Armi d’Italia (3) – tra guerre e repressione, geopolitica dell’#ItaliaComplice

By | Marzo 13, 2020
Armi d’Italia (3) – tra guerre e repressione, geopolitica dell’ItaliaComplice

-53,78%: è la diminuzione percentuale delle “Autorizzazioni per movimentazioni di materiali di armamento” concesse per l’esportazione di armi italiane tra il 2017 e il 2018, anno in cui la vendita all’estero di armi italiane frutta 5,246 miliardi di euro. 497 milioni investiti nello stesso periodo dall’Italia per l’importazione di armi (+65,70% rispetto al 2017).
Come nel 2017, il 57,5% delle esportazioni è andato a Paesi non appartenenti all’Unione Europea né alla Nato, soprattutto verso Paesi del Medio Oriente o del Nord Africa (l’area Mena, 48,27%), seguita proprio dal blocco Ue/Nato (23,01%), dal forte incremento della richiesta dell’Asia – che passa dal 4,68% del 2017 al 21,58% del 2018 – e dall’America settentrionale (4,20%).
Diminuisce invece il peso commerciale del mercato intra-europeo e soprattutto della Gran Bretagna, che nel 2018 registra 99,2 milioni in autorizzazioni (1,5 miliardi nel 2017) e 19 milioni in programmi intergovernativi (1 miliardo nel 2017).

La fedeltà del Qatar e la guerra commerciale italiana tra Pakistan ed India

La commessa più importante – come emerge dalla Relazione 2019 del governo sull’export di armi (dati al 2018, file .pdf) – è costituita dai 12 elicotteri NH-90 venduti al Qatar: 1,9 miliardi di euro che si aggiungono ai 4,2 miliardi spesi dal regime degli al-Thani nel 2017 per navi e batterie costiere prodotte dall’industria armiera italiana.

Al secondo posto il Pakistan del premier nazionalista Imran Khan (682,9 milioni nel 2018; 29,3 milioni nel 2017) che ha ripreso a sobillare l’autonomia del Kashmir dopo la revoce decisa dall’India [Ispi online | L’Indro | Limes]. Oltre 61 milioni il valore delle autorizzazioni lungo la rotta Roma-Nuova Delhi (61.434.376,06 euro, 1,29% delle esportazioni), con l’Italia che dunque arma entrambi i fronti nazionalisti – nella categoria rientra anche il Primo ministro indiano Narendra Modi – a riprova che l’interesse italiano sul Kashmir è soprattutto commerciale prima che politico: mantenere in essere il mercato dell’instabilità della zona. Una palese e continuata violazione dell’art.51 della Carta delle Nazioni Unite, che vieta di vendere armi a Paesi che hanno dichiarato guerra per motivi diversi dalla legittima difesa

Turchia, bugie di governo per a(r)mare il Sultano

Segue la Turchia del “sultano” Recep Tayyp Erdogan (362,3 milioni nel 2018; 266,1 milioni nel 2017) [Linkiesta | Limes | Internazionale | Espresso/1 | Espresso/2 | Espresso/3 | Articolo 21], al centro delle proteste della società civile – turca e internazionale – per la sempre più forte repressione delle libertà civili e per l’offensiva contro la popolazione curda del Rojava [Famiglia Cristiana | Nena News/1 | Nena News/2 | Nena News/3 | Nena News/4], contro cui è noto l’impiego di armi prodotte dall’Italia. Il 14 ottobre 2019 il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, annuncia la sospensione della vendita «futura» di armi ad Ankara, [Altreconomia] ma a gennaio 2020 il decreto ministeriale non esiste, e dunque nemmeno l’embargo.

