Tangentopoli petrolifera

petrolio basilicata

Danni all’ambiente, omicidi, malformazioni genetiche, traffici internazionali, tangenti e Potere: sono le parole chiave del  Potere del petrolio in Italia , nato ancor prima della Repubblica italiana stessa e sviluppatosi come potere parallelo e alternativo alle istituzioni democratiche, tanto da arrivare ad un passo dal trasformare l’Italia in un giocatore indipendente dai blocchi della Guerra fredda.
Una vera e propria  Consorteria petrolifera  che, dal 1924 ad oggi, ha comprato leggi e partiti, che manipola l’opinione pubblica arrivando persino ad eliminare giornalisti e cittadini scomodi tra comitati d’affari e uomini liberi, aerei esplosi in volo e omicidi mascherati sotto altre cause. È, questa, la storia dell’oligarchia petrolifera italiana, la storia di una tangentopoli petrolifera nata con l’omicidio di Giacomo Matteotti e ancora oggi non conclusa.

La Tangente Nero-fascismo

11 giugno 1924: è durata meno di due anni l’esperienza governativa del Partito Nazionale Fascista di Benito Mussolini. Dopo averne denunciato i brogli per le elezioni del 6 aprile è ancora il deputato socialista Giacomo Matteotti a farsi voce d’opposizione e denuncia contro il governo, mostrando in Parlamento le prove che inchiodano alcuni dei massimi dirigenti fascisti al reato di corruzione internazionale.
Matteotti, a quella denuncia, non ci arriverà mai: viene rapito e ucciso il giorno prima da uomini della “Ceka del Viminale”, corpo speciale della polizia politica fascista, guidati da Amerigo Dúmini.

Corruzione internazionale con al centro il petrolio: un mese prima, a maggio, con il Regio Decreto n.677 l’Italia autorizza la Sinclair Exploration Oil Corporation, compagnia petrolifera statunitense, ad effettuare in esclusiva attività di ricerca petrolifera sull’intero territorio nazionale e nel territorio libico, all’epoca sotto controllo italiano.
In un articolo pubblicato postumo, Matteotti scrive che l’accordo è basato su una tangente da 30 milioni di lire pagata al governo Mussolini da Harry Ford Sinclair, proprietario dell’omonima compagnia, già sotto processo per un’altra tangente, pagata al governo statunitense di Warren Gamaiel Harding (1921-1923) per lo sfruttamento di un giacimento di petrolio e gas naturale nella contea di Natrona, nel Wyoming (“scandalo Teapot Dome[1]). La condanna del petroliere a sei mesi porta all’annullamento dell’accordo italiano.

Giacomo Matteotti morto di petrolio?

Una delle ricostruzioni sul movente dell’omicidio – avvalorata sia da storici che da Gianmatteo Matteotti, figlio dell’ex segretario ed ex ministro – pone al centro proprio lo “scandalo Sinclair”, nel quale ci sarebbe un doppio coinvolgimento di re Vittorio Emanuele III: nel suo viaggio a Londra (22-26 aprile 1924), Giacomo Matteotti viene a conoscenza dell’esistenza di due scritture private, conservate negli uffici della Sinclair, dalle quali emerge come dal 1921 Vittorio Emanuele III sia azionista della Sinclair e operi per mantenere nascosti i giacimenti petroliferi libici. Sono questi i documenti – mai ritrovati – che Giacomo Matteotti avrebbe presentato in Parlamento, l’11 giugno 1924, se non fosse stato ucciso?

Mentre il regime fascista cede alla Anglo-Persian Oil (oggi British Petroleum) i possedimenti petroliferi in Iraq – Mosul, 32 mila barili giornalieri – che avrebbero permesso l’autonomia energetica nazionale, in Italia si creano i primi embrioni del blocco di potere legato al petrolio. Punto cardine è l’imprenditore marchigiano Enrico Mattei, referente della Democrazia Cristiana nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLN-AI) a cui viene affidata la (s)vendita dell’Agip (Azienda Generale Italiana Petroli), l’azienda petrolifera di Stato considerata un carrozzone già dal regime fascista. L’intento del governo è assecondare gli interessi delle compagnie petrolifere più importanti[2].

Mattei disobbedisce: nel 1953 trasforma l’Agip in Eni (Ente Nazionale Idrocarburi) e, attraverso una particolare visione commerciale, ridefinisce la politica energetica pubblica e l’intero sistema delle relazioni geopolitiche dell’Italia, forte dell’appoggio di quella “corrente neoatlantista” al vertice del potere politico, con Giovanni Gronchi al Quirinale e Amintore Fanfani alla presidenza del Consiglio. Una corrente di cui Mattei sarà personaggio chiave almeno fino alla notte del 27 ottobre 1962, quando l’esplosione dell’aereo che lo riporta dalla Sicilia a Milano pone fine alla sua vita tanto quanto al progetto di equidistanza politico-energetica italiana.

Scheda di approfondimento - Petrolio&Neoatlantismo
Pace, solidarietà, integrazione: sono le tre parole-cardine della politica estera italiana dei primi anni ’60. A pronunciarle, durante il VI Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana (Trento, 14-18 ottobre 1956) è l’allora segretario nazionale del partito Amintore Fanfani, che da presidente del Consiglio sarà uno degli uomini-chiave di questa nuova politica.

