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Nel fallito “maxiprocesso” al fascismo il germe della strategia della tensione? (serie: #GladioFiles)

Del “maxiprocesso al fascismo” non rimane che l’intenzione.
Nei propositi degli Alleati, doveva essere un secondo processo di Norimberga [ilPost | StoriaXXISecolo] dopo quello tenuto contro il regime nazista tra novembre 1945 e ottobre 1946[1] e soprattutto contro il “meccanismo del terrore” del Reich: oltre 400 stragi – circa 15.000 le vittime – portato avanti contro partigiani italiani e popolazioni civili tra il 1943 ed il 1945.
La “Norimberga italiana” non verrà mai celebrata: senza nessuna spiegazione l’idea di un singolo, grande, processo al regime fascista viene smembrata e trasformata in una serie di processi minori che, perseguendo il principio del “colpire in alto e indulgere in basso”, avranno un impatto completamente diverso sulla stessa defascistizzazione della futura Repubblica Italiana.

Democratizzare sì, defascistizzare no

La necessità di defascistizzare l’Italia si esaurisce nel giro di pochi anni: tra la metà e la fine degli anni ‘40 il quadro geopolitico è profondamente cambiato, con l’ingresso dell’Italia e della Germania Federale nell’alveo della Nato – Roma nel 1949, Bonn nel 1955 – e l’Unione Sovietica accusata di stare innalzando una vera e propria “cortina di ferro” nel cuore dell’Europa.

Dopo la cancellazione del “maxiprocesso al fascismo”, anche la “ritirata aggressiva” nazista viene processata come una serie di vendette singole che sono, in realtà, alcune tra le più note stragi perpetrate dal nazifascismo in Italia, dagli eccidi delle Fosse Ardeatine (Roma, 24 marzo 1944), di Vallucciole-Stia (Arezzo, 13 aprile 1944) o di Civitella in Val di Chiana (Arezzo, 29 giugno 1944) alle stragi di Monte Sole/Marzabotto (Bologna, 29 settembre-5 ottobre 1944), Sant’Anna di Stazzema (Lucca, 12 agosto 1944) o Padule di Fucecchio (Firenze, 23 agosto 1944), per le quali vengono processati alcuni tra i più alti gerarchi nazisti come Albert Kesselring, comandante in capo delle forze di occupazione naziste in Italia (Venezia, 1947, assoluzione dopo una iniziale condanna all’ergastolo), il maggiore Walter Reder – cui vengono affidate le operazioni contro i partigiani tra Grosseto e Cecina – o il tenente colonnello Herbert Kappler, capo della Gestapo a Roma, che il 17 aprile 1944 ordina il rastrellamento del quartiere romano del Quadraro (17 aprile 1944). Condannato all’ergastolo, il 15 agosto 1977 riesce a fuggire e tornare in Germania, con il probabile aiuto dei servizi segreti italiani, dove muore nel febbraio 1978 in seguito ad un tumore al colon.

Per approfondire:

In questa prima fase processuale la maggior parte dei processi si conclude con una serie di assoluzioni o condanne assolutamente non adeguate rispetto ai reati commessi, spesso perché gli imputati hanno solo eseguito ordini superiori. Tutto, però, cambia nel 1994: durante le indagini volte ad accertare il ruolo del capitano SS Erik Priebke, membro dello Stato maggiore di Kappler, nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, in un armadio sigillato e con le ante rivolte verso le pareti in uno sgabuzzino di Palazzo Cesi a Roma – sede degli uffici giudiziari militari – vengono rinvenuti 695 fascicoli relativi alle stragi nazifasciste: è il cosiddetto “Armadio della Vergogna, creato dal procuratore generale militare Enrico Santacroce nell’ambito dei rapporti tra Italia e Germania nella nuova Europa post-fascista, come dimostrano gli studi della storica Isabella Insolvibile. Così, mentre l’Europa è ormai avviata verso gli anni ‘50 e si sposta dalla minaccia nazifascista alla lotta al comunismo, l’unico vero processo imbastito contro il fascismo tout court è un processo di «rimozione, di ricostruzione selettiva e parziale del passato prossimo»[2].

Per approfondire:

Epurare con moderazione

Il programma delle sanzioni contro il fascismo viene così minato alla base ancor prima di essere definito. Le prime ordinanze – che gli Alleati emanano di pari passo con la conquista militare del territorio – vengono rese pubbliche senza che sia previsto un vero sistema di applicazione. La sospensione di funzionari e impiegati pubblici fascisti (Ordinanza n.35) o dell’industria privata e del commercio (Ordinanza n.46) sono sanzioni che vengono lasciate alla responsabilità degli italiani. Impegnati nello scontro sul campo, gli angloamericani si limitano a porre il veto per le epurazioni in campo economico, come accade con Vittorio Valletta, potentissimo amministratore delegato della Fiat.
Con l’antifascismo ancora lontano dai palazzi istituzionali – vi entrerà solo a partire dall’aprile 1944 con il governo Badoglio II (aprile-giugno 1944) – l’esecutivo militare applica le sanzioni senza troppa convinzione, in un sistema ancora fortemente basato su persone e strutture del vecchio regime mussoliniano.

