Prima stesura amnistia Togliatti
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L’amnistia Togliatti e quella pacificazione che cancella le colpe del fascismo (serie: #GladioFiles)

“Pacificazione nazionale”: è questa la parola chiave che sostituisce la defascistizzazione, sul fronte interno, negli ultimi anni del Regno. Un passaggio attuato attraverso il “Decreto presidenziale di amnistia e indulto per reati comuni, politici e militari”: è la cosiddetta “amnistia Togliatti”, emanata il 22 giugno 1946, con cui il governo De Gasperi I – che segue i governi Bonomi III (giugno 1944- giugno 1945) e Parri (giugno-dicembre 1945) – condona i reati comuni e politici commessi sul territorio italiano fino al precedente 18 giugno. A proporre il decreto è il segretario del Partito Comunista Palmiro Togliatti, che nell’esecutivo De Gasperi è ministro di Grazia e Giustizia.
Le critiche sono molteplici: tra i reati condonati rientrano infatti il concorso in omicidio e la collaborazione con il nemico: lo stupro di gruppo ai danni delle partigiane viene derubricato a semplice “offesa al pudore e all’onore”.

Il fronte antifascista del nord – che giudica i ciellenisti di Roma troppo inclini al compromesso e al tradimento degli ideali della Resistenza[1] – denuncia come alla scarcerazione dei fascisti non corrisponda la liberazione dei partigiani arrestati prima e durante la Liberazione. Nonostante questo, come ricorda lo storico Mimmo Franzinelli ne “L’amnistia Togliatti. 1946, colpo di spugna sui crimini fascisti” (Mondadori, 2006) ad eccezione del Partito d’Azione tutti gli altri partiti si dichiarano favorevoli alla liberazione dei fascisti, che soprattutto Togliatti vuole conquistare al bacino elettorale del Pci.

Le prime persone a beneficiare del provvedimento[…]furono i gerarchi di più alto grado, che avevano i soldi a disposizione per pagare i migliori avvocati e per oliare i meccanismi della macchina giudiziaria. Per quanto riguarda invece il dopo-amnistia, bisogna ricordare come negli anni seguenti i due terzi della base parlamentare del Msi sarà costituito da parlamentari amnistiati. Questo perché in Italia, a differenza di altri paesi europei, l’amnistia non previde l’esclusione dalle cariche pubbliche per i collaborazionisti, come erano di fatto i gerarchi della Rsi

La “crisi De Courten” apre la fine del governo Bonomi

La rottura tra i partiti del Cln ruota intorno al modo in cui si realizzano le epurazioni e, soprattutto, al lavoro del commissario Mauro Scoccimarro, che si aggiunge a personalità come Gaetano Salvemini nel denunciare i sempre più stretti rapporti tra personalità da epurare, membri del governo Bonomi e funzionari della Commissione alleata di controllo. Solo la caduta dell’esecutivo porterebbe ad una applicazione seria del programma epurativo[2].

Il governo contrattacca, soprattutto attraverso i ministri Marcello Soleri (Tesoro) e Raffaele De Courten, ammiraglio a capo del ministero della Marina: l’obiettivo è bloccare i piani dell’Alto Commissariato, che vorrebbe avocare a sé il potere di sospensione dei funzionari ministeriali che spetta invece al governo. Con una circolare emanata il 4 settembre, l’esecutivo stabilisce che l’epurazione debba attuarsi solo se il mantenimento dell’incarico dovesse rappresentare un pericolo per l’amministrazione. Di fatto, è la decisione che apre la crisi del governo Bonomi II.
Passato indenne dal fascismo alla burocrazia post-regime, De Courten minaccia di rimanere nel governo solo con le dimissioni di Scoccimarro da commissario. Il governo alza la posta in gioco: devono dimettersi il commissario Sforza e tutti e quattro i sottocommissari, non solo Scoccimarro. Hanno epurato troppo rendendo difficile l’attività amministrativa, dicono i critici dell’Alto Commissariato; per i sostenitori del loro operato, invece, è il ritorno alla dittatura.