Quella disegnata da questo nuovo progetto è un’Italia che prova a riacquistare quel credito internazionale distrutto dai trattati di pace post-bellici, cercando equidistanza da entrambi i blocchi, pur senza mai allontanarsi davvero dal progetto americano. Una Italia “neoatlantica” e filo-araba, con il mar Mediterraneo a rappresentare il principale centro di interesse geopolitico del nostro Paese.

Un’Italia “neoatlantica” grazie a Fanfani alla presidenza del Consiglio e Giovanni Gronchi al Quirinale, anche se il leader della corrente di sinistra della Democrazia Cristiana verrà eletto, l’11 maggio 1955, solo al quarto scrutinio e dopo la bocciatura di Cesare Merzagora, presidente del Senato. Un’Italia che può contare sull’apporto culturale del sindaco di Firenze Giorgio La Pira (1961-1965) e, soprattutto, sul fondamentale ruolo geoeconomico dell’Eni di Enrico Mattei, almeno fino all’esplosione del suo volo a Bascapé (Pavia), la notte del 27 febbraio 1962.

Il governo Fanfani III è un monocolore di “restaurazione democratica” dopo che, con l’appoggio missino al governo di Fernando Tambroni (marzo-luglio 1956) l’Italia rischia una nuova deriva autoritaria, contro cui, nella fase più acuta degli scontri di piazza, si schierano i “camalli” portuali di Genova (30 giugno 1960) e gli operai di Reggio Emilia (6 luglio 1960).
Tra le prime decisioni del nuovo esecutivo c’è la scelta sulla posizione da prendere in merito al conflitto sul Canale di Suez del 1956: una decisione scontata, dettata dall’accordo firmato dall’Eni con il Presidente egiziano Gamāl ‘Abd al-Naser: la compagnia petrolifera italiana è in Egitto già dal 1955, ma il nuovo accordo – che sancisce lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi alla pari tra Eni e Paese produttore – prevede la costruzione di infrastrutture ad uso civile e complessi industriali, scambio di informazioni tecniche e l’aiuto alla commercializzazione dei prodotti petroliferi.

Con questo nuovo blocco di potere al governo, si registra l’apertura a sinistra della Dc che, come logica conseguenza, vedrà i “compromessi storici” prima con il Partito Socialista nel governo Moro-Nenni (1963-1964) poi con il Partito Comunista.

L’Italia “anticolonialista” nelle relazioni internazionali, come la definisce Fanfani, serve anche all’intero blocco atlantico per portare i governi di Medio Oriente, Golfo Persico, Sahel e Corno d’Africa lontano dall’influenza sovietica[1].
Il presidente del Consiglio Fanfani – che tra il 1958-1959 è anche ministro degli Esteri e segretario democristiano – sviluppa un ampio piano di aiuti economici verso queste zone, su cui si muoverà anche il Presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower (1953-1961) in sede Onu.

Ma il governo incontra difficoltà insormontabili: tanto i partiti di destra quanto comunisti e socialisti si oppongono alla decisione del governo di dare ospitalità ai missili Jupiter a Gioia del Colle (Bari) e di concedere lo spazio aereo italiano per l’invio delle truppe statunitensi in Libano per fronteggiare il colpo di Stato che in Iraq depone re Faysal II (14 luglio 1958), legato agli interessi britannici, sostituito dal generale ‘Abd al-Karīm Qāsim.
Così, grazie ai “franchi tiratori” e al mancato appoggio del Partito Socialista Democratico Italiano (Psdi), il 15 febbraio 1959 il Fanfani III conclude il suo mandato.

Note:

  1. Diario Fanfani, Archivio del Senato della Repubblica, Fondo Fanfani, 16 luglio 1958

Il mistero Cefis

A guidare l’Ente – e a riportare la geopolitica petrolifera italiana nell’alveo degli interessi degli Stati Uniti – è chiamato Eugenio Cefis, ex vicepresidente Eni ed ex comandante dei partigiani cattolici, così come Mattei. Un passaggio che lo trasformerà, per almeno un decennio, in uno degli uomini più potenti d’Italia (e uno dei referenti del potere statunitense nel nostro Paese) arrivato ad un passo da un colpo di Stato autoritario (1977). Varie fonti indicano Cefis come vero creatore della Loggia Massonica “Propaganda 2” (“P2”). Ma al vertice del suo potere, nel 1977, Cefis si ritira dalla scena pubblica. Inspiegabilmente. E forse anche per questo la sua figura, nella storia della Repubblica italiana, rimane tanto controversa quanto misteriosa.

Pier Paolo Pasolini lo pone al centro del suo processo al Potere italiano – quello visibile del “regime” della Democrazia Cristiana e quello, sotterraneo, del “criptogoverno[3] – che è “Petrolio”, suo ultimo libro e movente più plausibile per il suo omicidio, ancora oggi irrisolto, avvenuto all’Idroscalo di Ostia la notte tra l’1 e 2 novembre 1975.
Un lavoro che, attraverso il petrolio, lega l’omicidio Pasolini agli omicidi di Enrico Mattei e del giornalista siciliano Mauro De Mauro, che nel 1972 indaga proprio sulla morte dell’ex presidente Eni per Il caso Mattei, uscito proprio quell’anno per la regia di Francesco Rosi.
Quanto guadagna Cefis dalla morte di Mattei? È lui il vero mandante dell’omicidio? Mattei, Pasolini, De Mauro (e non solo): quanto uccide il petrolio italiano?