bin Zayed e gli al Saud, guerra e repressione in nome del made in Italy

Quinta la Germania (218 milioni nel 2018; 689,9 nel 2017) preceduta dagli Emirati Arabi Uniti del principe Mohammed bin Zayed (220,3 milioni nel 2018; 29,3 milioni nel 2017) [ilPost | Repubblica | Lettera43 | Osservatorio Repressione], che anche attraverso le armi italiane ha trasformato il Paese in un regime autoritario dall’alto livello di sorveglianza interna, come ben dimostrano le inchieste giornalistiche sul cyberspionaggio di Stato del gruppo “Project Raven. In politica estera, attraverso soldi ed armi il principe tiene in mano il potere del generale Khalifa Haftar in Libia ed è molto attivo in campo militare, con l’attiva partecipazione anche nelle guerre in Yemen e Siria. Conflitti in cui l’obiettivo reale di bin Zayed è il contrasto ad una non meglio specificata idea di ”Islam politico”, che porta il principe ad inserire nello stesso calderone Daesh, Ennhada – partito islamico moderato tunisino – ed i Fratelli Musulmani, tanto da aver promosso il rovesciamento del governo Morsi in Egitto attraverso il colpo di Stato del generale Adbel Fattah al-Sisi (3 luglio 2013), insieme all’Arabia Saudita di Mohammad bin Salman al Saud, principale cliente delle bombe prodotte dalla Rwm a Domusnovas, per un totale di oltre 45 milioni di euro in autorizzazioni nel solo 2018 [Linkiesta/1 | Linkiesta/2 | ilPost].

La scelta politica dell’Italia è evidente: quattro dei primi cinque Paesi che nel 2018 hanno acquistato armi italiane sono regimi non democratici. Così come è chiara la scelta fatta con l’Egitto di al-Sisi, terzo Paese per esportazione nell’area Mena – e primo in ambito Nato – con cui oltre ad un ampio commercio di armi sono in ballo i profitti dei giacimenti di Zohr e Noor [il Fatto Quotidiano | L’Indro | InsideOver] con il diretto coinvolgimento dell’Eni: è evidente come l’Italia, primo partner commerciale europeo dell’Egitto, abbia vergognosamente deciso di sacrificare al profitto la ricerca della verità sull’omicidio di Giulio Regeni.

Case study: Giulio e Patrick, perché la repressione di al-Sisi è affar nostro

#VeritàperGiulio

Verità contro proclami, profitto contro Giustizia: l’omicidio di Giulio Regeni si spiega attraverso queste quattro parole chiave. Quattro, come gli anni passati dal suo assassinio ad opera di agenti del Mabahith Amn el-Dawla (MaeD, Servizio investigazioni sulla sicurezza dello Stato, in italiano), l’agenzia di sicurezza nazionale del ministero dell’Interno ricreata nel 2013 al posto del National Security Service [in italiano: La Stampa in inglese: the Guardian | Counterpunch]. Quattro, come gli anni passati dalle torture e dal ritrovamento del corpo del giovane ricercatore lungo una strada della periferia del Cairo, il 3 febbraio 2016. Quattro come gli anni di promesse e depistaggi, anni in cui Paola Deffendi e Claudio Regeni, non hanno mai smesso di chiedere Verità e Giustizia, le stesse che chiedono il 4 febbraio 2020, durante l’audizione presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, istituita il 30 aprile 2019[1].

Pedinato almeno da ottobre 2015 al 26 gennaio 2016 – giorno del suo sequestro – torturato e ucciso da un violento colpo al collo che gli provoca la frattura della vertebra cervicale: è così che muore Giulio, e la Procura di Roma parla subito di omicidio. Per le autorità egiziane le cause cambiano nel tempo, partendo dall’incidente stradale ad una rapina finita male, da cause legate alla droga, la vendetta o per frequentazioni poco raccomandabili.
L’unica accertata in tal senso è quella con Mohammed Abdallah, capo del sindacato degli ambulanti egiziano, una delle fonti che Regeni usa per la sua ricerca sui sindacati indipendenti [ilManifesto | Eticaeconomia | loSpiegone | Fim-Cisl | ilFatto Quotidiano] – sorti con le dimissioni di Hosni Mubarak in seguito alle rivolte del 2011 – che, al momento dell’omicidio, svolge per l’Università di Cambridge, che mai favorirà la ricerca della Verità. Comportamento senza apparente motivo. È Abdallah a vendere Regeni ai servizi di sicurezza del regime di al-Sisi, perché il giovane ricercatore si rifiuta di sottrarre denaro dalla sua borsa di studio per destinarlo, in maniera illegale, al sindacato guidato da Abdallah. È così che Giulio Regeni diventa una spia e dunque un nemico dello Stato egiziano agli occhi di uomini come il generale Sabir Tareq, del maggiore Magdi Abdallah Sharif, del capitano Osan Helmy, del suo stretto collaboratore Mhamoud Najem e del colonnello Ather Kamal, i cinque ufficiali del MAeD che la Procura di Roma iscrive nel registro degli indagati.

