25 luglio 1943: golpe al fascismo di una futura Repubblica anticomunista (serie: #GladioFiles)

By | Maggio 1, 2020
caduta Mussolini - prima pagina Popolo d'Italia

Doveva essere una Norimberga italiana contro il Ventennio degli italiani brava gente, ma il maxiprocesso al fascismo si trasforma, dalla fine della Seconda guerra mondiale, in processi ai singoli membri del regime, fino a costituire un vero e proprio processo di rimozione, favorito dal nuovo assetto geopolitico internazionale in cui alla minaccia (neo)fascista viene sostituito l’anticomunismo. Un processo di rimozione che semina i germi della strategia della tensione

Odg Grandi: un golpe (burocratico) contro Mussolini?

Ordine del giorno Grandi”: è così che si chiama il documento che pone fine al potere del fascismo in Italia [videoricostruzione RaiScuola]. Di fatto è un colpo di Stato burocratico, mosso dall’interno del Gran Consiglio del fascismo[1] nella sua ultima riunione, il 25 luglio 1943 a Palazzo Venezia, Roma. Dopo 10 ore di riunione Benito Mussolini viene così destituito dal vertice del regime – e di conseguenza del Potere – fascista.

Il suicidio del fascismo

La firma di Dino Grandi, presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni ed ex ministro degli Esteri e della Giustizia, è l’atto conclusivo di un percorso di allontanamento di vari gerarchi da Mussolini, reso evidente dal non intervento del partito dopo il suo arresto, avvenuto nel pomeriggio di quello stesso 25 luglio a conclusione del colloquio con il re, Vittorio Emanuele III, che nell’”operazione Grandi” vede l’«arma costituzionale» da tempo richiesta per accettare la caduta del regime.

L’arresto non è ad esempio osteggiato da Carlo Scorza, segretario del Partito Nazionale Fascista (Pnf) che avrebbe potuto dare alle camicie nere l’ordine di resistere, anche con la forza, al fermo del loro leader; non interviene Enzo Galbiati, console generale della Milizia, che non attiva l’unità corazzata del regime, la “Divisione M”. Anche i giornali si schierano in favore di questa decisione[2].

Per approfondire:

Formalmente l’Odg Grandi chiede il ripristino dell’articolo 5 dello Statuto Albertino, rimettendo i poteri del Duce nelle mani del re. Nella sostanza è un tradimento su ampia scala, proposto in via parallela all’idea di un colpo di stato militare cui, però, Vittorio Emanuele III non darà mai il via libera definitivo. Entrambe le soluzioni hanno come obiettivo la creazione di un fascismo senza Mussolini, che prende le mosse dall’esperienza del fascismo clandestino nel Sud Italia, sviluppato soprattutto dal principe Valerio Pignatelli di Cerchiara, già combattente fascista in Etiopia e Spagna e con buone entrature in Vaticano.

Per approfondire:

Probabilmente né il capo del fascismo né i 28 gerarchi presenti sanno come andrà la riunione del Gran Consiglio, tanto che Grandi si presenta a Palazzo Venezia con in tasca una pistola e due bombe a mano.
Mussolini conosce il testo dell’odg Grandi fin dal 22 luglio: a presentarglielo è Scorza, qualche ora prima rispetto allo stesso Grandi, che spera la sua operazione diventi una via d’uscita tanto per l’ormai ex Duce – apertamente contestato da molti dei suoi stessi gerarchi – quanto per l’Italia, nel tentativo di evitare al Paese la “resa incondizionata” agli Alleati.

Quale fascismo dopo Mussolini?

Il progetto di un fascismo in grado di andare oltre il suo ideatore ha estimatori variegati: in Italia trova il favore del fascismo moderato, di parte del mondo cattolico e, soprattutto, di quella monarchia che prende sempre più in considerazione l’idea di un cambio di regime attraverso un golpe militare, previsto per il 26 o 29 luglio [Corriere della Sera | Repubblica] e affidato a generali monarchici come Pietro Badoglio, Giuseppe Castellano o Vittorio Ambrosio.

