L’Epurazione ribaltata – punire i fascisti «danneggia la società italiana» (serie: #GladioFiles)

By | Maggio 7, 2020
Una donna indica, erroneamente, Donato Carretta come uno degli assassini dell'eccidio delle Fosse Ardeatine

Il 5 giugno 1944 Roma è libera. La capitale si aggiunge a Palermo e Napoli sotto l’amministrazione di Charles Poletti, passando dall’essere uno dei più feroci teatri di applicazione della “ritirata aggressiva” nazista – come dimostrano, su tutti, l’eccidio delle Fosse Ardeatine (24 marzo 1944) e la camera di tortura di via Tasso – a principale centro del sistema epurativo italiano: secondo “Italia libera”, giornale del Partito d’Azione, a due giorni dall’insediamento di Poletti nella capitale sono già stati processati 3.750 casi, tra cui il licenziamento di 1.700 agenti della polizia Africana italiana. Un dato non reale – il Corriere di Roma parla di 500 fascisti epurati in un mese – che prova più il senso propagandistico del momento che non il reale sforzo con cui la nuova Italia post-fascista si approccia realmente alla defascistizzazione.

Il governo ombra dei partigiani

Intanto ad aprile, con il passaggio tra i due governi Badoglio e l’ingresso dei partiti del Cln nell’esecutivo, a sostituire Tito Zaniboni come Alto Commissario per le sanzioni contro il fascismo viene chiamato il conte Carlo Sforza: ministro degli Esteri nel 1920-1921 e poi sotto i governi De Gasperi dal 1947 al 1951, per le minacce degli squadristi durante il regime è costretto all’esilio prima in Belgio, poi negli Stati Uniti.

A New York Sforza entra in contatto con la Mazzini Society [Fondazione Nenni | PensaLibero.it], fondata nel 1939 da Gaetano Salvemini, professore di storia della civiltà italiana all’Università di Harvard che se ne allontana per divisioni interne, l’iniziale compito dell’organizzazione è raccogliere fondi in favore degli esuli dal fascismo.
Antimonarchica, antifascista e anticomunista, con l’arrivo degli esuli francesi – ed in particolare il conte Carlo Sforza e Randolfo Pacciardi – l’organizzazione sviluppa un progetto per formare un governo in esilio con sede negli Stati Uniti, Paese cui la Mazzini Society chiede aiuto diretto, e la formazione di una legione militare in Libia, affidata proprio a Pacciardi, comandante del Battaglione Garibaldi durante la guerra civile spagnola (1936-1939). A guidare questo governo-ombra da insediare nell’Italia liberata viene posto il conte Sforza, da sempre interessato a guidare il movimento antifascista. Il progetto rimane solo sulla carta per due motivi: l’uscita dalla società di Pacciardi nel 1942, in polemica con la decisione dell’organizzazione di non accordarsi con i comunisti, e lo scarso credito concesso da Londra e Washington.

L’antifascismo tra vecchia monarchia e nuova scelta atlantica

Il conte è inoltre antimonarchico, posizione che si scontra con il progetto di unità nazionale voluto da Togliatti con la svolta di Salerno e la conseguente conclusione della “pregiudiziale monarchica”. Per rientrare in maniera attiva nella politica italiana, Sforza è costretto a firmare un documento che lo impegna a non ostacolare l’azione del governo Badoglio, almeno fino alla totale liberazione dell’Italia[1].

Il 5 giugno, però, Badoglio si dimette da capo del governo. Le accuse del Cln sui legami tra il maresciallo ed il regime rendono impraticabile l’ipotesi di un governo Badoglio III.
Ivanoe Bonomi è il nuovo presidente del Consiglio, carica che ha già ricoperto nel biennio 1921-1922. Esponente del Partito Democratico del Lavoro, la sua nomina è però osteggiata dagli inglesi, che vedono i propri interessi minacciati e accusano il Cln di non avere autorità per cambiare il governo. Bonomi è una scelta particolare come capo di un governo a forte composizione ciellenista: nella sua prima esperienza alla guida di un governo si distingue per una forte repressione proprio degli antifascisti. Nella nuova Italia post-fascista, però, in suo favore giocano la fama di moderato e l’amicizia con gli statunitensi, ancora impegnati con le operazioni militari e in cerca di un governo in grado di cavarsela da solo.

Un passaggio necessario all’inserimento dell’Italia nell’alveo del Patto Atlantico – scelta cui sono inizialmente contrari sia i partiti italiani che i Paesi aderenti – di cui Sforza sarà uno dei protagonisti come ministro degli Esteri dei governi De Gasperi III e IV (febbraio 1947-maggio 1948) insieme al premier democristiano.