Scheda di approfondimento - Lampi sull'Eni

Il petrolio, in Italia, uccide.
Uccide per il suo impatto sull’ambiente e sulla salute dei cittadini e per i giochi di potere che vi si sviluppano intorno.
Non sempre, però, chi viene ucciso muore.

È il caso di Sabina Morandi, giornalista scientifica freelance che nel 2003, per il quotidiano “Liberazione” – organo di Rifondazione Comunista in quegli anni diretto da Piero Sansonetti – scrive una serie di articoli con tema centrale il petrolio. È logico che sull’argomento, nell’Italia del 2000, sia preminente il ruolo dell’Eni, dalla sua partecipazione al mega-oleodotto Baku-Tbilisi-Cheyan al vero impegno – invero ancora oggi poco indagato – dei militari italiani usati per difendere i pozzi neri in Iraq e Nigeria, oltre che sulla “finta crisi del gas” del 2006, che ricorda da vicino la finta crisi scoperta dai “pretori d’assalto” di Genova.
L’Eni non apprezza: sfruttando la crisi politica ed economica del giornale si offre di salvare la testata attraverso articoli “pubbliredazionali” e la creazione di un free-press estivo, da trasformare in edizione serale permanente. Unica condizione che Sabina Morandi smetta di occuparsi di petrolio, e soprattutto dell’attività “interna” dell’Ente. Il titolo del libro che la giornalista scrive sulla vicenda – C’è un problema con l’Eni. Il cane nero si è pappato i rossi (Coniglio Editore, 2010) – evidenzia particolarmente bene come sia finita la vicenda.

Così si scoprirà solo anni dopo che a Nassiriya (Iraq) il contingente militare italiano sia impiegato per difendere il giacimento da 2,5-3 miliardi di barili sfruttato proprio dall’Eni, per 23 anni, grazie ad un contratto da 1,9 miliardi di euro. Secondo uno studio realizzato dal professor Giuseppe Cassano per il ministero delle Attività produttive, l’assenza italiana da Nassiriya farebbe sfumare un affare da 300 miliardi di dollari: la base “Maestrale” – colpita dall’attentato del 2003 – dista solo 4 chilometri dalla raffineria. Solo un caso?

Prima multinazionale italiana e vertice del Potere petrolifero italiano (e non solo), l’Eni il centro di un sistema di pressione che coinvolge giornali e giornalisti, partiti e fondazioni politiche che ne fanno uno dei più importanti centri del Potere italiano, contro cui l’opposizione è sempre stata – tranne pochi casi – misera sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo.
Un potere che, ieri come oggi, si appoggia molto sui rapporti con la stampa, fatto tanto di finanziamenti e pubblicità quanto di giornalisti “vicini” all’Ente, e sempre più sulle fondazioni politiche: rimanendo alla sola Eni, negli anni il gruppo ha finanziato tra gli altri ItalianiEuropei di Massimo D’Alema quanto FareFuturo di Gianfranco Fini o VeDrò, la fondazione di Enrico Letta e Angelino Alfano poi chiusa per conflitto d’interessi.

Il petrolio, in Italia, uccide. E a volte chi viene ucciso muore: muore di petrolio Giacomo Matteotti che vuole denunciare la corruzione petrolifera del regime fascista, così come per il petrolio muore Salvatore Gurreri, che nel 1992 rimane l’ultimo ad opporsi alla realizzazione della raffineria Isab a Marina di Melilli (Siracusa) nonostante le pressioni di cosa nostra e della Democrazia Cristiana; muore di petrolio Enrico Mattei, che nel 1962 proprio attraverso la geopolitica petrolifera sta riscrivendo le alleanze internazionali dell’Italia.
Il giornalista Mauro De Mauro non muore di petrolio. Scompare. Lo rapiscono durante le indagini per la sceneggiatura de Il caso Mattei, film di Francesco Rosi del 1972 sull’omicidio dell’ex presidente dell’Eni; mentre Pier Paolo Pasolini muore per il “Petrolio”, con la maiuscola, come il titolo del suo ultimo libro, analisi di un Paese in «mutazione antropologica» e del Potere-ombra che lo gestisce e di cui Pasolini riuscirà a scrivere solo un quarto delle 2.000 pagine previste.

La compravendita delle leggi

Quel che è certo è che in Italia, il petrolio, corrompe.

  • Legge n.1089 del 1 dicembre 1967 sui “contributi Suez”
  • Legge n.393 del 28 marzo 1968, relativa al pagamento differito dell’imposta di fabbricazione e per l’imposta generale sulle entrate (Ige) sui prodotti petroliferi
  • Legge n.427 del 4 luglio 1971, sulla defiscalizzazione di alcuni prodotti petroliferi, con relativi disegni di legge annessi