In un contesto in cui gli Alleati iniziano a muovere dalla Sicilia – dove sbarcano il 10 luglio – a Milano (25-29 aprile 1945), con i tedeschi ancora saldamente in controllo di una Roma sotto bombardamento alleato (19 luglio 1943) e l’antifascismo ancora lontano dal diventare contropotere, la fine del fascismo arriva di fatto per suicidio.
Ci sono almeno 3 ipotesi sul tavolo del re:

  • l’ipotesi “peggiorativa”, con cui Roberto Farinacci, insieme al maresciallo Ugo Cavallero, vuole porre l’Italia sotto il dominio tedesco, sostituendo Mussolini con il generale Albert Kesselring. Come contromisura il re affida il costituendo Corpo corazzato, che ha il compito di difendere Roma da azioni nazifasciste, al generale Giacomo Carboni, tra il 1939 ed il 1940 direttore del Servizio Informazioni Militare (SIM), il servizio segreto militare del regime
  • c’è il progetto “atlantico” di Giuseppe Bastianini, sottosegretario agli Esteri del regime, che con il sostanziale avallo dello stesso Mussolini apre tre canali diplomatici (Lisbona; Ankara; Madrid) con gli angloamericani. L’idea di Bastianini – riportano Ennio Di Nolfo e Maurizio Serra in “La gabbia infranta: gli Alleati e l’Italia dal 1943 al 1945”[3] – è la creazione di un’asse tra Italia, Romania ed Ungheria per fare pressioni su Hitler e, in seconda battuta, sugli Stati Uniti per evitare che l’Europa possa uscire dal secondo conflitto mondiale sotto la bandiera rossa dell’Unione Sovietica
  • il progetto “britannico”, dove l’Inghilterra di Winston Churchill vorrebbe porre Dino Grandi alla guida del nuovo regime fascista post-mussoliniano, in un sistema politico che coinvolgerebbe anche James Angleton, capo del controspionaggio statunitense a Roma, e Pino Romualdi, ex segretario del Partito Fascista Repubblicano oltre che fondatore del Movimento Sociale Italiano, nato nel 1946 per la necessità del (neo)fascismo di ammorbidire le epurazioni post-belliche

Badoglio al centro dell’Italia post-mussoliniana

Attraverso i propri servizi segreti, Londra è dietro al progetto di golpe militare fin dal 1941: lo scenario prevede il rovesciamento del regime realizzato da un gruppo di militari vicini al maresciallo Pietro Badoglio, futuro capo della Giunta militare sotto il consenso di Vittorio Emanuele III o del principe ereditario Umberto II. Fatto salvo il putsch militare, è esattamente il modo in cui il Regno d’Italia entra nella sua fase post-fascista.

Quel 25 luglio per Mussolini finisce con l’arresto e la detenzione, prima a Ponza (26 luglio-6 agosto), La Maddalena (7-25 agosto) e infine presso l’albergo di Campo Imperatore sul Gran Sasso – provincia de L’Aquila, a 2.200 metri d’altezza – da dove i nazisti lo liberano il 18 settembre (“operazione Quercia”) per porlo alla guida di un regime fantoccio di Salò, nella provincia bresciana: quella Repubblica Sociale Italiana (Rsi) creata sulla falsariga del regime di Vichy in Francia.

Il 26 luglio, intanto, il generale monarchico Pietro Badoglio, 72 anni, è nominato a capo del governo italiano mentre fugge da Roma, insieme ai reali di Casa Savoia, per rifugiarsi a Brindisi sotto la protezione degli angloamericani, sbarcati in Sicilia con l’“operazione Husky” il 9 luglio 1943 e da quel momento in risalita verso il nord Italia [La Stampa | StoriaXXISecolo].

In risposta all’armistizio che l’Italia firma agli inizi di settembre, le truppe naziste della Wehrmacht e delle Schutzstaffel (SS, “squadre di protezione”, in italiano) occupano i centri nevralgici dell’Italia, costringendo i primi nuclei di resistenza già attivi a rifugiarsi in montagna.

L’armistizio con gli Alleati è di fatto una resa incondizionata, materialmente firmata il 3 settembre a Cassibile (Siracusa) dal generale Castellano. A rendere chiari i rapporti di forza tra i contraenti è un secondo documento – il cosiddetto “armistizio lungo” del 29 settembre – firmato sulla corazzata britannica Nelson in acque maltesi: il maresciallo Badoglio ed il generale statunitense Dwight Eisenhower firmano, attraverso i generali Walter Bedell Smith per gli Stati Uniti e Castellano per l’Italia, l’Instrument of Surrender of Italy, addolcito in Italiano in Condizioni aggiuntive di armistizio con l’Italia. Il “giro di valzer” – caratteristica tipica della politica estera italiana – questa volta non riesce: il tentativo di passare allo status di “Paese alleato” degli angloamericani non va in porto. Badoglio deve accontentarsi di guidare un “Paese cobelligerante”.

Tra Rsi e Regno del Sud nasce un terzo potere: il Comitato di Liberazione Nazionale

Quale ne sia l’aggettivo, la realtà è quella di un Paese spaccato in due: al nord Mussolini guida una burocrazia ad uso e consumo dei nazisti, mentre tutto il territorio che è a sud di Napoli è gestito dagli Alleati. La famiglia reale passa dal governare un’intera nazione ad un’area compresa tra Bari, Brindisi, Lecce e Taranto: è il Regno del Sud, formalmente indipendente dal controllo alleato ma a questi necessario per contrapporre un potere legittimo alla Repubblica Sociale di Mussolini.