Da Alto Commissario (1944-1945), Sforza si fa coadiuvare da 4 sottocommissioni:

  • Sottocommissione per i processi ai fascisti, affidata a Mario Berlinguer, avvocato e ricco possidente sardo (padre di Enrico e Giovanni), membro del Partito d’Azione e poi del Psi, rappresenterà l’accusa contro il generale Mario Roatta nel processo per l’omicidio dei fratelli Rosselli. Rimarrà commissario fino al giugno 1944
  • Sottocommissione per l’epurazione nell’apparato statale, guidata da Mauro Scoccimarro, membro del Pci, confinato sull’isola di Santo Stefano durante il regime e ministro nei governi Parri (giugno-dicembre 1945) e De Gasperi I e II (dicembre 1945-gennaio 1947). L’attività della sua sottocommissione verrà osteggiata fin da subito per la sua volontà di applicare con forza il programma epurativo
  • Sottocommissione per la liquidazione dei beni fascisti, affidata al giornalista Pier Felice Stangoni, esponente di Democrazia del Lavoro e amico personale del conte Sforza
  • Ufficio per l’avocazione dei profitti del regime, affidato a Mario Cingolani, futuro ministro dell’Aeronautica del governo De Gasperi II (1946-1947) e, fino al dicembre 1947, ministro della Difesa nel De Gasperi IV (maggio 1947-maggio 1948)

L’epurazione “danneggia la società italiana”

Mentre si allarga ad Università e forze dell’ordine, la spinta alle epurazioni è osteggiata tanto dai conservatori, contrari alla eccessiva radicalità del piano del governatore Poletti, quanto dagli stessi angloamericani che evidenziano come l’umore delle classi agiate non sia dei più favorevoli. Il programma di Poletti, dicono, mira a «danneggiare la struttura stessa della società italiana»[2].

A Napoli come a Roma si aprono processi contro Dino Grandi – primo firmatario dell’ordine del giorno che porta alla caduta di Mussolini – del banchiere Giuseppe Frignani o del generale Alessandro Pirzio Biroli, comandante militare autore di feroci rappresaglie contro i partigiani albanesi e jugoslavi, per il quale Josip Broz Tito – capo della Resistenza jugoslava – chiederà una condanna per l’omicidio di 7.000 jugoslavi. Processi nei quali è riposta la speranza che, dopo i 45 giorni del governo Badoglio, le epurazioni possano finalmente trovare una seria applicazione. Il “rifugio” dell’assenza di prove certe e le sempre più forti denunce di collusione tra la classe dirigente moderata italiana e gli angloamericani portano però a depotenziare le sanzioni.

Il decreto mutilato

Il 27 luglio 1944 gli angloamericani cedono la gestione delle sanzioni al governo Bonomi. Le divergenze tra chi vorrebbe sanzioni efficaci (socialisti ed azionisti) e chi professa la “linea del perdono” – conservatori, comunisti e cattolici, ognuno con le proprie ragioni – rende ancora una volta difficile il passaggio dalla teoria all’applicazione pratica del programma epurativo.
L’Italia è inoltre banco di prova per l’applicazione delle sanzioni: nel 1944 non esiste infatti alcun precedente legale cui rifarsi, e questo complica molto l’attività dell’esecutivo e degli Alleati in tal senso.

Il governo italiano si prodiga comunque nell’emanazione di decreti che portano, tra gli altri, alla costituzione di parte civile nei processi tenuti dall’Alta Corte (Dll n.229 del 5 ottobre 1944) o all’estensione del programma alle province (Dll. n.285 del 23 ottobre), con risultati tutt’altro che soddisfacenti. Tra tutti, il più importante è il Decreto legislativo luogotenenziale n.159 del 27 luglio 1944 sulle “Sanzioni contro il fascismo” che, di fatto, riforma l’intera materia.

Fascisti alla sbarra, fascisti con la toga

A novembre 1944 sono migliaia i casi giudiziari aperti dai commissari: pochissimi i condannati, con moltissime sospensioni o rinvii per approfondimento. Su 28.399 casi esaminati saranno solo 495 i dipendenti dell’amministrazione pubblica ad essere licenziati in tronco.