Il caso Giuseppe Pieche: dall’epurazione alla tensione

Il sistema prefettizio è, ad esempio, ricalcato integralmente dal fascismo, una necessità legata anche al potere personale dei prefetti, tanto che saranno solo due su 54 quelli licenziati per effettiva epurazione, la maggior parte è sostituita per semplice ricambio amministrativo o mandato in pensione.

Tra i prefetti destinati ad altra mansione, emblematica del nuovo corso storico-politico è la carriera di Giuseppe Pieche, prefetto a Foggia dopo essere stato agente dell’Ovra – la polizia politica segreta del regime – e per un breve periodo alla guida dell’Arma dei Carabinieri sotto il governo Badoglio. Il nome di Pieche torna nella storia italiana, legando il regime con la fase epurativa e la strategia della tensione, cifra dell’Italia degli anni ‘70. Scrive Giacomo Pacini ne “Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia 1943-1991”[3]

A inizio anni Trenta [Pieche] era stato il responsabile della III sezione del Sim fascista, occupandosi di controspionaggio e sicurezza interna. Dopo lo scoppio della guerra civile spagnola fu incaricato di coordinare l’invio degli aiuti militari a Franco per poi tornare a svolgere mansioni di controspionaggio, assumendo lo specifico compito di individuare eventuali voci di dissenso nel corpo di spedizione fascista in Spagna (dove collaborò con Roatta, ndr)[…]Durante la Seconda guerra mondiale fu inviato in Iugoslavia alla guida della missione militare italiana presso il capo del movimento degli ustascia Ante Pavelić[…]Secondo un appunto del Sim, Pieche (che veniva definito «uomo venale e di poco affidamento») aveva ricevuto l’incarico di aiutare gli ustascia per espresso volere di Mussolini e Galeazzo Ciano, ricevendo un compenso speciale di mezzo milione di lire[…]il 19 novembre [1943, ndr] il governo Badoglio lo nomina addirittura comandante generale dell’Arma dei carabinieri nell’Italia liberata

Accusato di avere dirette responsabilità nella fascistizzazione delle forze armate – e per questo deferito all’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo – Pieche si salva dall’epurazione solo perché messo a riposo, temporaneo, prima di essere nominato direttore generale della Protezione civile e dei servizi antincendio del ministero dell’Interno, carica che ricopre dal 1948 al 1953. È il suo ultimo incarico ufficiale prima di essere messo in congedo definitivo.
È un bluff: già durante l’esperienza alla Protezione Civile Pieche è consulente dell’Ufficio affari riservati, l’agenzia d’intelligence del ministero dell’Interno dal 1948 al 1974, e agente dell’”Anello” (o “Noto Servizio”): il suo compito è «riaggregare i gruppi fascisti ed infiltrarli nei gruppi di sinistra».

Per approfondire:

Nel 1950 Pieche ed il generale Edgardo Sogno sono coinvolti nel progetto del Servizio Difesa Civile, con cui Mario Scelba (Interno), Randolfo Pacciardi (Difesa), Giuseppe Pella (Tesoro) e Salvatore Ardisio (Lavori Pubblici), ministri del governo De Gasperi VI (1950-1951), puntano a riorganizzare i servizi di protezione e soccorso dei cittadini per rispondere meglio a calamità naturali e guerre. Il progetto nasconde in realtà la costituzione ed il finanziamento da parte dello Stato Maggiore della Difesa di campi paramilitari anticomunisti, necessari alla preparazione del colpo di Stato promosso dalla X Flottiglia Mas del principe Junio Valerio Borghese (7-8 dicembre 1970), uno dei tanti fascisti salvati dai processi giudiziari[4]. Tra gli accusati di aver concorso alla preparazione del golpe c’è anche Pieche, in seguito assolto.