Con o contro l’epurazione? Quale modello per l’Italia post-fascista?

Con De Courten o con Scoccimarro? Schierarsi significa scegliere tra due concezioni diverse delle epurazioni e, di fatto, della gestione dell’Italia. I democristiani si astengono, mentre i comunisti si schierano in favore di Sforza più per costrizione che per scelta.
L’impasse viene risolta con un rimpasto di governo e lo spostamento di Sforza alla presidenza della Consulta nazionale del Regno d’Italia, l’assemblea – provvisoria e non elettiva – che sostituisce il Parlamento fino alle elezioni politiche.

Badoglio-Roatta: salvati dal “patto britannico” del governo Bonomi

Lo scontro coinvolge anche i britannici, che accusano Sforza di approfittare della crisi politica per arrestare Badoglio. Per l’ambasciatore Noel Charles arrestare il maresciallo significa attaccare la Corona italiana, e attaccare i Savoia rappresenta un insulto per Londra, che ospita Badoglio nella sua ambasciata romana impedendone l’arresto: è il 6 dicembre 1944 e Bonomi scrive al commissario Berlinguer che

tutta la documentazione raccolta per l’eventuale “mandato di cattura” ai danni di Badoglio deve essere messa immediatamente a mia disposizione e deve essere sospesa qualsiasi iniziativa giudiziaria nei confronti del maresciallo d’Italia

Il vero obiettivo britannico è evitare che diventino di dominio pubblico non solo il mancato invio di rinforzi alle truppe italiane, ma soprattutto il canale aperto tra Mussolini e Churchill – sulla falsariga di quello aperto tra il 1937 ed il 1940 tra il Duce e Neville Chamberlain, predecessore di Churchill – che il generale Roatta, divenuto informatore dei servizi segreti di Londra, minaccia di rendere noti nel caso in cui né gli italiani né i britannici dovessero salvarlo dal carcere[3]. il 17 novembre 1944 Sforza chiede l’arresto del generale e criminale di guerra: per i britannici è l’aggancio perfetto per richiedere, ed ottenere, la fine politica dell’Alto Commissario.

Per approfondire:

Epurazione epurata, fascismo riabilitato

Chiuso il capitolo Sforza, l’obiettivo si sposta su Mauro Scoccimarro: monarchici e liberali lo accusano di usare il suo ruolo per accrescere il potere del Pci[4], mentre i socialisti chiedono che all’Alto Commissario sia data l’effettiva possibilità di concludere il processo di defascistizzazione. Pietro Nenni, segretario e leader del Psiup, pone una linea di demarcazione chiara: chi è contrario alle sanzioni è fascista, senza possibilità di appello o deroga. Tra questi due poli si schierano comunisti e democristiani.

Contrario a trasformare le sanzioni in vendette personali, il Pci evidenzia tutta la sua ambiguità nei confronti del fascismo iniziata con l’appello ai “Compagni in camicia nera” del 1936. La Dc si oppone per effetto della moralità cristiana, ma soprattutto per l’elezione di Alcide De Gasperi a segretario del partito (31 luglio 1944) che sposta la linea politica su posizioni più moderate.
La vera preoccupazione per entrambi i partiti, sempre più avviati verso la trasformazione in partiti di massa, è che posizioni troppo radicali sulla defascistizzazione possano restringere il loro futuro bacino elettorale.

Entrambi i partiti sono inoltre concordi nel sostituire al governo Bonomi un esecutivo guidato da De Gasperi[5], che nel 1922 aveva guidato il direttorio di quel Partito Popolare membro del primo governo (di coalizione) di Mussolini[6]. Nasce invece il governo Bonomi III (dicembre 1944-giugno 1945), con l’ingresso dei comunisti e l’estromissione dei socialisti. Palmiro Togliatti è vicepresidente del Consiglio, mentre Mauro Scoccimarro è promosso alla guida del nuovo ministero per l’Italia Occupata. Nella storia italiana è la prima di una lunga serie di promozioni per rimozioni.

