Davide Cervia, ritagli di giornale
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Davide Cervia

Chi ha rapito Davide Cervia? Chi ha ottenuto, con la violenza, le competenze di un uomo che, a 30 anni, è considerato il massimo esperto europeo di guerra elettronica? Perché, dal 1990 ad oggi, lo Stato italiano non si è attivato per riportarlo a casa – dove lascia una moglie e due figli – né ha mai fatto chiarezza dell’accaduto, lasciando che ancora oggi nel “caso Cervia” si possa parlare solo di ipotesi di Verità?

Davide Cervia si congeda dalla Marina Militare nel 1984, con un anno di anticipo e dopo essersi arruolato volontario nel 1978, all’età di 19 anni. Quattro anni dopo si trasferisce a Velletri con la moglie, Marisa Gentile, ed i due figli, Daniele ed Erika, trovando lavoro come tecnico elettronico alla Enertecnel Sud di Ariccia, che produce componenti elettrici. Non tutti però sembrano sapere del suo passaggio dal settore militare a quello civile.

Di sicuro non lo sanno i 4-5 uomini che il 12 settembre 1990 lo aspettano poco lontano da casa, a bordo di una Volkswagen Golf verde, lo stesso modello dell’auto del giovane tecnico, che però è di colore bianco. Solo un caso? L’auto viene ritrovata 6 mesi dopo a Roma, parcheggiata in quella via Marsala che è sede degli uffici delle Ferrovie dello Stato dove lavora il padre di Marisa, coniugata Cervia. Anche questo frutto del caso?
Ed è ancora frutto del caso che, a macchina rinvenuta, gli artificieri ne facciano brillare la parte posteriore – per scongiurare l’ipotesi di ordigni esplosivi – mentre i Vigili del Fuoco puliscano l’autovettura prima dell’arrivo della Polizia scientifica, cancellando ogni traccia dei rapitori?

Ipotesi per una dinamica di rapimento

La dinamica deve essere più o meno questa: uno dei rapitori avvicina Davide Cervia con un espediente qualsiasi a pochi metri da casa. Viene picchiato e probabilmente narcotizzato prima di essere spinto in una delle due auto – la golf verde – usate per l’operazione. Prova anche a chiedere aiuto a Mario Cavagnero, suo vicino di casa, senza riuscirci. Per lo Stato italiano, Cervia sta semplicemente, ed educatamente, salutando da buon vicino di casa.
Sempre perché lo Stato mai classificherà quello di Cervia come un rapimento, quando sale in macchina due dei membri del gruppo lo nascondono tra gli avambracci. Un gesto che, a ben guardare, potrebbe essere considerato quasi una forma di protezione, come se i rapitori avessero davvero la necessità di portare incolume l’obiettivo a destinazione. Come se Davide Cervia fosse stato convocato. Già, ma da chi?

Nell’operazione sono coinvolte due Golf, una è quella di Cervia, l’altra viene notata per un tagliando assicurativo da un testimone oculare: un particolare troppo preciso, dicono in molti, per essere notato dal classico uomo della strada. Oltre agli uomini che compongono il commando di rapitori, nell’operazione sono coinvolte altre persone? In caso affermativo, chi sono? Da quali ambienti provengono i rapitori? Ci sono collegamenti tra il rapimento di Davide Cervia e il via vai di macchine della polizia registrato nei giorni precedenti e denunciato da una telefonata alla trasmissione Chi l’ha visto? di RaiTre del 8 ottobre 1996?

«sequestro di persona ad opera di ignoti»: dopo 9 anni è questa la conclusione della Corte d’Appello di Roma, che dunque accerta in maniera incontrovertibile che Davide Cervia è stato rapito – e dunque non si è allontanato volontariamente – ma non si sa da chi. O, meglio, pare che a nessuno interessi davvero chi ha rapito il giovane tecnico e cosa sia davvero successo a Velletri quel 12 settembre 1990. Familiari esclusi, naturalmente. Per Nino Marazzita, avvocato della famiglia

le prime indagini sulla sparizione di Davide Cervia sono indagini finalizzate a non cercare la verità, a nascondere la verità