1943, indulgenze&Alti commissari

“Defascistizzazione delle Amministrazioni dello Stato, degli Enti locali e parastatali, degli Enti comunque sottoposti a vigilanza o tutela dello Stato e delle Aziende private esercenti pubblici servizi o di interesse nazionale”: è il lungo titolo del Regio Decreto Legislativo (Rdl) 29/B del 29 dicembre 1943, con cui nell’ordinamento italiano si formalizza il principio del “colpire in alto e indulgere in basso”.
Basato su un precedente decreto emanato nell’agosto 1943, la nuova disposizione prevede due livelli di giudizio:

  • i funzionari di alto grado dovranno essere giudicati dai ministri
  • per tutti gli altri funzionario verranno istituite apposite Commissioni con potere di indagine e giudizio

Come spesso accadrà, al testo di legge non segue alcun provvedimento concreto: il primo tentativo di strutturare le istituzioni epurative si conclude ancora prima di iniziare. Emblematico che ai membri della Commissione ministeriale di defascistizzazione degli uffici statali, presieduta dal ministro della Pubblica Istruzione Adolfo Omodeo (governo Badoglio II, 1944) non vengano nemmeno forniti i testi delle leggi che la Commissione avrebbe dovuto applicare. Una prassi che rende vana la decisione (Rdl n.134 del 26 maggio 1943, “Punizione dei delitti e degli illeciti del fascismo”) di introdurre ergastolo e pena di morte tra le punizioni adottabili contro ministri, sottosegretari e candidati del Partito Nazionale Fascista alle elezioni politiche del 1929, le prime in cui viene adottato il sistema plebiscitario, in vigore fino al 1934.

Intanto il 13 aprile 1944, con il Rdl n.110 il governo Badoglio II istituisce l’Alto Commissariato per l’epurazione nazionale del fascismo, decreto che insieme alla decisione del novembre 1943 di scindere il Ventennio dalla Repubblica sociale di Mussolini potrebbe cambiare profondamente l’intero quadro sanzionatorio, tanto quanto i rapporti tra antifascismo e fascisti “ripuliti”. Con questa decisione – che trova il favore anche degli Alleati – avere o meno seguito Mussolini nell’esperienza del regime-fantoccio di Salò dopo l’armistizio del settembre 1943 diventa il discrimine per stabilire il reato da imputare, il più alto dei quali è il tradimento.

Tutto sembra andare verso un serio inasprimento del programma di epurazione, ma è una sensazione che dura poco. Primo Alto Commissario è il socialista Tito Zaniboni, noto per essere stato sia l’autore del primo – fallito – attentato contro Mussolini (4 novembre 1925) sia il firmatario, con Giacomo Acerbo, del patto di pacificazione tra socialisti e fascisti (1921). È proprio il partito socialista – dal 1943 Partito Socialista di Unità Proletaria (Psiup) – a chiederne la rimozione, per l’inefficacia del programma epurativo. Rimozione a cui fa seguito l’espulsione dal partito: chiunque abbia collaborato con il regime o collabori con la monarchia o il governo Badoglio non trova più cittadinanza tra i socialisti, anche se il Psiup, dopo la svolta di Salerno (30-31 marzo 1944), entra nel governo Badoglio insieme agli altri partiti del Cln.

In questo contesto anche Stati Uniti e Gran Bretagna prendono con superficialità il programma sanzionatorio nonostante Charles Poletti, governatore delle aree liberate, sia tra i più ferventi sostenitori di una linea epurativa forte.
L’Italia dei fascisti “ripuliti” nono può che trovare positivo questo generale immobilismo. La soluzione compromissoria del punire solo i simboli del regime – Mussolini in testa – è accettata da (quasi) tutti.

[3 di 10 – Continua]
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Note

  1. In realtà il Processo di Norimberga sarà diviso in due procedimenti distinti: il primo, e più famoso, dinanzi al Tribunale militare internazionale, contro 24 alti gerarchi nazisti catturati o comunque ancora in vita; il secondo, tenuto dinanzi al Tribunale militare di Norimberga – con corte statunitense – pone sul banco degli imputati nazisti “minori” come medici o amministratori.
  2. Michele Battini, Peccati di Memoria. La mancata Norimberga italiana. Bari-Roma, Laterza, 2003, edizione Kindle
  3. Giacomo Pacini, Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia 1943-1991, Torino, Einaudi, edizione Kindle; Giovanna Tosatti, Storia del ministero dell’Interno, Bologna, Il Mulino, 2009, pp.286-292, dove è presente una documentata biografia di Pieche. Sulle sue attività in Spagna si veda Andrea Vento, In Silenzio gioite e soffrite, Milano, Il Saggiatore, 2014, p.187-188; Archivio Commissione Stragi (da ora Acs), Microfilm Commissione alleata di controllo, bob. 186B, fot.13.0, citato in G. Tosatti, op.cit., p.288; Senato della Repubblica, Sr-Acs, doc.n. 1618/Z-A.s.bis, Sim, Centro A, 9 luglio 1944
  4. Condannato nel febbraio 1949 a 12 anni di carcere per la responsabilità diretta in 43 omicidi, la pena per Junio Valerio Borghese viene immediatamente condonata. In F. Focardi, La questione dei processi ai criminali di guerra tedeschi in Italia: tra punizione frenata, insabbiamento di Stato, giustizia tardiva (1943-2005), Storicamente, vol.2, 2006

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