L’azionista Giovanni Battista Boeri è nominato alla guida del Segretariato Generale, creato per imbrigliare l’attività dell’Alto Commissariato sotto il diretto controllo della Presidenza del Consiglio: tra i primi provvedimenti di questo nuovo organo il divieto di epurare gli ufficiali di completamento e della riserva oltre alla revoca dell’interdizione temporanea degli ex fascisti dai pubblici uffici.
Quella del governo Bonomi III è un’ampia riforma dell’intera istituzione: l’unico a rimanere al suo posto è Mario Berlinguer, confermato alla guida della sottocommissione per i processi ai fascisti. Quella del governo Bonomi III è una riforma che, di fatto, trasforma l’Alto Commissariato in una semplice scatola vuota senza alcun valore.

Dopo Sforza e Scoccimarro gli oppositori della defascistizzazione si scagliano contro il Dll 159 (“Sanzioni contro il fascismo”) che in molti – tra cui lo stesso conte – vedono frutto di un clima politico ormai passato. La profezia di Benedetto Croce inizia ad avverarsi: riabilitare il fascismo non è più una bestemmia. Ad essere epurata, ora, è l’epurazione stessa.

La “nuova verginità” antifascista per l’industria del regime

La Commissione alleata di controllo guidata da Ellery Stone blocca il Dll.149 del 26 aprile 1945, con cui il governo Bonomi pone tra gli epurabili industriali e personalità dell’alta finanza che hanno giocato un ruolo importante durante il regime fascista, o comunque ne hanno tratto beneficio. L’obiezione alleata più importante, e in parte giustificabile, è che sanzioni economiche troppo pesanti colpirebbero una economia ancora troppo fragile.
Mentre nelle fabbriche le Commissioni epurative partigiane si scagliano soprattutto contro operai e dirigenti di fabbrica accusati di aver fatto parte delle Brigate Nere e delle forze armate della Rsi – con sentenze spesso attenuate per la giovane età degli imputati o per la loro condizione familiare – nell’elenco degli epurabili entrano industriali come Arnoldo Mondadori, Guido Donegani (direttore generale Montecatini) o Franco Mariotti della Snia Viscosa tanto quanto grandi gruppi industriali come Ansaldo, Breda, Fiat o Ilva.

Caduto il regime, mentre industriali come Enrico Mattei (capo partigiano cattolico) o Enrico Falck (tesoriere Cln a Milano) si schierano fin da subito con i partigiani, molti industriali comprano il loro posto nell’antifascismo facendo pressioni o pagando mazzette, come denuncia Benedetto Croce nel 1944. In estrema sintesi, per salvarsi basta aver dato un contributo, anche minimo, alla Resistenza.
O almeno basta quasi sempre: ad esempio, perché l’amministratore delegato delle Officine Ansaldo di Dalmine (Bergamo), Agostino Rocca, è costretto a fuggire in Argentina pur avendo aderito solo formalmente al Regime – come dimostrato nel processo partigiano a suo carico – mentre Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat, si salva con una semplice donazione di 500 milioni di lire alla causa antifascista, pur avendo la Fiat tratto ampi vantaggi dalla collaborazione con il regime?

Per approfondire:

In favore di Valletta si schierano importanti personalità politiche italiane ed alleate, come De Gasperi, Ellery Stone o Robert Marshall, commissario alleato per il Piemonte. Valletta minaccia anche di non far più credito ai britannici se questi non si schiereranno in suo favore: Londra, sensibile agli affari, obbedisce e Valletta rimane al suo posto grazie alla protezione degli Alleati.

La mancata Norimberga italiana come embrione della strategia della tensione

Altri industriali, irriducibili del fascismo, caldeggiano l’idea di creare proprie formazioni armate per difendere i loro capitali.