Il Parlamento europeo «condanna con forza» quello che sempre più diventa un vero e proprio omicidio di Stato, mentre si sviluppano manifestazioni in Italia e all’estero per chiedere Verità e Giustizia mentre il Procuratore di Giza, Hassam Nassar, chiarisce di essere l’unico titolare dell’inchiesta giudiziaria (La Repubblica, 8 marzo 2016).
L’Italia inizialmente ritira l’ambasciatore Maurizio Massari – sostituito da maggio 2016 da Giampaolo Cantini – e il 30 giugno 2016 blocca la fornitura gratuita di pezzi di ricambio per gli F-16 egiziani, lasciando però inalterata la fornitura di armi e strumenti di cybersicurezza come i sistemi di controllo del traffico di internet. Dopo quattro anni, con 379 sì e 54 astenuti, il nostro Paese decide di dar vita ad una Commissione parlamentare d’inchiesta.
Tra i 60mila detenuti politici nelle carceri egiziane, il regime di al-Sisi decide di aggiungere i nomi di alcuni degli avvocati che stanno collaborando con la famiglia Regeni:

  • Ahmed Abdallah, presidente della Commissione egiziana per i diritti e la libertà, arrestato il 24 aprile 2016
  • Ibrahim Metwaly Hegazy dell’Egyptian Commission for Rights and Freedom, arrestato l’11 settembre 2017 e poi nel novembre 2019, quando è in realtà ancora in carcere [il Fatto Quotidiano/1 | il Fatto Quotidiano/2]
  • Amal Fathy, avvvocato e moglie di Mohammed Lofty (presidente dell’Egyptian Initiative for Personal Rights), attivista del “Movimento 6 aprilecondannata a due anni di carcere nel maggio 2018 per aver diffuso un video in cui accusa il regime di non tutelare le donne vittime di molestia sessuale da parte delle forze di sicurezza

Verranno tutti e tre rilasciati[2], anche grazie alle pressioni internazionali. Le accuse comuni li chiamano “terroristi”, il reato-ombrello contestato ai dissidenti di tutto il mondo, Egitto incluso, naturalmente.

Intanto, mentre il presidente della Camera italiana Roberto Fico interrompe i rapporti con il Parlamento egiziano (29 nonvembre 2018), le altre istituzioni italiane decidono di abbandonare la famiglia Regeni in favore del profitto ricavabile dai commerci con il Cairo, di cui Roma è primo partner commerciale europeo. Così, l’ambasciatore Cantini entra ufficialmente in ruolo il 14 settembre 2017 e «da molto tempo non ci risponde più alle mail», come denunciano i genitori di Giulio. Da qui la necessità di chiedere il ritiro dell’ambasciatore. Ma l’Italia, a questo punto, ha già scelto di stare dalla parte del profitto, infischiandonese della Verità, della Giustizia e della vita di un suo cittadino.

#PatrickGeorgeFyn

Per «i suoi legami con l’Italia e la famiglia di Giulio Regeni», stando a quanto i genitori raccontano al quotidiano La Stampa, il 7 febbraio 2020 al Cairo viene arrestato Patrick George Zaki, 27 anni, ricercatore in gender studies e attivista dell’Egyptian for Personal Rights, da 6 mesi a Bologna nell’ambito del master Erasmus Gemma. Anche Zaki, durante le prime 24 ore dal rapimento – fase in cui di lui si perde ogni traccia – viene «bendato, picchiato e torturato», anche con cavi elettrici, dopo il suo trasferimento nella sede del MaeD ad al-Mansoura, dove viene interrogato per 30 ore: è il settimo attivista dell’Eipr ad essere arrestato per le sue ricerche.
Arrestato mentre rientra a casa, per le autorità giudiziarie egiziane Zaki viene fermato in un inesistente posto di blocco del settembre 2019. Reale, invece, è la possibilità che la custodia cautelare – condizione nella quale il giovane ricercatore egiziano si trova al momento della redazione di questo articolo – può essere rinnovata ogni quindici giorni per oltre due anni. L’accusa principale che gli viene mossa è “rovescio del regime al potere” – pena prevista l’ergastolo – cui si aggiungono la “diffusione di false informazioni per minacciare la stabilità nazionale”, il prontuario completo dei reati mossi contro gli attivisti contrari al regime di al-Sisi.