A giudicare sono soggetti non sempre competenti: le oggettive difficoltà pratiche costringono l’Alto Commissariato a cooptare giudici, funzionari amministrativi e di polizia tra i prigionieri di guerra, negli elenchi dei pensionati e, in più di un caso, tra gli (ex) fascisti. O tra chi è indicato come tale.
Emblematici due casi riportati dallo storico Roy Palmer Domenico nel suo “Processo ai fascisti”[3]:

  • Ulderico Trillò, chiamato nella Commissione epurativa dell’Istituto superiore di statistica, dove è direttore del personale. Secondo Alessandro Molinari, direttore generale dell’istituto e creatore di una controcommissione, Trillò sarebbe un ex membro del Pnf e, sopratutto, avrebbe riammesso in servizio ben 12 ex squadristi. Epurazione bloccata dall’Alto Commissario Scoccimarro
  • Due membri della Commissione epurativa del Consiglio Nazionale delle Ricerche, accusati di aver collaborato con Sabato Visco, sostenitore delle teorie razziste del fascismo. La denuncia si basa però su false informazioni, dicono gli altri commissari. L’impossibilità di trovare prove certe di colpevolezza portano all’annullamento del processo epurativo

I numeri (parziali) dell’epurazione

Il ministero dell’Interno registra il più alto numero di inchieste aperte, con 1.430 rinvii a giudizio, 422 richieste di sospensione, con 86 burocrati e 158 tra ufficiali e agenti di polizia euprati.
Seppur con numeri limitati, l’incidenza maggiore delle epurazioni si registra al ministero della Guerra, con 54 epurati su 99 richieste. Ad incidere è anche la situazione personale del ministro in carica, Alessandro Casati, ex ministro della Pubblica Amministrazione del regime (1924-1925): Alfonso, il suo unico figlio, viene ucciso dai nazisti nell’agosto 1944. Respinta, invece, la sua richiesta di processare i marescialli Pietro Badoglio e Giovanni Messe.
Ai ministeri del Tesoro (5 epurazioni su 10 richieste) e dei Lavori Pubblici (zero epurazioni su 18 richieste) il programma risulta particolarmente inutile.

Epurare i fascisti è legittimo?

Nonostante il diverso grado di epurazione nei ministeri, per tutti rimane valida una domanda: sanzioni ed epurazioni contro i fascisti sono legittime? Se lo chiedono giornalisti e giuristi, mentre iniziano i primi processi ai fascisti di Salò e il governo Badoglio istituisce l’Alta Commissione di Giustizia – controllata dalla sottocommissione Berlinguer e composta da «alti magistrati in servizio o a riposo, e fra altre personalità di rettitudine intemerata» – cui affida i processi ai grandi criminali del Ventennio. A guidare la commissione è chiamato Ettore Casati, ministro di Grazia e Giustizia nel governo Badoglio I, presidente della Corte di Cassazione e, soprattutto, autore di un decreto per l’espulsione dei funzionari fascisti dalle istituzioni dell’Italia liberata, provvedimento in seguito bloccato per il principio di irretroattività della legge, uno dei problemi più importanti con cui si scontra l’intera politica epurativa.
Casati è però gravemente malato: al suo posto è nominato Lorenzo Maroni, già consigliere della Commissione e noto per essere «ardente fascista»[4]. La questione non può più essere procrastinata: può un fascista giudicare altri fascisti?

Caruso-Carretta: quando l’opinione pubblica diventa un problema

Con questo dilemma si apre a Roma il processo contro l’ex questore Pietro Caruso ed il suo vice Roberto Occhetto, entrambi accusati di numerose retate in esecuzione di ordini nazisti: sono loro a compilare le liste di persone da fucilare alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944 (335 vittime tra civili e militari italiani). Al processo, riporta Domenico[5], sono presenti madri, mogli e sorelle delle vittime dell’eccidio.

Tra i testimoni c’è Donato Carretta, che da direttore del carcere di Regina Coeli è acerrimo repressore dei detenuti antifascisti, liberandoli poco prima della cacciata dei nazisti dalla Capitale.
Dal tribunale, di fatto, Carretta non uscirà vivo, letteralmente: scambiandolo per Caruso, la folla accalcata davanti al tribunale – inferocita e priva di qualsivoglia inibizione – prima lo pesta a sangue, poi lo uccide a colpi di remi sulle rive del Tevere dopo aver tentato, invano, di farlo investire da un tram. Il suo corpo viene oscenamente esibito davanti a Regina Coeli. A guidare il malcontento è Maria Ricottini, attivista comunista romana, presentatasi come madre di una delle vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, nonostante suo figlio venga ucciso dai fascisti per violenza sessuale. Caruso è condannato a morte per fucilazione il giorno dopo dal Commissario Maroni, Occhetto è invece condannato a 30 anni di carcere, mentre gli angloamericani minacciano il governo Bonomi di riprendere in mano la gestione dell’ordine pubblico in caso di nuovi linciaggi. La vicenda Caruso-Carretta pone almeno due interrogativi:

  • La pena di morte è una sanzione accettabile come punizione – estrema – contro i fascisti? E questa va applicata sempre o solo in alcuni casi?
  • È giusto premiare con un trattamento particolare – ad esempio con sconti di pena – gli ex fascisti che a vario titolo hanno collaborato con la Resistenza?