Indagare per depistare

Indagini «finalizzate a non cercare la verità», portate avanti al solo scopo di depistare, con una parte degli investigatori che opera al solo fine di allontanare altri investigatori dalla verità e, dunque, dalla vera ricostruzione dei fatti. Inquietante, a ben pensarci. Inquietante anche – e forse soprattutto – in un Paese come l’Italia, che ha fatto del depistaggio una pratica politica ed investigativa fin dalla nascita della Repubblica.
Nel caso di Davide Cervia questa pratica significa che i Carabinieri addetti all’indagine smarriscono le foto segnaletiche, comunicando la targa della sua auto solo il 16 settembre, quattro giorni dopo il rapimento.
Perché qualcuno – chi, rimane ad oggi un mistero – sente la necessità di depistare le indagini sulla sparizione di un trentenne indicato come semplice tecnico elettronico che abita a Velletri? Perché la storia di Davide Cervia è diversa da quella delle oltre 236.656 denunce di persone scomparse dal 1974 al giugno 2019? Forse perché Davide Cervia proprio un “semplice tecnico elettronico” non è, come racconta alla famiglia un suo ex collega che, intimorito, decide di non parlare più di questa storia. Una intimidazione che permette a Marisa di scoprire che il suo telefono è intercettato.

Vita segreta di un futuro tecnico elettronico

Sappiamo che l’Italia è uno dei principali produttori e venditori di armi al mondo. Quello che non sappiamo è che insieme alle armi vendiamo o “noleggiamo” anche i tecnici abilitati al loro uso. Come la maggioranza degli italiani, fino a quel 12 settembre 1990 anche la famiglia Cervia è ignara di questo particolare aspetto del business delle armi. Con ogni probabilità solo Davide ne è a conoscenza.

Perché Davide Cervia è uno di quei tecnici. Meglio: prima del suo congedo è il massimo esperto europeo in guerra elettronica, una specializzazione molto rara ancora oggi, tanto che al 2014 sono meno di 100 le persone addestrate a fare quello che negli anni ‘80 fa Davide Cervia. È un lavoro così particolare che nel settore privato c’è chi pagherebbe anche 10.000 dollari al mese, soprattutto alcune aziende del Medio Oriente. È lecito pensare che offerte del genere siano arrivate anche ad un esperto del calibro del futuro tecnico della Enertecnel Sud. Ma cosa vuol dire, esattamente, essere un esperto in guerra elettronica?

Teseo-Otomat, la chiave dell’extraordinary rendition di Davide Cervia?

Negli anni ‘80-’90, in Italia, significa saper programmare ed usare il sistema Teseo-Otomat, composto da missili anti-navali a corto raggio sviluppati fin dal 1967 dal consorzio italo-francese Oto Melara-Matra per la Marina militare italiana. Alla Sma di Firenze è affidata la produzione della testata di guida. Insieme a Selenia – che produce un sistema radar di scoperta aeronavale – Oto Melara e Sma sono le aziende in cui Davide Cervia ottiene specializzazioni professionali in:

  • contromisure elettroniche con disturbo emissioni radio altrui (ECM)
  • ricerca segnali di comunicazioni (ESM)
  • disattivazione del disturbo nemico (ECCM)

Il sistema Teseo-Otomat viene equipaggiato sulle fregate Maestrale – derivazione delle Lupo prodotte da Fincantieri – proprio da Davide Cervia, che oltre ad essere tra i più esperti tecnici europei del settore è anche in possesso dell’autorizzazione di segretezza Nato (“Nos Nato”, in gergo) necessaria per l’uso dei missili. Saranno in tutto 109 i Paesi a cui l’Italia venderà questo sistema, con i tecnici inviati anche a promuoverli nei possibili Paesi acquirenti.
La prima Guerra del Golfo Persico (agosto 1990-febbraio 1991) è il primo scenario bellico in cui il sistema missilistico viene impiegato. Davide Cervia viene rapito 41 giorni dopo lo scoppio del conflitto, tre anni dopo il suo ritorno alla vita civile e ben sei anni dopo la scadenza delle sue autorizzazioni Nato – stando al racconto del Sios Marina (i servizi segreti, ndr) e del Sisde, il servizio segreto civile dell’epoca – secondo i quali Davide Cervia è un semplice elettricista che mai ha avuto quel tipo di specializzazione. Come si spiega, allora, che lo Stato Maggiore della Marina consegni alla famiglia ben cinque fogli matricolari diversi, di cui quattro falsi?