Secondo i report di numerose organizzazioni per i diritti umani le sparizioni forzate sarebbero tre al giorno mentre gli arresti politici, molto difficili da censire, sono circa 60mila

scrive Laura Cappon sul Fatto Quotidiano l’8 febbraio 2020, mentre il 21 settembre 2019, sullo stesso giornale, denuncia

60mila detenuti politici, sparizioni forzate all’ordine del giorno, migliaia di condannati a morte e torture nelle carceri sempre più violente tanto da aver portato i detenuti a protestare con degli scioperi della fame a oltranza La maggior parte degli oppositori politici è in esilio o reclusa in condizioni durissime[…]

Non è possibile normalizzare i rapporti con uno stato che tortura, uccide e nasconde oltraggiosamente la verità, se non a scapito della credibilità politica del nostro Paese e di chi lo rappresenta. Crediamo sia un immediato cambio di rotta.

scrivono Paola Deffendi, Claudio Regeni e il loro avvocato, Alessandra Ballerini, in una nota del 13 febbraio 2017. Anche loro si uniscono ai tanti che a Berlino e Roma come a Granada, a Milano come a Bologna – dove si mobilità anche l’Università – scendono in piazza per chiedere la scarcerazione di Zaki, che il governo italiano definisce «priorità»: lo stesso tipo di «priorità» che non è servita ad ottenere Verità e Giustizia per Giulio Regeni? Ma non tutti vedono una connessione tra i due casi.

Note case study

  1. La ricostruzione dei fatti è ripresa da P. Deffendi, C. Regeni, A. Ballerini, Giulio fa cose, Milano, Feltrinelli, 2020, pp.145-201
  2. Ahmed Abdallah il 13 settembre 2016; Ibrahim Metwaly Hegazi il 15 ottobre 2019 dopo oltre due anni di di prigione senza processo né condanna; Amal Fathy nel dicembre 2018

Armi italiane per regimi repressivi

Il Qatar degli al-Thani, l’Egitto di al-Sisi, l’Arabia Saudita degli al-Saud, la Turchia di Erdogan sono solo esempi di un sistema che attraverso le armi (e non solo) permette all’Italia di costruire e solidificare relazioni pericolose con regimi non democratici, di essere complice in conflitti come la proxy war al Sarraj-Haftar in Libia(che nel 2018 ha ricevuto armi per 4.861.913,36 euro) [Mosaico di pace | Ispi | ilPost] o in Iraq (2.088.900 euro) [La Stampa | Agi/1 | Agi/2 | Wired | Ispi], di permettere la repressione dei diritti dei nuovi caudillos latinoamericani come il brasiliano Jair Bolsonaro (11.473.284,02 euro in armi nel 2018) [Ispi | il Foglio | L’Indro], il cileno Sebastián Piñera (6.622.913,36 euro) [DinamoPress | Global Project | Agenzia Dire] o Mauricio Macri, da dicembre 2019 sostituito da Alberto Fernández [Internazionale | Valori], Presidente di quell’Argentina che per l’Italia significa anche, e ancora, Plan Condor [Internazionale | Osservatorio Diritti] e Mapuche .

Chi carica le “navi delle armi”?

Secondo la Relazione del governo, più della metà della produzione delle armi per scopi militari (67,65%, pari a 3,2 miliardi di euro) è realizzata da Leonardo Spa, destinataria del 39,32% delle autorizzazioni all’esportazione, seguita da Rwm Italia (6,16%, pari a 94 milioni), che diventa nota per essere l’azienda produttrice delle bombe usate dall’Arabia Saudita per la guerra in Yemen, con la nave Bahri Yanbu dell’omonima compagnia saudita divenuta il simbolo delle “Navi delle armi” (così come la Jolly Rosso negli anni ‘90 diventa il simbolo delle “navi dei veleni” [Omissis.info | Tpi]). La Fabbrica d’armi Paolo Beretta Spa – principale azienda italiana per la produzione di armi leggere – nel 2018 ha coperto una quota dell’1,6% (76 milioni di euro), superata dal mero punto di vista economico e commerciale da Mbda Italia (4,90%, 234 milioni) e da Iveco Defence Veichle (49,8%, 234 milioni).

