (neo)fascista l’obiettivo era – ed è – non lasciare il monopolio della memoria storica alla sinistra, a sua volta bloccata in un limbo tra il “compromesso storico” e quella “rivoluzione interrotta[Internazionale | Deportati.it] che negli anni della contestazione darà vita ad un altro mito: la Resistenza “rossa e non democristiana”.

Un uso politico della storia che ha dato origine ad una Repubblica fondata sull’oblio, nella quale la necessità di normalizzare l’Italia porta il fronte antifascista ad edulcorare la guerra civile partigiana nella sola guerra di liberazione e dove alle violenze, agli eccessi ed agli errori commessi dalla Resistenza non deve essere dedicato lo stesso livello di approfondimento usato nell’analisi dei crimini del fascismo. Un errore che l’Italia atlantica pagherà a caro prezzo tra le malghe di Porzûs e l’omicidio di Aldo Moro.

Per approfondire: Aldo Giannuli – Se i giornalisti fanno gli storici

Armi, partigiani e brigatisti

Con Mussolini e Hitler – suicidatosi poche ore dopo la resa nazista a Caserta – capitoli chiusa di una storia però ancora in corso, gli Alleati possono ora dedicarsi con maggior interesse alla situazione politica italiana. Dalle pagine del Corriere di Roma, organo di informazione usato dalle forze angloamericane fino al 1947, viene ordinata la riconsegna completa delle armi in dotazione ai partigiani: una operazione che il governatore Poletti annuncia conclusa nel giro di pochi giorni, con la riconsegna completa di tutte le armi. Solo negli anni ‘70 si scoprirà che il 40% delle armi partigiane non è mai stato riconsegnato: una parte finirà nella disponibilità delle Brigate Rosse, elemento che contribuisce alla narrazione del brigatismo come diretto discendente dell’esperienza partigiana [Repubblica | Storico.org].

La faccia sporca delle vendette extragiudiziali partigiane

La decisione degli Alleati di proteggere i nazifascisti catturati ponendoli, come prigionieri di guerra, sotto il dettato della Convenzione di Ginevra del 1929 porta il Clnai a modificare il codice punitivo: dal 1945 pene diverse vengono adottate tra:

  • chi ha aderito volontariamente al fascismo e chi, invece, ne è stato coscritto o ha aderito per obbligo
  • chi ha dato o solo eseguito gli ordini, discriminante su cui dal 1944 si basa il principio del “colpire in alto e indulgere in basso”

Per i partigiani è importante non replicare gli schemi culturali fascisti – o darne la sensazione – per evitare che l’opinione pubblica possa sviluppare compassione per i prigionieri fascisti. Il limite, però, è piuttosto labile: così alcuni gruppi privano i prigionieri del rancio o, come a Belluno, decidono di «rispondere con terrore a terrore», mentre i garibaldini lombardi ordinano «Nessuna pietà e basta con l’affollamento nei campi di concentramento»[2]. In un manifesto del 27 settembre 1944, il Cln piemontese annuncia che

per ogni patriota ucciso cadranno cinque nazifascisti; per ogni villaggio incendiato cinquanta traditori verranno passati per le armi[3]

Quale sia la differenza con la politica «una testa per ogni dente» tenuta dal fascismo in Jugoslavia diventa difficile da accertare.

Il tabù a metà dei campi di prigionia “antifascisti”

La sete di vendetta si esaurisce presto, ma non abbastanza da evitare che una parte della popolazione accusi proprio i partigiani di aver causato con le loro azioni le stragi nazifasciste. Dall’aprile 1945 i partigiani vengono cooptati nell’Esercito e nelle forze armate – un modo per sedare altri episodi di rappresaglia, pericolosi per l’immagine resistenziale, mentre attraverso le nuove Commissioni di giustizia il governo ordina la detenzione dei prigionieri fascisti nei campi di prigionia statunitensi.
Campi che, come le prigioni, già nel 1944 soffrono del problema del sovraffollamento. Pur ricavati dai vecchi penitenziari fascisti, le strutture non sono idonee allo scopo, tanto che la Commissione visitatrice e di assistenza ai detenuti di Roma nella sua relazione del 1944[4] denuncia

locali privi di luce, sporchi, sforniti dei più elementari servizi igienici, malsani, incapaci di contenere la pletora della sempre crescente popolazione carceraria, senza possibilità organizzative di lavoro, mancanti di oggetti di casermaggio, malsicuri, senza luce, senza aria, pieni d’insetti e parassiti. I detenuti vivono abbandonati alla rinfusa in indecenti, asfissianti cameroni o costretti in parecchi in celle infelicissime. Tutti gli istituti ospitano un numero superiore di individui a quello previsto dalla capienza massima