Tre leggi, entrate nell’ordinamento italiano perché – letteralmente – comprate tramite tangenti dalla borghesia petrolifera i cui componenti si alleano per spartirsi i “contributi Suez”: 93 miliardi di lire che il governo, nel 1967, destina alle compagnie petrolifere costrette a circumnavigare l’Africa per la chiusura del Canale di Suez – che durerà fino al 1975 – decisa dall’Egitto di al-Naser in risposta alla “Guerra dei sei giorni” con Israele [Il Post | l’Espresso]. Oltre ai fondi, per far fronte alla diminuzione del petrolio e dei relativi contributi – che i petrolieri cercano di estendere anche alle compagnie petrolifere non direttamente colpite dal blocco del Canale – il governo italiano crea le prime “domeniche ecologiche”, mentre la Rai aiuta gli italiani a rimanere a casa grazie a “Domenica In”.
In cambio, ai politici va una tangente di importo pari al 5% del vantaggio ottenuto dai petrolieri dall’applicazione di quelle leggi

I giornali iniziano a parlare presto di “speculazione”, di “imboscamento di carburante” mentre il pretore di Genova, Mario Almerighi, grazie ad alcune intercettazioni, scopre che la scarsità di petrolio minacciata dalle compagnie petrolifere è una loro pura invenzione.

Promemoria Cittadini: la scoperta del blocco di potere politico-petrolifero

Che si stia formando un sistema di potere intorno al petrolio, una vera e propria “consorteria” petrolifera Almerighi lo scopre grazie ad un documento, rinvenuto nella sede romana del gruppo Garrone: è il “promemoria Cittadini”, contenente i nomi di petrolieri e politici coinvolti, cifre pagate e provvedimenti sottoposti a tangente. A redigerlo è Carlo Cittadini, segretario dell’Unione Petrolifera Italiana (Upi) – gruppo di pressione o semplice sindacato di categoria, a seconda della lettura che se ne vuole dare – guidata da Vincenzo Cazzaniga, presidente della Esso (gruppo Exxon) e sodale di Eugenio Cefis in varie operazioni politiche ed economiche.
Il “promemoria” serve a ricordare alle compagnie petrolifere coinvolte la necessità di pagare la propria quota di tangente, per la quale Cazzaniga apre due fidi bancari presso Sofid – società finanziaria dell’Eni, che anticipa il denaro per conto dei petrolieri – e presso Italcasse, che redistribuisce il denaro ai partiti. Nel 1978 i dirigenti dell’Istituto sono indagati proprio per i fondi neri alla politica (“scandalo Italcasse”).

Tra il 1968 e il 1972, da questa compravendita di leggi Democrazia Cristiana, Partito Socialista e Partito Socliaista Democratico Italiano, i tre partiti di governo guadagnano 8 miliardi di lire; le compagnie petrolifere circa 400/450 miliardi, secondo le stime riportate dal quotidiano “l’Unità” nel febbraio 1974.

Nell’anno delle elezioni anticipate[4], il 1972, i magistrati si trovano davanti ad una vera e propria “tangentopoli petrolifera”, nella quale non sono più i petrolieri a pagare per ottenere vantaggi ma i politici che chiedono denaro per finanziare la campagna elettorale.
In assenza di leggi da poter mettere sul mercato, viene organizzata una articolata campagna di collaborazione tra le compagnie petrolifere e i giornali dei partiti coinvolti. A gestire tutto, secondo gli inquirenti, è il deputato democristiano Filippo Micheli, più volte sottosegretario (Industria e commercio; Finanze) referente del gruppo Garrone a Roma: è lui che redistribuisce il denaro tra correnti e partiti. È a questo punto che il finanziamento agli organi di stampa – attraverso contributi diretti e pubblicità – diventa uno strumento di pressione del potere petrolifero che dura ancora oggi.

Intanto le indagini, tra Genova e Roma, diventano sempre più ampie tanto da integrarsi ad esempio con una indagine aperta negli Stati Uniti sulla creazione di fondi neri usati dalle compagnie petrolifere per pagare politici sia in Italia quanto in Paesi come Venezuela, Bolivia o Ecuador. Con l’arresto di Vincenzo Cazzaniga (9 febbraio 1974) gli inquirenti scoprono che, come Italcasse, anche Enel è usata come tramite dalle compagnie petrolifere per pagare i partiti del centro-sinistra, al governo con l’esecutivo guidato da Mariano Rumor (luglio 1973-marzo 1974): 1 miliardo e 200 milioni per “comprare” un piano energetico favorevole alle centrali termo-elettriche a discapito di quelle termo-nucleari. Tre i filoni d’inchiesta seguiti:

  • sulle somme pagate per l’abbandono dei progetti relativi alle centrali nucleari
  • sulle 3 leggi e 11 decreti ministeriali che avrebbero consentito indebiti benefici per i petrolieri
  • sull’aggiotaggio

È il cosiddetto “scandalo Enel-Petroli”, che porterà alla definizione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti (legge n.195 del 2 maggio 1974 o “Legge Piccoli”) che prevede il nuovo reato di “finanziamento illecito ai partiti”.

Fermate i pretori!

Per i pretori “d’assalto” di Genova – Mario Almerighi, Adriano Sansa e Carlo Brusco – è il momento più delicato: oltre alle compagnie petrolifere e ai politici, a schierarsi contro di loro è la stessa Procura cittadina: il procuratore Lucio Grisolia li accusa di vedere «ombre anche dove non esistono»[5], mentre il procuratore generale Francesco Coco – che verrà ucciso dalle Brigate Rosse l’8 giugno 1976 – vorrebbe incriminarli addirittura per “attività sovversiva” e “attentato alla Costituzione”[6].