Ad essere esportati sono soprattutto i «materiali» (4,492 miliardi di euro, 94% del totale), nello specifico:

  • aeromobili, in primis elicotteri da guerra (2,655 miliardi di euro)
  • bombe, siluri, razzi, missili ed accessori (459 milioni)
  • apparecchiature per la direzione del tiro (205 milioni)
  • veicoli terrestri (210 milioni)
  • apparecchiature elettriche (128 milioni)
  • navi da guerra (36 milioni)

84 nulla osta sono stati rilasciati per l’addestramento e la manutenzione degli armamenti, da effettuarsi in Italia o all’Estero, con le esportazioni di pezzi di ricambio che pesano per il 3,05% (146 milioni sul totale).

Tra il 2017 ed il 2018 il valore delle autorizzazioni è quasi dimezzato: da 10 miliardi a 5,2. Ciò però non significa che l’Italia abbia diminuito del 50% le sue esportazioni di armi, ma solo che sono entrati in produzione i sistemi militari complessi venduti tra il 2015 e il 2017 (valore: 32 miliardi di euro) che dunque in questo passaggio vedono diminuire il proprio “peso” commerciale per via dell’ammortamento pluriennale da parte del Paese acquirente.

Armi “multinazionali”: l’Italia nei programmi di produzione intergovernativi

Pur in netta diminuzione da un punto di vista economico – dal 21,06% del 2017 al 3,5% del 2018 – come per le scelte della geopolitica armiera nazionale anche i programmi intergovernativi europei possono dare chiare indicazioni sul ruolo dell’Italia (e dell’Europa) sullo scacchiere internazionale.
Fatta eccezione per il programma AMX con il Brasile, attivo fin dal 1982, quasi tutti i programmi di coproduzione sono sviluppati con Paesi membri dell’Unione Europea o della Nato, soprattutto con Stati Uniti, Germania, Spagna e Francia. Tutti i programmi hanno subito una forte diminuzione di spesa tra il 2017 e il 2018, per effetto dell’ammortamento pluriennale dei costi di tali programmi: emblematico il caso dei programmi attivi con la Spagna, passata dai 400 milioni del 2017 agli 11 milioni del 2018.

Il vettore commerciale più importante è quello con gli Stati Uniti, che nel 2018 ha investito in queste produzioni quai 58 milioni di euro (34,93% del totale), seguiti da Germania (5,6 milioni, 34,03%) e Gran Bretagna (19 milioni, 11,55%). Tra i principali programmi esportati

  • velivolo multiuso Eurofighter Efa, 59 milioni di euro
  • elicotteri EH-101, 38 milioni di euro
  • veicolo Tornado Al-Yamamah, 23 milioni di euro
  • caccia multiuso Joint Strike Fighter, il tanto famoso quanto controverso F-35, 20 milioni [Archivio Disarmo | il Fatto Quotidiano]
  • sistema di comando e controllo Mids, 13 milioni

La trasformazione bellicista dell’Unione Europea

La storica importanza del suo settore armiero non deve però far pensare all’Italia come ad un caso isolato: a inizio 2016 l’Unione Europea inserisce nel budget comunitario i sussidi economici per la ricerca militare, destinandovi 90 milioni di euro in tre anni e ben 217,5 miliardi per il periodo 2020-2027, trasformando Bruxelles come capitale della seconda potenza bellica mondiale dopo gli Stati Uniti.

Una politica dalla chiara impronta filo-militarista che sta radicalmente cambiando il volto dell’Unione. A dare inizio a questa nuova visione, nell’agosto 2016, è un articolo del quotidiano francese Le Monde, in cui gli allora ministri del governo Renzi – ed ex pacifissti – Paolo Gentiloni (Esteri) e Roberta Pinotti (Difesa) propongono una “Schengen della Difesa”, con cui da un lato creare una «forza europea multinazionale» (l’Esercito europeo), dall’altro rafforzare l’industria armiera europea attraverso una «accresciuta autonomia d’azione» e il consolidamento delle «capacità militari comuni»

Così, proprio nel 2016, Bruxelles decide di escludere la spesa militare dal conteggio dei deficit nazionali, in base all’art.42 del Trattato di Lisbona [file .pdf]. Una politica scelta da un Comitato in cui 9 membri su 16 appartentono, a vario titolo, all’industria armiera europea.
Decisioni che l’Unione Europea prende seguendo la linea tracciata dalla Nato – che, seppur non come obbligo formale, invita i Paesi membri a destinare alla spesa militare nazionale il 2% del Pil: per l’Italia significherebbe un aumento della spesa tra i 10 ed i 16 miliardi di euro l’anno.