Africa, India, Gran Bretagna[5], Russia, Stati Uniti[6] ospitano altri campi di prigionia controllati dagli Alleati, campi in cui i fascisti diventano manodopera a basso costo.
Gli Alleati aprono campi di prigionia anche in Italia
: nell’ex colonia penale di Padula (Salerno), a Terni, San Rossore (Pisa) o a Taranto, dove nell’aprile 1945 una rivolta al “Campo S” porta alla luce un sistema di tangenti pagate dai prigionieri per acquistare cibo. Forte Boccea, Miramare e Riccione i campi cui sono destinati gli ex gerarchi.
Tra i campi Alleati il più controverso è quello di Coltrano (Pisa) dove tra aprile e novembre 1945 vengono deportati 32.735 detenuti, tra cui alcuni diventati volti noti nella Repubblica come Raimondo Vianello, Walter Chiari o Mirko Tremaglia. Nel centro sono deportati però anche bambini di età inferiore ai 13 anni, come riporta Vincenzo Peruzzo – tra il 1944 ed il 1946 primo prefetto della Pisa liberata – in una lettera inviata a Ferruccio Parri, all’epoca presidente del Consiglio[7]. Nel campo, scrive il prefetto, si trovano

moltissimi ragazzi tra i 13 ed i 17 anni, e molti giovani delle classi ‘23-’24-’25 obbligati, sotto pena di fucilazione e di rappresaglia per le loro famiglie, a prestare servizio nell’esercito repubblicano. Vi sono inoltre civili erroneamente rastrellati, partigiani internati perché privi di documenti di identificazione; altri per aver usufruito degli automezzi che trasportavano i prigionieri in Germania, che alla data della capitolazione tentavano di raggiungere le proprie famiglie. Vi sono infine i vecchi fino a 75 anni, grandi invalidi mancanti di un arto, tubercolotici, anche bisognosi di urgenti cure e di atti operatori, tutta questa gente vive in promiscuità, con elementi gravemente compromessi politicamente, molti dei quali già colpiti da mandati di cattura e sulla cui sorte occorrerebbe provvedere d’urgenza costituendo essi un grave pericolo per la sicurezza e la disciplina del campo di concentramento, pericolo che potrebbe realizzarsi da un momento all’altro, ripeto, da un momento all’altro

Nel settembre 1945 Parri decide la chiusura del campo, aperto nel luglio precedente. Due commissioni – una civile, l’altra militare – e ben 41 sottocommissioni (di cui 5 specifiche per i detenuti politici) sono chiamate a decidere per la liberazione o il trasferimento dei prigionieri. Quasi tutti (30.000) vengono liberati, gli altri rimasti – meno di 2.000 – vengono trasferiti a Laterina (Arezzo). A Castellina in Chianti, nel senese, il campo di prigionia è destinato alle sole donne, alcune delle quali incinte, spesso innocenti, bambine «di buona famiglia», donne prive di scarpe o abiti pesanti, come denuncia la Croce Rossa, che descrive una situazione «al di fuori dei principi di umanità e di civiltà insiti nel nostro popolo»[8].

L’Italia post-fascista: dalla Resistenza all’operazione Gladio

Nel giro di pochi mesi l’Italia muta profondamente pelle rispetto al Paese uscito dalla guerra: il Cln è potere ormai istituzionalizzato, con il programma di epurazione e defascistizzazione cancellato in favore della continuità dello Stato tra fascismo e Repubblica. Un contesto in cui il fronte antifascista vieta di definire la lotta partigiana come “guerra civile” – in testa li Pci di Togliatti – e in cui , scelta come Paese strategico della “dottrina Truman” – o dottrina “del contenimento” – annunciata dal Presidente degli Stati Uniti Harry Truman il 12 marzo 1947, l’Italia individua il comunismo come nuovo nemico, tanto da formare gruppi paramilitari (come il Maci o le evoluzioni della Brigata partigiana Osoppo) contro l’eventualità di una insurrezione armata e “rossa”.

Per approfondire:

Una politica che negli Stati Uniti viene ripresa e rafforzata attraverso il “roll back containment” del generale Dwight David Eisenhower – successore di Truman alla presidenza del Paese – di cui interprete di ampio rilievo sarà Clare Boothe Luce [RaiScuola], ambasciatrice in Italia dal 1953 al 1957, a cui in tale ruolo è anche affidato il fondo “coperto” da 5 milioni di dollari annui stanziato dalla Cia, in funzione anticomunista, dal 1948 fino ai primi anni ‘60.

Per approfondire:

Sono 5 i documenti del National Security Council – organo di consiglio e controllo delle attività di sicurezza nazionale e politica estera creato proprio nel 1947 – che definiscono come declinare la “dottrina Truman” nel contesto italiano (per i documenti si ringrazia Mary Curry del National Security Archive, ndr):

