Omissis – il progetto

omissis: [dalla loc. latina cēteris rebus omĭssis ‘omesse le altre cose’. V. omesso ⁎
1869] s.m. Inv. ● si usa, nella trascrizione, nella riproduzione o nelle copie di
documenti, atti notarili e sim., per indicare l’omissione di parole o frasi tralasciate
perché non necessarie o ritenute segreti di Stato | (est.) parte omessa: una relazione
contenente troppi o.

(Zingarelli 2017)

Omesse le altre cose

Chi ha materialmente firmato gli accordi Stato-mafie? Quanto è durato il patto di non belligeranza con il terrorismo palestinese? Quanti colpi di Stato ci sono stati in Italia? Quanti golpe, nel mondo, hanno visto la partecipazione dell’Italia? Perché, pur dichiarandoci un Paese contrario alla guerra, l’industria militare è uno dei pilastri più potenti della nostra economia? Qual è stata la vera incidenza dell’operazione Gladio-P2 sullo sviluppo politico-economico dell’Italia?

«Gli uomini che cercano, finché continuiamo a farci le loro domande, non muoiono mai».[1]

Ci sono domande che in Italia cercano risposte fin dagli albori della Repubblica. Domande che provano a (ri)scrivere la Storia di una democrazia connivente, di un Paese che fin dagli albori della Repubblica agisce contro la sua stessa memoria.

Domande fastidiose perché toccano i nervi scoperti di una democrazia dalla memoria sporca, una res occulta[2] che dal 1948 ad oggi ha costruito una diversa narrazione di se stessa, insabbiando, delegittimando e, quando necessario, arrivando persino ad uccidere chi sapendo non ha taciuto, chi ha raccolto le prove per ricomporre un gigantesco puzzle fatto di documenti e agende sparite, morti ammazzati e fatti suicidare, stragi di cui ancora stiamo cercando mandanti, esecutori e motivazioni. Storie in cui la Verità – quella con la maiuscola – non è mai stata (realmente) cercata. Storie che, dunque, restituiscono solo delle verità “probabili”, delle “Ipotesi di Verità“.

Il progetto “Omissis” nasce nel 2018 proprio seguendo gli interrogativi lasciati aperti da queste domande, che oggi, a metterle in fila, rappresentano un gigantesco Archivio del Disonore in cui è racchiusa quella «storia indicibile» con cui nessuno[3] ha davvero fatto ancora i conti.

Note:

  1. Carlo Lucarelli, Navi a Perdere, Edizioni Ambiente, 2008, p.102
  2. Norberto Bobbio, La strage di Piazza della Loggia, Brescia, Editrice Morcelliana, 2014, p.13;
  3. «[…]sia la destra, sia il centro di Forza Italia, sia della sinistra postcomunista avevano in definitiva alle spalle una storia indicibile con cui non volevano o non potevano ancora fare fino in fondo i conti». Giovanni Pellegrino, Segreto di Stato, Sperling&Kupfer, p.260.