Mi.Fo.Biali&maxi-evasioni: quale ruolo per la Guardia di Finanza?

Sottotraccia, tra il 1973 e il 1974 il colonnello Federico Marzollo del Sid (Servizio Informazioni Difesa, il servizio segreto militare) è incaricato dal generale Gianadelio Maletti, capo del “Reparto D” del Servizio (controspionaggio) di indagare sul “Nuovo Partito Popolare” di Mario Foligni, vicino agli ambienti ecclesiastici e libici, che vorrebbe fare del partito un’alternativa alla Democrazia Cristiana. Dalle indagini emergono:

  • un accordo con la Libia di Mu’ammar Gheddafi per lo scambio tra armi e petrolio: è il “dossier Mi.Fo.Biali” di cui si occupa Carmine “Mino” Pecorelli su “Osservatore Politico”
  • una maxi-evasione fiscale da 2.000 miliardi di lire sull’imposta di fabbricazione dei prodotti petroliferi, realizzata grazie ad un sistema di contrabbando che coinvolge petrolieri, politici ed alti vertici della Guardia di Finanza;

Dalle indagini emergono non solo le prime informative su Licio Gelli, “Maestro Venerabile” della P2 noto al Sid fin dal 1950, ma soprattutto emergono i nomi del generale Raffaele Giudice – comandante generale della Guardia di Finanza – e del generale Donato Lo Prete, capo di Stato Maggiore della Finanza, entrambi membri della P2 (rispettivamente tessere n.535 e n.482), entrambi ampiamente coinvolti nel traffico di petrolio.

Ad individuare la maxi-evasione fiscale è Antonio Ibba, capitano dell’”Ufficio I” della Guardia di Finanza, che parte dalle informative su Gelli e la P2, tra cui una richiesta del colonnello Salvatore Teodori, capo di quello stesso ufficio. È un’indagine per alcuni fastidiosa, tanto che il capitano Ibba viene trasferito a Catanzaro, mentre il colonnello Aldo Vitali viene spostato alla Scuola allievi di Roma per aver partecipato alle indagini. A richiedere le indagini è il colonnello Salvatore Florio, che muore in un incidente stradale ancora oggi poco chiaro, a Carpi, insieme al suo autista il 26 luglio 1978.
I documenti che chiedono il trasferimento di Vitali risultano redatti con la macchina da scrivere di Giulio Formato, avvocato dei petrolieri coinvolti nella maxi-evasione: è la prova incontrovertibile delle collusioni tra il Servizio Informazioni della Guardia di Finanza (l’”Ufficio I”, appunto) e i petrolieri, associatisi intorno ai petrolieri Bruno Musselli, proprietario della raffineria Bitumoil di Vignate (Milano) – da cui parte il petrolio contrabbandato – e Bruno Milani, proprietario della Costieri Alto Adriatico Spa. La società, insieme alla Brunello Lubrificanti di Silvio Brunello – nei cui impianti vengono ritrovati i documenti di trasporto falsificati – è il perno dell’intera truffa. Pietro Calderoni e Gianfranco Modolo de l’Espresso (“La supertruffa”, 9 novembre 1980) parlano di

manovre per sviare, insabbiare, bloccare, svuotare l’inchiesta giudiziaria

I due giornalisti saranno per questo destinatari di un ordine di perquisizione – abitazione e redazione – spiccato dal sostituto procuratore Domenico Sica.

Scheda di approfondimento - La supertruffa

Una borsa contenente 200 milioni di lire che ogni mese arriva, in treno, ai vertici della Guardia di Finanza. È così che si sviluppa lo “scandalo dei 2.000 miliardi”. Per alcuni sarebbe meglio parlare di “scandalo dei 5.000 miliardi”, ma il dato non troverà mai conferma.

Nell’inchiesta giudiziaria sono coinvolte 20 procure e 40 magistrati, che partono dalle dichiarazioni del petroliere Silvio Brunello, uno dei personaggi-chiave del sistema di contrabbando, ai giudici di Treviso. Due i sistemi usati dal gruppo dei contrabbandieri:

  • falsificazione dei moduli di accompagnamento delle autobotti (“H ter 16”), in modo che il “gasolio da autotrazione” nei documenti di trasporto risulti “gasolio di riscaldamento”, così da guadagnare sulla differenza di carico fiscale che esiste tra i due tipi di carburante
  • non distribuire all’estero carburante arrivato in Italia solo per la raffinazione, attività che non prevede carico fiscale

Entrambi i sistemi, scrivono sull’Espresso il 9 novembre 1980 i giornalisti Pietro Calderoni e Gianfranco Modolo

richiedevano tutti complicità estesissime, dal personale dei depositi di carburante, agli autisti delle autobotti, su su fino ai finanzieri, ai funzionari degli uffici tributari, ai politici

Politici come i sottosegretari socialisti Giuseppe Di Vagno e Maria Magnani Noya e soprattutto Sereno Freato, ex segretario particolare di Aldo Moro, che con Musselli condivide la proprietà di un’azienda agricola in Veneto. Il ruolo dei tre è accertato da una serie di assegni emessi nei loro confronti dal petroliere Bruno Musselli, proprietario della Bitumoil, membro Upi e console generale del Cile, «indicato dai magistrati come uno dei cervelli di tutta la truffa. Assegni emessi da lui sono stati trovati nelle mani di finanzieri, petrolieri, politici», riporta l’Espresso. Musselli, amico di Craxi, nel 1980 figura tra i consiglieri della Fondazione Moro. Con lui, gli inquirenti identificano anche in Mario Milani, proprietario dei Depositi Costieri Alto Adriatico (uno degli impianti più grandi d’Italia), uno dei cervelli dell’intera operazione. Tra i suoi soci in vari affari gli ufficiali della Guardia di Finanza Salvatore Galassi, ex capo del nucleo di Rovigo, e l’ufficiale Vincenzo Gizzi: entrambi indagati, sono considerati «emissari» di Musselli, così come Silvio Brunello.