Ci hanno a lungo raccontato che l’Europa era il progetto più riuscito di peace-building, ma sta cambiando pelle: lo si vede da come affronta la questione migrazione, ma anche dalle scelte che si stanno facendo sulla Difesa

scrive sul Guardian nell’aprile 2019 Andrew Smih, portavoce della Campaign Against Arms Trade.

Scelte come l’European Defence Fund (Edf, Fondo Europeo per la Difesa) [Sereno Regis | Cesi-Italia]: 13 miliardi di euro di investimento per il periodo 2021-2027 (+2200% dagli iniziali 590 milioni), divisi tra “ricerca e sviluppo” e “acquisizioni”, di cui il 5% da destinare ad armamenti come droni o per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, necessari a detta dell’Unione per proteggere i cittadini. L’Edf è la prova incontrovertibile del cambio di rotta nella politica dell’Europa che, ricorda Smith, iniziando ad investire nel campo militare commette un atto «proibito chiaramente dai trattati» europei stessi.

Dal prossimo anno e fino al 2027 l’Unione si doterà anche dell’European Peace Facility (Fondo Europeo per la Pace, in italiano) [Focsiv | ControllArmi gli appelli di Azione nonviolenta e del Portogallo], che nonostante il nome permetterà di esportare armi ai Paesi partner nelle zone di crisi, come l’area del Sahel. Progetto da 10,5 miliardi di dollari che Bruxelles ha deciso di non finanziare direttamente, per aggirare il divieto di finanziamento di progetti militari.

L’Europa è a un bivio e deve scegliere che impatto vuole avere, non serve molto andare in Paesi in crisi e fare una formazione di mezza giornata sui diritti umani se nel contempo siamo proprio noi a fornire le armi

denuncia a Fanpage.it Luca Montanaro, responsabile europeo di SaferWorld

“I militari in missione a chi servono?”

Parte del denaro pubblico investito in spesa militare è destinato a mantenere attive le 45 missioni militari internazionali in cui è impiegata l’Italia [Formiche | Repubblica | Panorama]: 7.343 soldati (realmente impiegati, in media, 6.309 soldati – 1.400 mezzi terrestri, circa un’ottantina tra mezzi terrestri, navali e aerei – secondo quanto riporta l’agenzia Agi – per un costo complessivo di 1,28 miliardi di euro nel solo 2018. Secondo i dati del dossier “Autorizzazione e proroga missioni internazionali nell’anno 2019” della Camera dei Deputati e del Rapporto 2018 dell’associazione Mil€x, al 2019:

  • 3.438 soldati impiegati in 13 missioni in Asia, impiegati soprattutto nelle due missioni in Libano (Unifil e missione bilaterale Italia-Libano per l’addestramento delle forze di sicurezza, 1,5 miliardi nel 2018 a fronte di 44 milioni investiti in cooperazione internazionale), nella coalizione internazionale antiterrorismo in Iraq, nell’operazione “Prima Parthica” conclusa nel gennaio 2020 (250 milioni nel 2018 e 3 miliardi in 14 anni contro 400 milioni investiti in cooperazione e sviluppo) e dove il controverso contingente a difesa della diga di Mosul è stato sostituito da soldati statunitensi, e nell’operazione Resolute Support in Afghanistan, «la più lunga e costosa campagna militare della storia d’Italia» secondo l’Osservatorio Mil€x (Rapporto 2018), che è costata 7,8 miliardi di euro spesi in 16 anni di conflitto, di cui 168 milioni nel 2018 a fronte di 28 milioni investiti in cooperazione internazionale [Sole24Ore | Osservatorio Mil€x | Analisi Difesa]. Nel 2019 si è inoltre conclusa l’operazione in Turchia (Active Fence, circa 10 milioni di euro) per la difesa dello spazio aereo nazionale.
  • 2.526 soldati impiegati in 14 missioni in Europa, soprattutto nelle varie operazioni di pattugliamento marittimo, per una spesa totale di poco meno di 146 milioni di euroMare Sicuro (84 milioni), Eunavfor Sophia (42, che dal 2020 diventa operazione per il controllo dell’embargo sulle armi in Libia [Agi | Vita]Sea Guardian nel Mediterraneo orientale (17), Naval Force (2) – e nelle operazioni Nato Kfor nei Balcani [Formiche | PeaceLink] e in Lettonia (Baltic Guardian) oltre che nel controllo dello spazio aereo europeo.
  • 1.517 soldati impiegati in 18 missioni in Africa, soprattutto in Somalia e nell’operazione antipirateria marittima Eunavfor Atlanta [InsideOver | Formiche]. Per entrambe le operazioni risulta strategica la decisione presa nel 2013 di costruire una base militare italiana a Gibuti – nota soprattutto per essere intitolata ad un tenente colonnello dell’epoca fascista – e punto fondamentale nella geopolitica italiana e occidentale nell’area del Corno d’Africa e dell’Oceano Indiano. Strategiche sono inoltre la missione bilaterale “di assistenza e supporto” italiano in Libia [ilPost | Radio Popolare | RaiNews | Startmag] – che ha visto aumentare gli stanziamenti del 7% tra 2017 e 2018 e in cui 25 soldati sono impiegati nell’addestramento di quella guardia costiera libica, accusata di essere copertura per molti trafficanti di esseri umani [Repubblica | Espresso | Valigia Blu] – e Niger, nell’ambito della missione di supporto antiterrorismo “Eucap Sahel (quasi 50 milioni nel solo 2018) [Vita | Espresso/1 | Espresso/2 | Espresso/3]. Secondo Paese più povero al mondo, negli ultimi anni il Niger si è trasformato in uno snodo fondamentale per i traffici internazionali, soprattutto per il traffico di esseri umani sulla rotta afro-europea. Traffico che nel gennaio 2018 porta l’Italia ad aprire un’ambasciata a Niamey, la capitale, con parte del contingente italiano dislocato presso la base francese di Madama, 100 chilometri dal confine sud della Libia. Del 2017, sotto il governo Gentiloni (2016-2018), l’accordo militare segreto e illegale per la vendita di armi italiane al Niger, svelato nel 2019 [Avvenire | Cild.eu (file .pdf) | Africa Express]. Per le grandi potenze attive nella coalizione “antimigrante”, che il Paese sia ricco di risorse naturali (tra cui uranio, petrolio, gas naturale, diamanti, oro) è, evidentemente, solo un aspetto secondario.

Bisognerebbe processare i gerarchi del Potere bellico

Nel 2009 l’Università del Massachusetts pubblica una ricerca nella quale riporta un dato interessante: un miliardo di dollari investito nel settore Difesa genera 11.600 nuovi posti di lavoro, contro i 17.100 nelle energie rinnovabili e ben 29.100 nella Pubblica istruzione. Disinvestire nelle armi è dunque più conveniente che investire, non solo in tempo di crisi e non solo in termini economici. Attraverso gli affari dell’industria armiera nazionale – civile e militare – l’Italia fomenta guerre, repressione del disenso e violazione quotidiana dei diritti umani. Temi che non entrano nel dibattito sui tagli della politica, nei quesiti referendari né in processi penali, se non per quanto riguarda la corruzione.

Se ci si batte per la fine dei regimi non democratici, se si chiedono Verità e Giustizia per i dissidenti e i giornalisti in carcere, insieme a denunciare le violenze delle forze di sicurezza, le torture o le sparizioni forzate allora bisogna chiedere che insieme ai capi di questi regimi vengano messi a processo anche quei sistemi di potere internazionali che ne permettono il potere. Come Pier Paolo Pasolini nel 1975 chiede un processo contro i gerarchi democristiani[2], che sia il caso di chiedere che a processo, insieme ai vari Erdogan, al-Sisi, Putin, Bolsonaro o Assad vadano anche quei sistemi di potere che materialmente permettono guerre, repressione del dissenso e quotidiana violazione dei diritti umani, cioè i “gerarchi” dell’industria bellica? Non è forse questo, ridare libertà e risorse alle popolazioni oggi in fuga (dalle guerre, dalla repressione, dalle crisi economiche) il miglior modo per difendere le frontiere della Fortezza Europa?

Note

  1. – I dati sono ripresi dal Rapporto annuale sulle spese militari italiane realizzato dall’organizzazione Mil€x, edizione 2018
  2. – Pier Paolo Pasolini, Il Processo, Corriere della Sera, 24 agosto 1975

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