Ipotesi di verità sul “caso” Davide Cervia

Decade così, almeno ufficialmente, l’ipotesi che a rapire Cervia sia stato un gruppo di agenti dei servizi segreti in una extraordinary renditionante-litteram, realizzata per inviare il giovane tecnico in uno dei Paesi sotto embargo a cui l’Italia vende comunque il sistema Teseo-Otomat. Una operazione illegale per la quale anche lo spostamento del tecnico in grado di installare i missili non può essere fatto alla luce del sole e dietro presentazione di documenti ufficiali. Una ipotesi che una parte dei nostri servizi segreti scarta perché, semplicemente, nessun governo realizzerebbe una operazione in territorio estero per rapire un tecnico senza alcuna competenza realmente strategica.

Un rapporto classificato “Riservatissimo” del servizio segreto militare italiano – il Sismi – sostiene invece proprio la prima ipotesi: il rapimento è una operazione internazionale congiunta tra l’Italia e uno tra Libia, Iraq, Iran o Israele, incapaci con i loro soli tecnici di far funzionare il sistema missilistico anti-navale. Il mandante dell’operazione, dunque, è da cercare in uno dei Paesi a cui abbiamo illegalmente venduto il Teseo-Otomat?

Oltre all’Iraq in piena Guerra del Golfo, molti indizi conducono alla Libia di Mu’ammar Gheddafi come mandante del rapimento. Indizi come le tre navi militari libiche inviate a Genova per essere equipaggiate proprio con il Teseo-Otomat, o come il presunto avvistamento di Davide Cervia proprio in Libia, nel 1994, a bordo di un camion nella zona desertica tra Socna e Sebha. Altre indicazioni vogliono il tecnico italiano in Iraq, morto sotto i bombardamenti di Baghdad o costretto in una base segreta del regime di Saddam Hussein. Alcune segnalazioni invece individuano il gruppo di rapitori come cellula dell’organizzazione terroristica palestinese “Abu Nidal”, sigla nota in Italia per le stragi all’aeroporto di Fiumicino del 1973 [sull’argomento puoi leggere due miei vecchi articoli: Omissis Edizioni/1 | Omissis Edizioni/2] e del 1985. L’”Abu Nidal” fa all’epoca parte del “Fronte del rifiuto”, protetto da Paesi come Iraq e Libia e dall’accordo italo-palestinese di “non belligeranza” noto come Lodo Moro.

Monsieur Cervià

Nel 1994 il giornalista Gianluca Cicinelli – che con Laura Rosati scrive Un mistero di Stato[1] – trova un altro filone investigativo, forse non slegato da quello che porta a Tripoli o Baghdad: un biglietto aereo Parigi-Il Cairo della AirFrance datato 14 gennaio 1991, acquistato a nome “Davide Cervia” presso un’agenzia di viaggi usata dal ministero degli Affari Esteri francese.
Per i servizi di sicurezza di Parigi all’inizio è solo un caso di omonimia con un militare originario della Corsica. In un secondo momento i francesi cambiano versione, iniziando ap arlare di una certa mademoiselle” Cervià. Da quel momento sulla sorte del giovane tecnico italiano nessuno indaga più, nonostante la pista del “fuoco amico” attraverso il coinvolgimento francese porterebbe all’Arabia Saudita, anch’essa acquirente del sistema Teseo-Otomat, preoccupata che l’invasione del Kuwait possa portare l’Iraq troppo vicino al campo petrolifero di Hana.

Cervia vittima di extraordinary rendition?