Gli inquirenti trovano inoltre le prove di una illecita attività di spionaggio dei politici da parte della Guardia di Finanza sotto Raffaele Giudice (1977-1978), mentre Lo Prete, ex capo dell’Ufficio “I”, è accusato di aver avvisato Musselli delle indagini nei suoi confronti, permettendo di spostare prove compromettenti.

Nel 1980, mentre l’inchiesta principale vede aggiungersi altri filoni d’indagine, la Procura di Venezia iscrive nel registro degli indagati anche i nomi di Ernesto del Guizzo e Guido Tommasone, direttori generali del Ministero delle Finanze, accusati di aver coperto i petrolieri designando persone di fiducia in posti chiave, tra cui proprio Raffaele Giudice.
Secondo un appunto sequestrato al segretario dell’Upi, Carlo Cittadini, Tommasone è il trait d’union tra il gruppo di petrolieri che ruota intorno a Vincenzo Cazzaniga e i politici coinvolti nella prima “Tangentopoli petrolifera” indagati dai “pretori d’assalto” della Procura di Genova.

Anni ‘90: tutta una “fantasia investigativa”?

Ma all’inizio degli anni Novanta, la “Tangentopoli petrolifera” è già un ricordo sbiadito nella memoria degli italiani, impegnati tra la fine della Prima Repubblica e le bombe di cosa nostra. È un’operazione lenta, politica prima che giudiziaria, che inizia nel 1974, quando la Commissione parlamentare Cattanei 9 membri su 20 appartengono alla Democrazia Cristiana, il partito maggiormente coinvolto nell’intero scandalo. La Commissione, comunque, indica negli ex ministri democristiani Giulio Andreotti, Mario Ferrari Aggradi, Giacinto Bosco e Athos Valsecchi oltre che in Luigi Preti e Mario Ferri, ex ministri del Psdi, i «soggetti cui erano riferibili i provvedimenti d’indagine». Nomi a cui la Procura di Genova aggiunge quelli dell’avvocato Gregorio Arcidiacono – braccio destro della famiglia Garrone a Roma – di Carlo Cittadini e Vincenzo Cazzaniga, indicati dal pretore Almerighi come i «promotori e gli organizzatori principali dell’associazione per delinquere loro contestata e avente la corruzione di politici e pubblici amministratori come reato fine».

Eppure già a marzo del 1974 la posizione di Andreotti e Ferrari Aggradi è stralciata per prescrizione, così come vengono archiviate quelle di Bosco e Preti. Nel 1979 arriva l’assoluzione per Ferri e Valsecchi.
Ad essere condannati saranno soprattutto petrolieri ed ufficiali della Guardia di Finanza: Cazzaniga viene arrestato e condannato già nel 1977; nel 1985 arriva la condanna anche per Milani, mentre Musselli è assolto dal reato di corruzione per insufficienza di prove. Anche Freato è assolto, nonostante gli inquirenti lo indichino come uno dei principali beneficiari delle tangenti. La condanna di Lo Prete – 8 anni e una multa da 200 milioni di lire – pur confermata in appello non è eseguibile perché l’estrazione del generale, concessa dalla Spagna, non riguarda i reati per cui è imputato in questo specifico processo.

Nel 1985 l’intero sistema delle tangenti è accertato ed incontrovertibile, ma i giudici della Procura di Torino scrivono nella loro sentenza che non è possibile accertare l’esistenza delle protezioni politiche. La relazione parlamentare di maggioranza prodotta dal senatore democristiano Nicola Lapenta sostiene che, pur confermata, di per sé stessa l’intesa tra petrolieri e politici non costituisce prova incontrovertibile di corruzione.

La “Tangentopoli petrolifera”, per la ricostruzione ufficiale dei fatti, si conclude così, come una «fantasia investigativa» di un gruppo di pretori liguri e romani.
In base a ciò, il 3 febbraio 1982, a presiedere la seduta parlamentare convocata per votare l’arresto del deputato Filippo Micheli per il suo ruolo nella “Tangentopoli petrolifera” del 1972 è Luigi Preti, fino a poco tempo prima indagato per gli stessi motivi.
Parte delle condanne è annullata dalla Prima sezione della Corte di Cassazione, presieduta dal giudice “ammazzasentenze” Corrado Carnevale, legato a doppio filo a quella Democrazia Cristiana che fino alla fine della Prima Repubblica, fino alle bombe reali di cosa nostra e a quelle giudiziarie della Procura di Milano, rimane perno del Potere (anche petrolifero) italiano.