Questa nuova conformazione politica accoglie anche un nuovo potere, che occupa il vuoto che si apre nella contrapposizione tra le due nuove-vecchie forze in campo: con la caduta del regime alle porte e gli Alleati che risalgono materialmente il territorio della penisola, gli antifascisti di ritorno dall’esilio diventano spesso elementi di spicco del Comitato di Liberazione Nazionale (Cln), formato da

  • Partito Comunista (Pci)
  • Democrazia Cristiana (Dc)
  • Partito d’Azione (Pd’A)
  • Partito Liberale Italiano (Pli)
  • Partito Socialista di Unità Proletaria (Psiup)
  • Democrazia del Lavoro (Dl)

Il mancato armistizio nazisovietico e la nascita della “minaccia comunista”

Il 25 luglio 1943 è, però, solo il punto finale di una sconfitta nazifascista certa da mesi: il 9 marzo, attraverso l’ambasciata italiana a Berlino, Mussolini propone ad Hitler di dare seguito al progetto del “Vallo dell’Est” per congelare la situazione con l’Unione Sovietica, che nell’agosto 1939 firma proprio con la Germania nazista il patto di non aggressione (patto Molotov-Ribbentrop o, più raro, patto Hitler-Stalin), compreso un “protocollo segreto” per la spartizione del territorio: a Mosca la Polonia orientale, i Paesi baltici e la Bessarabia – area oggi compresa tra Moldavia ed Ucraina – alla Germania la Polonia occidentale.

Nel 1943 i rapporti Mosca-Berlino sono completamente ribaltati e la parola pace non rientra nell’equazione. La proposta del “Vallo” permetterebbe al fronte nazifascista di concentrarsi sullo scenario mediterraneo. Secondo Mussolini, oltre all’Oberkommando della Wehrmacht (Okw), il piano è condiviso da alti gerarchi nazisti come Hermann Göring, Heinrich Himmler o il feldmaresciallo Wilhelm Keitel, capo dell’Okw.
È in questo contesto che il sottosegretario agli Esteri Giuseppe Bastianini si muove per superare il fascismo mussoliniano. L’asse aperto con Romania e Ungheria ha bisogno di maggior peso: così, il 25 luglio, dopo la riunione con cui viene de facto esautorato dei suoi poteri, Mussolini incontra l’ambasciatore del Giappone Shinokuro Hidaka: anche Tokyo, in quel 1943, è favorevole al progetto di pacificazione Urss-Germania. Intesa che, giocoforza, modificherebbe le sorti dell’intero conflitto. Il 2 settembre è Hiroshi Oshima – ambasciatore giapponese a Berlino – a riportare a Tokyo di un prossimo viaggio del ministro degli Esteri nazista Joachim von Ribbentrop a Mosca per definire un vero e proprio armistizio Urss-Germania nazista.

Un armistizio che rimane pura distopia con la battaglia di Kursk (5-16 luglio 1943) e la sconfitta della VI Armata tedesca nella battaglia di Stalingrado (2 febbraio 1943). Battaglie che rappresentano i primi passi di quella avanzata sovietica conclusa a Berlino nel maggio 1945 ma anche l’inizio dello spostamento occidentale dalla minaccia fascista alla minaccia comunista.
Per l’Italia in piena guerra civile il problema è più impellente del grande gioco delle relazioni internazionali: nel Congresso di Bari (28-29 gennaio 1944) il Cln comunica agli Alleati che dopo la caduta del fascismo l’obiettivo è l’abdicazione dei Savoia accusati, non a torto, di aver fortemente collaborato con il fascismo.

[1 di 10 – Continua]
Leggi l’approfondimento completo

Note

  1. Fondato nel 1993 come principale organo direttivo del Partito Nazionale Fascista e composto da tutte le correnti del partito, con la nascita formale del regime (29 ottobre 1922) diventa il più importante organo costituzionale del regno d’Italia (l.2693/1928). Ha però solo carattere consultivo: le decisioni del Gran Consiglio, cioè, non sono vincolanti. Prima della riunione del 24-25 luglio 1943, l’ultima convocazione risale al 1939 ed ha per oggetto la decisione sulla neutralità del Regno d’Italia nella Seconda Guerra Mondiale
  2. Gli esempi sono citati da Giuseppe Parlato, Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948, Bologna, il Mulino, 2006, pp.10-11
  3. Ennio Di Nolfo, Maurizio Serra, La gabbia infranta: gli Alleati e l’Italia dal 1943 al 1945, Bari-Roma, Laterza, 2010

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.