Arabia Saudita? Francia? Iraq? Libia? La stessa Italia? A trentun’anni dal rapimento nessuno è in grado di dire con certezza chi ne sia il mandante. L’unico punto certo è il reato di sequestro di persona certificato nel 2000 dalla Procura di Roma, che imputa l’operazione ad «ignoti». Ignoti che in realtà nessuno, tranne i familiari e pochi giornalisti, ha mai davvero voluto (o potuto?) cercare: per otto anni la Procura di Velletri, competente per territorio, non può indagare per carenza d’organico, mentre si è già detto dello smarrimento della foto segnaletica del tecnico e del ritardo di ben quattro giorni nella comunicazione della targa dell’auto di Cervia da parte dei Carabinieri.

Trovarlo dovrebbe essere, per l’Italia, non solo un obbligo di difesa di un proprio cittadino, ma anche una necessità strategica dal punto di vista militare: perché privarsi di una evidente risorsa, considerata la migliore nel suo campo di un intero continente?

Dagli anni ‘70 l’Italia è stata ed è teatro di operazioni che dal 2001 definiremmo “extraordinary rendition (Abu Omar [la Stampa | Corriere della Sera]; Alma Shalabayeva), così come di omicidi di dissidenti politici stranieri – Israele e Libia ieri, Corea del Nord e Sudan oggi – nel più completo silenzio politico e mediatico, con i servizi segreti di questi Paesi che hanno potuto agire, e possono agire, in totale impunità e silenzio.
È per questo che Sismi e Marina Militare fermano le dichiarazioni di Mario Cavagnero, il vicino di casa cui Cervia tenta di chiedere aiuto durante le fasi del rapimento?
È questa politica che giustifica l’operato dei Carabinieri, le denunce per i giornalisti e l’attentato, non riuscito, ai familiari di Davide Cervia il 16 ottobre 2012?

Domande irrisolte per una ipotesi di verità

Se a tutto questo si può rispondere in maniera affermativa, è logico chiedersi chi abbia interesse a mantenere segreta la vera storia del “caso Cervia” a trent’anni dal rapimento. E in tal caso quale segreto giustifica un attentato dopo tre decenni da quei fatti?

Ancora: in quel 1990 gli alti vertici delle istituzioni italiane sono o meno a conoscenza del rapimento? Se sì, cosa porta alla sostanziale vendita ad un Paese straniero, realizzata ricorrendo alla violenza, di un tecnico tra i migliori nel suo ruolo? Se no, qual è, nel 1990 come oggi, il vero livello di sicurezzadel popolo italiano?
È il patto italo-palestinese – il cosiddetto Lodo Moro – a rendere impossibile l’intervento delle istituzioni e della ricerca di Verità e Giustizia?

Trent’anni dopo, con due sole certezze

Tra tutte queste domande, ad oggi ci sono solo due risposte certe nel rapimento di Davide Cervia: che il suo è un caso di sequestro di persona e che, il 23 gennaio 2018, il ministero della Difesa viene condannato per comportamenti omissivi, i quali ledono quel Diritto alla Verità” sancito dalla sentenza della Corte di Cassazione sulla strage di Ustica (n.23933/2013, file .pdf). Nonostante questo, l’Avvocatora di Stato continua a sostenere la tesi dell’allontanamento volontario.
Dov’è, infine, quella Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Davide Cervia promessa dal governo Conte I (2018-2019) attraverso l’allora ministra Elisabetta Trenta?

Ma al di là della verità sul rapimento del sottufficiale, avvenuto a Velletri il 12 settembre 1990, si apre un’altra domanda cui bisogna dare risposta: dal 1946 ad oggi quanti altri tecnici specializzati sono stati venduti, ceduti, prestati dall’Italia a Paesi stranieri? E qual è il peso di questa politica sul sostegno italiano a Paesi in guerra e regimi non democratici (di cui abbiamo scritto nella prima parte di questo dossier)? E infine: cosa ci ha guadagnato, davvero, l’Italia da questa politica e dalla violenta cessione del tecnico più esperto in Europa di guerra elettronica?


Note a margine: questo articolo fa parte della serie Ipotesi di Vertà


Note:

  1. Nel 2008, sulla vicenda di Davide Cervia, Valentino Maimone scrive A.A.A. Vendesi esperto di guerre elettroniche, edito dalle edizioni selene; del 2014 Fuoco amico, documentario scritto e diretto da Francesco Del Grosso

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