Se vuoi approfondire, puoi leggere:

  • Mario Almerighi – Petrolio e Politica. Oro nero, scandali e mazzette: la prima tangentopoli, Roma, Castelvecchi editore, 2014
  • Sabina Morandi – C’è un problema con l’Eni. Il cane nero si è pappato i rossi. Come insabbiare un’inchiesta e liberarsi del giornalista, Roma, Coniglio Editore, 2010
  • Pier Paolo Pasolini – Petrolio, Milano, Einaudi, 1997

Case studies: Melilli, Priolo…Viggiano: cosa vuol dire essere un produttore petrolifero?

Ricordare le vittime di cancro come le vittime di mafia: ogni 28 del mese lo fa don Palmiro Prisutto, dal 2014 parroco della Chiesa Madre di Augusta (Siracusa), che insieme a Priolo Gargallo e Melilli rappresenta il “Triangolo della morte del petrolchimico” siciliano.

Dietro al prezzo alla pompa, il petrolio italiano ha un costo ambientale e sanitario molto più grave, con i bambini di Sarroch (Cagliari, dove opera la raffineria Saras del gruppo Moratti) che stanno subendo «significativi danni e alterazioni al Dna» [Fatto Quotidiano | Manifesto sardo], l’aumento di aborti e malformazioni neonatali causati dal petrolchimico siracusano o la crescita di neoplasie ad una velocità doppia rispetto alla media nazionale registrato in Basilicata, con l’apertura di pozzi estrattivi concessa anche nei pressi di scuole, ospedali e centri abitati.

Quando a Siracusa Angelo Moratti porta i primi impianti (1949), andando a prenderli negli Stati Uniti, in Basilicata il petrolio si estrae già da quasi trent’anni (il pozzo “Fossanelle 1” è del 1921), e dal 1939 da questa regione sono assicurati 3.500 barili l’anno. Briciole rispetto ai 90.000 barili estratti oggi, pari al 70% della produzione nazionale, capace di soddisfare solo il 10% del fabbisogno interno.

Grafico a torta sulla composizione delle importazioni di petrolio in Italia per il 2017 - fonte: Elaborazione Ricerche Industriali ed Energetiche su dati Ministero dello Sviluppo Economico
Grafico a barre su consumo interno lordo e produzione di petrolio in Italia (2005-2016) - Elaborazione Ricerche Industirali ed Energetiche su dati Ministero dello Sviluppo Economico

Dati che concorrono a fare della Basilicata tanto il quarto produttore di petrolio in Europa (49° al mondo) quanto la terza regione più povera d’Italia, in cui nel 2000 la Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti tossici individua 890 siti inquinati – di cui la metà connessi alla ricerca petrolifera – e dove si estrae in un’area a fortissimo rischio per frane e alluvioni. La Val d’Agri, centro dell’intero sistema petrolifero lucano, è tra le aree a maggior potenziale sismomagnetico d’Italia.
Non ci sono i 100.000 nuovi posti di lavoro promessi dal petrolio lucano, così come dura poco l’effetto positivo dei 20.000 neo-assunti dal petrolchimico di Augusta-Melilli-Priolo, dove nel periodo 1956-1959 arriva il 15% dell’intero investimento nazionale per il Meridione (circa 130 miliardi di lire)[1] finché il mare siracusano inizia a restituire pesci morti, col ventre scoppiato e il muco nelle branchie. Studi del 2016-2017 hanno mostrato anche nei pesci del lago artificiale lucano del Pertusillo infettati da cianotossine, sostanze genotossiche, epatotossiche e nefrotossiche.

Mentre la Basilicata diventa «meta finale di possibili, e in alcuni casi reali, traffici illeciti di rifiuti con direttrice nord-sud[2]», i monitoraggi ambientali e le analisi cliniche sugli operai vengono affidati alle stesse aziende inquinanti per effetto dell’articolo 19 Dlgs 625/96, soprattutto per l’autocertificazione dei dati resa possibile dal comma 4. Un sistema che permette ad esempio all’Eni di dichiarare che dai suoi impianti del Centro Oli di Viggiano (Potenza) fuoriescano livelli di Pm10 inferiori ai livelli di Pm2,5 che è, però, una parte del Pm10.
L’impianto è sottoposto a “Direttiva Seveso” perché a rischio di incidente rilevante. In un’intervista rilasciata il 18 novembre 2018 a Domenico Iannacone (Pane nostro – video Rai), Luigi Solarino, chimico industriale ed ex professore associato in Chimica industriale e Impianti chimici industriali all’Università di Catania dichiara che:

In tutto il mondo, ma anche in parte dell’Italia, si fanno i controlli “24h” chiamati, 24 ore al giorno viene controllato il prodotto che mettono fuori, liquido, gassoso, eccetera. Nella nostra zona e in tutta la Sicilia praticamente il controllo viene fatto una volta ogni quattro mesi

“Traffico di rifiuti” e “turbativa d’asta”: sono i reati al centro delle due principali inchieste giudiziarie legate al petrolchimico e al petrolio lucano. Nel 2018 si conclude, «perché il fatto non sussiste», l’inchiesta “Totalgate”, aperta dalla Procura di Potenza (2008) in merito all’appalto per i lavori del Centro Oli di Tempa Rossa (50.000 barili al giorno per 1,6 miliardi di euro d’investimento). Per i giudici l’aggiudicazione dell’appalto è basata su un “comitato d’affari” costituito «dal management di “Total Italia”, da imprenditori, da pubblici ufficiali, politici e faccendieri[…]deputati a mediare un numero indeterminato di transazioni illeciti»[3], che hanno agito «sostituendo fraudolentemente le buste contenenti le offerte presentate e depositate alterando i verbali di gara», come emerge da intercettazioni telefoniche. L’inchiesta è inoltre aperta anche su due appalti per la fornitura dei servizi di trattamento e smaltimento dei fanghi di depurazione.
Tra gli indagati, oltre a Francesco Rocco Ferrara (gruppo Ferrara) considerato al centro della rete di imprenditori coinvolti, c’è Salvatore Margiotta, all’epoca deputato nazionale e leader locale del Partito Democratico. Dieci anni dopo, per i giudici «il fatto non sussiste».