Alcuni di loro si riuniscono a Torino, il 16 e 17 giugno 1945, per definire un’ampia operazione di lotta al comunismo che prevede anche una campagna stampa da 120 milioni di lire l’anno, depositati in conti in Vaticano[7]. Alla riunione partecipano Pierluigi Roccatagliata della Nebiolo (produttrice di macchine tipografiche, caratteri per la stampa e macchine tessili); Vittorio Valletta della Fiat; Piero Pirelli ed Enrico Piaggio delle omonime aziende oltre all’armatore Angelo Costa: è, di fatto, il gruppo dirigente di Confindustria del 1945, di cui proprio Costa è presidente. L’ex Alto Commissario Tito Zaniboni è chiamato ad organizzare le squadre armate di quello che si costituisce come un «servizio di spionaggio offensivo nei confronti dei partiti e delle organizzazioni di sinistra»[8], che opera in stretta collaborazione con l’ufficio centrale di Roma del servizio “I” dello Stato Maggiore dell’Esercito, organismo nel quale è di fatto integralmente inserito il Sim fascista, sciolto dagli Alleati proprio in quel 1945.
Il “servizio anticomunista degli industriali” è un gruppo eterogeneo, di cui fanno parte fascisti, massoni come Zaniboni e monarchici – il gruppo maggiormente rappresentato – come il tenente colonnello Ernesto Boncinelli, al vertice di varie organizzazioni monarchiche ed anticomuniste come l’Ail (Armata Italiana di Liberazione), il Raam (Reparti antimarxisti, antitotatlitari monarchici) e il “Centro R”, nel quale ha come vice l’allora tenente colonnello Giovanni De Lorenzo, che da direttore del Sifar (1955-1962) è posto a capo del “Piano Solo”, progetto di colpo di Stato militare contro il primo governo Moro-Nenni, primo esecutivo di centrosinistra della Repubblica italiana (dicembre 1963-luglio 1964).

Per approfondire:

Che sia di ideologia monarchica, fascista o entrambe, la rete anticomunista pensata dagli industriali trova il favore degli Alleati, che con la sconfitta del nazifascismo – realizzata o meno, Mussolini è già passato da Piazzale Loreto – si pongono un nuovo obiettivo: impedire al Cln dell’Alta Italia (Clnai) di farsi potere alternativo rispetto al Comitato di Liberazione romano che allo stesso controllo alleato in Italia.
È il contesto ideale per la saldatura tra progetti angloamericani e (neo)fascisti – come emergerà chiaramente dai “Kissinger Cables” di WikiLeaks [Stefania Maurizi|/2|/3] – che porterà la (ancora futura) Repubblica italiana nei decenni bui del terrorismo anticomunista. una saldatura che condizionerà per decenni il Paese grazie alla decisione italo-alleata, mai chiarita, di non celebrare un “maxiprocesso” al fascismo.

Per approfondire:

[6 di 10 – Continua]
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Note

  1. Un atteggiamento che porterà alle dimissioni di Bonomi e alla breve esperienza del governo Parri, nominato “di compromesso” per effetto del reciproco annullamento delle candidature di Pietro Nenni ed Alcide De Gasperi come presidente del Consiglio (per approfondire, vedi cap.10 di questo dossier)
  2. Rapporto Oss del 16 ottobre 1944, National Archives and Records Service, RG226 R100794
  3. Roy Palmer Domenico, Processo ai fascisti 1943-1948. Storia di un’epurazione che non c’è stata, Milano, Rizzoli, 1996, p.141
  4. Il Risorgimento liberale, 10 novembre 1944; L’Italia nuova, 19 novembre 1944 e 4 gennaio 1945
  5. Public Record Office, FO371 R20124
  6. Alfredo Canavero, Alcide De Gasperi: cristiano, democratico, europeo, Catanzaro, Rubettino, 2003, p.34
  7. Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, Milano, Bur-Rizzoli, 2007, p.691
  8. Aldo Giannuli, Il Noto Servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro, Milano, Tropea Editore, 2011, pp.35-38

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