I giornali sollevano un altro interrogativo, altrettanto – e forse più – interessante: perché la classe dirigente, la Corona, la grande imprenditoria, cioè i veri colpevoli dell’avvento del fascismo, non sono ancora stati sottoposti a giudizio?

Eseguire gli ordini non è mica un reato?

Il 14 dicembre 1944 si apre, formalmente, il primo processo contro appartenenti alle forze armate: sul banco degli imputati salgono i generali Riccardo Pentimalli ed Ettore Del Tetto, accusati di aver lasciato Napoli in balia dei nazisti. Il processo viene avocato all’Alta corte di giustizia, perché in un tribunale militare è forte il rischio che la giuria possa essere composta da loro pari altrettanto imputabili. Principio della «eccezionale gravità» si chiama.

Come per Badoglio e a differenza di quanto deciso per generali come Rodolfo Graziani e Gastone Gambara – secondo il quale un uomo malato è un individuo tranquillo – la difesa basa tutto su due punti: Pentimalli e Del Tetto non hanno commesso gravi crimini di guerra e la loro unica colpa è quella di aver eseguito decisioni prese dal re. È un reato che i due abbiano semplicemente svolto il loro compito da soldati? È un reato eseguire gli ordini, un dilemma irrisolto ancora ai tempi della “macelleria messicana” di Genova 2001? [RadioPopolare/1 | RadioPopolare/2 | Repubblica]. A loro difesa, Pentimalli e Del Tetto dichiarano di non aver mai ricevuto la “Memoria 44”, emanata il 2 settembre 1943 dal generale Roatta e contenente le disposizioni da attuare contro i tedeschi, divenuti nemici con l’armistizio del settembre 1943. Un cambio di campo ancora segreto, con il maresciallo Badoglio che cela le trattative per la resa dietro la formale volontà di continuare la guerra al fianco del vecchio alleato tedesco. Anche per questo il documento contenente l’ordine viene bruciato.

Dalla mancata epurazione ai nostalgici del Ventennio: inizia la fase anticomunista dell’Italia

Dietro agli interrogativi della difesa si nasconde la paura che il processo Pentimalli-Del Tetto porti alla sbarra tutti i capi militari. Pentimalli viene prosciolto dall’accusa di collaborazionismo e “salvato” da una condanna a 20 anni di carcere grazie ad una decisione della Suprema Corte di Cassazione. A tale decisione concorre fortemente l’amnistia concessa dall’allora ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti (governo De Gasperi I) nel giugno 1946.
Un atto figlio del clima di quegli ultimi anni ‘40, dove al pericolo fascista si va sempre più sostituendo la minaccia comunista. Un clima in cui contro sanzioni ed epurazione fanno fronte comune monarchia e liberali, alcune correnti della Democrazia Cristiana, la grande industria e la Chiesa cattolica. Un clima in cui anche l’opinione pubblica inizia a ribaltare la prospettiva, rendendo sempre più ampio il fronte dei nostalgici del Ventennio.

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Note

  1. Lettera riportata in Livio Zeno, Ritratto di Carlo Sforza, col carteggio Croce-Sforza e altri documenti inediti, Firenze, Le Monnier, 1975, pp.410-11
  2. Rapporto Psychological Warfare Branch (PWB, Dipartimento della guerra psicologica) dell’8 luglio 1944, Public Record Office FO371 43945 R11178; David W. Ellwood, L’alleato nemico. La politica dell’occupazione anglo-americana in Italia 1943/1946, Milano, Feltrinelli, 1977, p.258 e Italy 1943-1945, Holmes&Meer, 1985, p.145
  3. Roy Palmer Domenico, Processo ai fascisti 1943-1948. Storia di un’epurazione che non c’è stata, Milano, Rizzoli, pp.102-105
  4. Attilio Tamaro, Due anni di storia: 1943-45, Roma, Tosi, 1948, p.342
  5. Roy Palmer Domenico, op.cit., p.112

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