È invece l’evidenza scientifica a confermare nel 2003 l’accusa-pilastro dell’inchiesta “Mare Rosso” della Procura di Siracusa. Reato principale è lo sversamento di rifiuti pericolosi contenenti mercurio nei tombini di raccolta delle acque piovane e, di conseguenza, in quel mar Mediterraneo dove si registra la coeva presenza di piombo, esaclorobenzene, diossine, furani, arsenico, rame, cromo, Idrocarburi Policiclici Aromatici (Ipa): tutti inquinanti, alcuni mutageni, riconducibili ad attività industriale.
Diciassette gli indagati, tra dirigenti e dipendenti dell’ex stabilimento Enichem (oggi Syndial), oltre al funzionario della Provincia preposto al controllo della gestione dei rifiuti speciali prodotti nell’area industriale.
Durante il processo gli inquirenti scoprono, però, che a sversare il mercurio – tra il 1958 e il 1980 – è stata la Montedison. Prosciolta, Enichem decide comunque di risarcire le vittime di inquinamento da mercurio con cifre che vanno dai 15.000 euro al milione, a seconda della gravità del danno ecotossicologico: con i suoi 180 milioni di metri cubi di sedimenti di fanghi tossici, dice il ministero della Salute, la Rada di Augusta non è bonificabile: dragare l’area aggraverebbe ancora di più la situazione.

Se vuoi approfondire, puoi leggere:

  • Maurizio Bolognetti, Le mani nel petrolio. Basilicata coast to coast ovvero da Zanardelli a Papaleo passando per Sanremo e Tempa Rossa, Roma, Reality Book, 2013;
  • Maurizio Bolognetti, La peste italiana. Il caso Basilicata. Dossier sui veleni industriali e politici che stanno uccidendo la Lucania, Roma, Reality Book, 2012

Note

  1. Lo scandalo “Teapot Dome” nasce con la decisione dell’amministrazione statunitense Taft (1909-1913) di destinare riserve petrolifere alla Marina, in modo da non lasciare le navi senza carburante. Nel 1922 i due giacimenti di Teapot Dome (Wyoming) ed Elk Hills (California) vengono concesse in leasing, per un valore di 5 milioni di dollari attuali, per decisione del Segretario degli Interni Albert Bacon Fall, a condizioni particolarmente favorevoli per le compagnie petrolifere: la Mammoth Oil – filiale della Sinclair, concessionaria di Teapot Dome – e la Pan American Petroleum di Edward Laurence Doheny. Nel 1927 i contratti vengono invalidati, tre anni dopo Doheny viene assolto dall’accusa di aver pagato quelle stesse tangenti per cui Fall viene condannato l’anno precedente. Sinclair è condannato a 6 mesi per “manomissione della giuria”;
  2. Le compagnie che proprio Mattei inizierà a chiamare “Sette Sorelle”, ovvero le statunitensi Standard Oil of New Jersey; Standard Persian oil of New Jersey, entrambe poi confluite nella ExxonMobil; Texaco, oggi Chevron; Gulf Oil e Standard Oil of California e le britanniche Royal Dutch-Shell e Anglo-Persian Oil Company
  3. Norberto Bobbio, La strage di Piazza della Loggia, Brescia, Editrice Morcelliana, 2014, p.32
  4. Il 7-8 maggio 1972 si tengono elezioni per il rinnovo del Parlamento italiano, in seguito alla conclusione anticipata del governo Colombo (1970-1972). a vincere le elezioni è la Democrazia Cristiana, con la maggioranza del Parlamento che torna al centro-sinistra grazie all’incremento dei voti per repubblicani, socialisti e socialdemocratici, che proprio con i democristiani formano il blocco partitico del primo esecutivo Moro
  5. Mario Almerighi, Petrolio e politica – Oro nero, scandali e mazzette. La prima tangentopoli, nuova edizione Editori Riuniti 2006, pag.39
  6. Almerighi, op. cit., p.73

Note case study:

  1. Marina Forti, Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia, Bari, Laterza, 2018
  2. Dichiarazione di Vincenzo Montemurro, ex magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia di Potenza al convegno del Partito Radicale Veleni industriali e politici della Basilicata, Potenza, 24 agosto 2010. Riferimento: Maurizio Bolognetti, La peste italiana. Il caso Basilicata. Dossier sui veleni industriali e politici che stanno uccidendo la Lucania, Reality Book, 2011, pag. 125;
  3. Antonio Giangrande, Basilicata e Potenza: quello che non si osa dire, editore Antonio Giangrande, 2013, p.32

Commenta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.