  • documento Nsc n.1/2 del 10 febbraio 1948, con cui gli Stati Uniti prevedono l’immediato dispiegamento di contingenti militari in Sicilia e Sardegna contro l’eventuale presa di potere del Partito Comunista Italiano attraverso la diretta invasione sovietica o tramite insurrezione interna
  • documento Nsc n.1/3 dell’8 marzo 1948, con cui gli Stati Uniti definiscono un piano di assistenza militare e finanziaria ai gruppi anticomunisti italiani per evitare che i comunisti possano arrivare al potere attraverso sistemi legali (il voto)
  • documento Nsc n.10/2 del 18 giugno 1948: è il documento con cui gli Stati Uniti iniziano ufficialmente la loro politica di “covert operations
  • documento Nsc n.67/3 del 5 gennaio 1951, con cui si prevedono, ancora, iniziative statunitensi per evitare che i comunisti possano conquistare il potere in Italia, indipendentemente dalla modalità
  • documento Nsc n.5412 del 15 marzo 1954 (revisionato con documento Nsc n.5411 del 15 aprile 1954) con cui Washington definisce i dettagli dell’”operazione europea Stay Behind” per l’Italia: è la nascita dell’”operazione Gladio”, accettata ufficialmente dall’Italia con l’accordo Sifar-Cia del 1956.

L’insurrezione comunista mai ci sarà. Sarà per molti una «rivoluzione interrotta», di cui il colpevole è individuato nella politica normalizzatrice del Partito Comunista di Togliatti, ad iniziare dall’amnistia concessa nel 1946

Quando facemmo la foto mi ricordai del partigiano che mi aveva consegnato quell’arma. Pensai che l’avrebbe riconosciuta, che avrebbe capito che noi stavamo continuando la sua guerra, quella che lui aveva perso

racconta nel 1990 a Giovanni Bianconi de “La Stampa” Alberto Franceschini, fondatore e dirigente di quelle Brigate Rosse viste da molti come naturale erede proprio di quella rivoluzione partigiana interrotta. L’«arma» di cui parla è la pistola Browning puntata alla tempia dell’ingegner Idalgo Macchiarini – dirigente della Sit-Siemens – il 3 aprile 1972, nel primo sequestro lampo brigatista [Panorama | Ugo Maria Tassinari]: quella pistola arriva dalla partita di armi partigiane che il governatore Charles Poletti non riuscirà a sequestrare.
Armi che, dunque, rappresentano una linea di continuità con il futuro – dalla Resistenza alla lotta armata degli anni ‘70 – così come il principio di continuità dello Stato, con il passaggio dei burocrati fascisti nella macchina amministrativa dell’Italia post-fascista, rappresenta una evidente ed irrisolta linea di continuità con il passato.
A cambiare, profondamente, è il contesto generale: con l’Italia sempre più atlantica ed anticomunista il primo passo verso la strategia della tensione è appena stato mosso.

[8 di 10 – Continua]
Leggi l’approfondimento completo

Note

  1. Antonio Gnoli, Fucilavamo i fascisti e non me ne pento, Repubblica, 16 ottobre 1991
  2. Lettera all’ispettore Riccardo Presso la 3a divisione Lombarda Aliotta (Oltrepo pavese), 16 novembre 1944, in C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Torino, Bollati Brongheri, Ed. 2006, p.490
  3. Istituto nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (Insmli), Clnai, b.6, fasc.3, s.fasc.17
  4. Cfr. Commissione visitatrice e di assistenza ai detenuti – Roma, Il problema carcerario italiano. Relazione sulle deficienze del vigente sistema penitenziario e sulla necessità di una urgente riforma, tipografia delle Mantellate, Roma 1944, in Christian G. De Vito, Camosci e girachiavi: Storia del carcere in Italia, Bari-Roma, Laterza, 2009, pp.14-15
  5. Isabella Insolvibile, Wops. I prigionieri italiani in Gran Bretagna (1941-1946), Edizioni scientifiche italiane, 2012
  6. Archivio dell’Ufficio storico dell’Esercito Italiano (AUSSME), DS, busta 2256-A, Relazione sulla costituzione delle unità di servizio italiane alle dipendenze dell’Esercito degli Stati Uniti, 1 agosto 1944. la studiosa statunitense Janet Worral riporta cifre contenuto presso il National Archives di Washington, riferendo di 33.672 soldati semplici e 1.090 ufficiali, per un totale quindi di 34.762 prigionieri italiani cooperatori. La discrepanza nelle cifre, soprattutto degli ufficiali, è da addebitare ai diversi criteri di conteggio. Da parte italiana si sono considerati quanti hanno firmato per la cooperazione, le cifre statunitensi riportano invece chi è stato effettivamente utilizzato nel programma ISU, la dscrepanza nel nulero di ufficiali andrebbe addebitata di circa 1500, che pur firmando per la cooperazione, rimasero inutilizzati presso i campi di Monticello e Weingarten. Cfr. Janet Worral E., Italian Prisoners of War in the United States: 1943-1945, in Italian American in Transition, Proceedings of the XXIII Conference of the American Italian Historical Association, New York, 1990, p.253
  7. Carlo Forti, Dopoguerra in provincia: microstorie pisane e lucchesi 1944-1948, Milano, Franco Angeli Editore, 2007, p.73
  8. Lettera di Gaetano Casoni, funzionario della Croce Rossa a Paternò (Catania), al ministero degli interni, 16 novembre 1945

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.